BY LEONARDO PISANI

Crispi lo chiamava il Mazzini lucano e lo stesso Mazzini lo definiva “fratello nella Patria”, nato per caso a Napoli capitale del Regno delle Due Sicilie  il 24 marzo 1821,  da don Don Gaetano Albini, dottore fisico e cerusico di Montemurro, e Elisabetta Mirgigno di Napoli, l’Albini discendeva da una famiglia  di Sarconi trasferitasi a Montemurro nel 1521 a seguito del matrimonio di Nicola Albini con Aurelia D’Elia, appartenente alla nobiltà baronale montemurlese. Giacinto Albini si laureò sempre a Napoli in nel 1843 la laurea in utroque iure poi in letteratura , e dopo il 1845 apri una scuola di giurisprudenza e letteratura, avendo conseguito l’abilitazione all’insegnamento per tali discipline.
Il giovane Albini era incerto sul suo futuro, di fatti non esercitò mai la professione di avvocato, preferendo dedicarsi alla letteratura di quel periodo sono le , Ore poetiche (Napoli 1845) e un Corso teorico-pratico di lingua latina (Napoli 1850).

Ma la passione per la politica arrivò subito, era il regno di Ferdinando II di Borbone, l’Albini entrò presto nella carboneria, alcuni sostengono anche la filiazione nella giovine Italia, sostenuta da alcuni suoi biografi, ma contraddetta sia dai documenti relativi alla sua attività, sia dagli atteggiamenti che assunse dal 1848 al 1860.  Intanto partecipò alla rivolta a Napoli  del 15 maggio 1848, fu successivamente tra i fondatori di una società segreta carbonico-militare, che, seguendo una  tradizione del 1820, voleva operare nelle file dell’esercito, e  provvide l’organizzazione in Basilicata, ove si era trasferito, nel paese paterno di Montemurro. Repubblicano convinto per diffondere le idee liberalii si servì dei commercianti  Ma la passione per la politica arrivò subito, era il regno di Ferdinando II di Borbone, l’Albini entrò presto nella carboneria, alcuni sostengono anche la filiazione nella giovine Italia, sostenuta da alcuni suoi biografi, ma contraddetta sia dai documenti relativi alla sua attività, sia dagli atteggiamenti che assunse dal 1848 al 1860.  Intanto partecipò alla rivolta a Napoli  del 15 maggio 1848, fu successivamente tra i fondatori di una società segreta carbonico-militare, che, seguendo una  tradizione del 1820, voleva operare nelle file dell’esercito, e  provvide l’organizzazione in Basilicata, ove si era trasferito, nel paese paterno di Montemurro. Repubblicano convinto per diffondere le idee liberali si servì dei commercianti montemurresi i quali, commerciando in tutto il Regno di Napoli, poterono annoverare tra le proprie esportazioni anche le idee mazziniane. Accusato nel 1850 di essere membro di un’inesistente setta dei “Pugnalatori”,pretesa filiazione della società carbonico-militare, dopo un periodo di latitanza usufrui della sovrana indulgenza del 17 genn. 1852. Dopo aver passato l’anno 1856 in giro per la Basilicata, Puglia, la Calabria, il Salernitano e il Cilento a ordinare le file dell’Associazione Unità d’Italia, Albini fu perseguitato dalla polizia borbonica come pericoloso rivoluzionario. Sebbene condannato per ben tre volte, rispettivamente dalle corti criminali di Napoli, Potenza e Catanzaro, il mazziniano lucano  riuscì sempre a evitare la cattura,. Dopo aver disapprovato e sconsigliato la spedizione di Sapri, nel1857 Montemurro fu poi individuata quale centro d’azione della Basilicata dalle guardie borboniche, e l’Albini dovette trasferire la sede del comitato nella masseria della famiglia Marra in località Morroni, sempre nel territorio di Montemurro, poiché il paese fu completamente raso al suolo dal terremoto del 1857. Lo stesso Giacinto Albini miracolosamente sopravvisse, dopo essere rimasto sepolto dalle macerie di una casa per oltre 24 ore. La caccia senza quartiere dei Borboni contro i rivoluzionari costrinse Albini a trasferirsi ancora, questa volta a Corleto Perticara. Ma nel 1860,  dopo la Battaglia di Milazzo e la presa della Sicilia da parete dei Garibaldini, la Basilicata fu la prima regione del del Regno della Due Sicilia a dichiarare l’insurrezione contro Francesco II di Borbone; Giacinto Albini, insieme a Camillo Boldoni e Nicola Mignona si riunirono a Corleto Perticara, la sera del 13 agosto, per organizzare l’insurrezione della provincia. Al colonnello Boldoni fu dato il comando delle azioni militari, così come stabilito da un telegramma pervenuto dal comitato unitario di Napoli del 10 agosto precedente.  Il comitato insurrezionale aveva sede nella casa dei signori Senise. La prima insurrezione a Montemurro il 14 agosto), poi  Corleto Perticara  il 16 agosto), poi a Potenza  il 18 agosto. Il 2 settembre Giuseppe Garibaldi entrò in territorio lucano, a Rotonda. Il giorno seguente attraversò in barca la costa di Maratea, e presso Lagonegro, in località Fortino, raccolse gli uomini lucani che lo seguirono fino alla Battaglia del Volturno. Giuseppe Garibaldi nominò pertanto il patriota montemurrese “Prodittatore e Governatore della provincia di Basilicata” con poteri illimitati nel loro incontro ad Auletta, avvenuto il 5 settembre 1860. Data l’idea di dittatura instaurata da Garibaldi in Sicilia, la stessa forma di governo fu adottata in Basilicata.

L’editto di formazione del governo proto-dittatoriale fu il seguente: « VITTORIO EMANUELE, Re d’Italia
IL GENERALE GARIBALDI, dittatore delle Due Sicilie
1°. Un governo Pro-Dittatoriale è stabilito per dirigere la grande insurrezione Lucana.
2°. I suoi componenti sono i cittadini Nicola Mignona e Giacinto Albini. Segretari: Gaetano Cascini, Rocco Brienza, Giambattista Matera, Nicola Maria Magaldi, Pietro Lacava.
3°. I suddetti componenti sono in seduta permanente nell’antica sala dell’Intendenza.
Potenza, il dì 19 agosto 1860 »

Dopo l’ingresso di Garibaldi a Napoli, il 10 settembre il Governo Provvisorio della Basilicata si sciolse, e la provincia passò agli ordini di Garibaldi dittatore di Napoli.

Cessate le funzioni di Governatore ebbe un incarico secondario, alla fine del quale si ritirò a vita privata, dimenticato dal governo del neonato Regno d’Italia. Solo in seguito a vive pressioni il governo si decise a concedergli incarichi di prestigio, nominandolo Tesoriere generale della provincia di Benevento e successivamente Conservatore delle Ipoteche di Basilicata. Eletto deputato nel 1861 alle prime elezioni del Parlamento Italiano (elezione annullata in considerazione del suo ufficio retribuito), vice sindaco di Napoli nel 1867, fu consigliere comunale di Benevento nel 1868 e infine, dal 1876 al 1878, sindaco di Montemurro.

Morì a Potenza l’11 marzo 1884. Dopo la sua morte, Roma volle ricordarlo con un busto al Pincio, ponendo un suo busto di marmo vicino a quello di altri personaggi della storia d’Italia