Gli elementi connotativi del romanzo: vitalità, visionarietà, inferenzialità, ironia ed altro ancora.
Mario Santoro
Nella società contemporanea si scrivono tanti libri e magari si legge poco e spesso in maniera evasiva e superficiale e ci si lascia andare a commenti e critiche senza veri approfondimenti; per fortuna, però, ci sono anche libri interessanti che si tornano a leggere e si riscoprono sempre gradevoli e accattivanti. A me accade spesso. Uno degli ultimi riletto da poco è il romanzo “Un applauso anche all’orchestra” di Giuseppe Iaquinta che si pone, per chi ha letto il primo suo apprezzabile racconto “L’asino alla finestra e il vitello sul campanile”, come una sorta di continuità in linea con quella che potrebbe anche definirsi saga familiare coi rimandi evidenti ad una visione allargata nello spazio e nel tempo, ai caratteri della fascinosità visionaria e a certi aspetti particolari che ritornano, coi richiami reiterati e insistiti, con tanti flash back, con il ricorso ad un tono amabile, e al tempo stesso capace di andare ben oltre, di richiamare e proporre parola e musica che si coniugano egregiamente sulla base di una complementarità arricchente, tonificante, aggregante. La rilettura mi spinge a riaffermare, con convinzione, che la parola cessa di essere solo denotativa per farsi connotativa e a forte carica inferenziale per scivolare nella musica e farsi essa stessa tale; ovviamente, accade anche il contrario, e cioè che la musica tenda a sciogliersi delicatamente nella parola. Per dirla più semplicemente, appare del tutto evidente, sin dalla prima pagina, che la magia della parola, sovente poetica, si avvale della misteriosità della musica e del bel canto. Ed è così che il doppio legame intenzionalmente si consolida e si pone come elemento guida per il lettore che apprezza ancor più il richiamo, in esergo ai capitoli, ad opere classiche, non prese casualmente ma secondo una rigorosa e attenta scelta in una sorta di ulteriore filo conduttore in uno con i tempi che scandiscono tutto il lavoro: “Allegro con spirito”, “Andante piuttosto allegretto”, “Allegro ma non troppo, un poco sostenuto”, “Un poco adagio, cantabile”. Si tratta di quattro tempi che albergano un percorso particolare nei meandri dell’anima che si eleva prepotentemente, si alleggerisce, sollevandosi sulle punte e quasi spicca il volo, senza alcun bisogno di ali, vere o di cera come quelle di Icaro, in una sorta di sospensione dello spirito, assai più leggero dell’aria, per navigazioni e sperdimenti nella progressione- regressione dei passaggi fino alla chiusa, che non è mai veramente una chiusa, verso l’ “adagio cantabile”. E qui il cantabile ogni lettore lo fa proprio dando ad esso l’intonazione più consona al suo stato d’animo e diventa dunque canto per il canto, musica per la musica con toni, ora forti, ora tendenti al dolce, al delicato, al tenero, al neniato, ipnotico, al ronroniano, al canto di culla un po’ pascoliano ( don don… e mi dicono dormi…più nulla sul far della sera) ma forse anche più vicino alla franca tenerezza del Giusti di “Sant’Ambrogio” (sentia nell’inno la dolcezza amara dei canti uditi da fanciullo…) prima di riprendere vigore e tornare a farsi ancora forte o addirittura tonante con la voce di “Totonno” Canto, musica e parola sanno scuotere dal di dentro e spingono a tirar fuori il ‘flatus vocis’ finanche di chi, come lo scrivente, nella sua vita, per un sorta di falso pudore o per timorosa vergogna, non ha mai cantato se non nella mente e in segreto e, già solo per questo, sente della gratitudine nei confronti di Giuseppe Iaquinta. Il titolo del romanzo “Un applauso anche all’orchestra” la dice lunga e va ben oltre il significato letterale superando gli aspetti limitanti che la congiunzione copulativa “anche” potrebbe sottintendere in termini di mera, benevola concessione; qui essa va a rafforzare il valore dell’orchestra piuttosto che a deprivarlo e a sminuirlo sicché potrebbe assumere il significato di “soprattutto” o per lo meno indicare una sorta di pari merito. E va da sé che l’orchestra deve essere intesa come insieme armonioso, e produttrice di vertigine come l’immagine in copertina assicura più e meglio di tante parole speciali di cui il libro si compone nel racconto brillante, dinamico, sognante sulla scia della saga familiare con rimando, per tratti soprasementali, alla “Macondo” di Gabriel Garcia Marquez, o alla “Miracolo” del romanzo “Concerto di memorie” del sottoscritto. Mi si perdoni l’autocitazione. Anche qui si va oltre lo stereotipo della famiglia lucana che sperimenta l’emigrazione con gli elementi costitutivi e restrittivi tipici. La famiglia di Mario r Scularedd si trasferisce, da un paesino della Basilicata, che è Vietri di Potenza e che resta per l’autore “cuore del mondo”, in Campania ove metterà le radici (e che radici!). C’è nei personaggi la consapevolezza orgogliosa delle proprie qualità, la ricerca dell’affrancamento meritato, la capacità di adattarsi al nuovo ambiente in maniera non acritica ma secondo il concetto piagetiano di intelligenza, ossia mantenendo la propria originalità e non scadendo nel conformismo deleterio. Inoltre non manca la forza indomita di volere raggiungere certi obiettivi e di mantenere vivo e saldo il legame col mondo di provenienza, al punto di pensare di poter tornare al paese d’origine anche per riacquistare la terra, un tempo venduta. E tutto questo risulta ben evidente grazie al linguaggio che si ammanta di ironia bonaria che sa diventare, ed è un grande merito, autoironia con tendenza alla canzonatura. Accade cosi che il linguaggio ne guadagna in freschezza e la lettura mantiene sempre uno stato di leggerezza anche quando si fa pensosa e riesce ad attutire il senso della sconfitta, talora bruciante, mentre fa giganteggiare personaggi e situazioni altrimenti non apprezzabili. E vale per la figura del ragioniere, della maestra ottantacinquenne, del colonnello e così via dicendo che restano stampate nella mente del lettore, come tipi incancellabili nei loro atteggiamenti e comportamenti grotteschi e presentati nei loro aspetti anche grossolani, con precisione e finezza. E mi pare di poter cogliere, anche con riferimento a taluni gustosi episodi, carichi di humus popolare, e all’uso di termini ed espressioni dialettali, certi collegamenti con la migliore tradizione napoletana ed in particolare con richiami ai racconti di “Spaccanapoli” di Domenico Rea, del lontano 1947 ma sempre attualissimi e soprattutto a Giuseppe Marotta, e ai suoi romanzi migliori (“L’oro di Napoli”, “San Gennaro non dice mai no”, “Gli alunni del sole”, “Gli alunni del tempo” ecc). Non a caso alcuni spunti e certe descrizioni sono ben accostabili agli autori citati e si impongono per la freschezza del linguaggio e per l’aderenza alla realtà che risulta sempre viva e palpitante nella variopinta rappresentazione di modi di vivere, di voci che si sovrappongono, di rumori che risultano familiari, di suoni generalmente armoniosi, di contrapposizioni, apparentemente violente e inconciliabili, e di facili e naturali ricomposizioni.Si tratta di quadri di vita da cogliere così come appaiono. Dovunque ci sono descrizioni assai efficaci come nel capitolo “Il debutto” dove tutto si svolge in un clima di leggerezza, di ironia, di disponibilità al sorriso e allo sfottò nell’evidente esagerazione sempre crescente, con personaggi che si appalesano all’improvviso come macchiette o tipi e ricorrono ad un linguaggio colorito, spinto e talora impietosamente irriguardoso, fino a rasentare il dileggio e la scurrilità. E di contro, in un confronto per cosi dire impossibile, c’è la figura dall’animo nobile dell’impavido, riservato tenore, scaraventato sul palco a tentare di superare ogni ostilità. Si determina così un’atmosfera teatrale che ha del grottesco e dell’irreale e che fa soffrire il lettore che, va senza dire, è dalla parte del debole, in questo caso del tenore che vorrebbe fuggire piuttosto che sostenere il pubblico. Accade così che il povero Tony Incubo, come viene presentato da Fofò, con magniloquenza scontata e un po’ gretta, debba subire epiteti, che abbatterebbero chiunque, ed espressioni irripetibili che portano all’inevitabile, sonora pernacchia. E su questa l’autore sente quasi il dovere di qualche precisazione: E’ opinione comune che la pernacchia sia da inserire nel novero dei disdicevoli rumori che il corpo umano è in grado di produrre e che il suo esecutore non sia altro che un villano sbeffeggiatore. Niente di più sbagliato, perché la pernacchia ha dignità di suono e il suo esecutore quella di strumentista. La pernacchia ha tutti i caratteri del suono: altezza, frequenza, timbro e ritmo; e quindi il suo esecutore, dal momento che rispetta questi parametri va considerato a pieno titolo un musicista. E quella sera, quel solista si rivelò musicista di grande talento. La pernacchia, dunque, è parte attiva di tutta la scena che si arricchisce di rumori, suoni, voci alte e sguaiate in un clima surreale che permane anche dopo la prova dell’ancora aspirante tenore, con urla, fischi, sberleffi, ammiccamenti, allusioni grossolane e sempre pernacchie di ogni tipo, qualche ortaggio e le espressioni crude, dirette e poco omaggiose, per usare un eufemismo, con la inevitabile conclusione che investe in pieno il tenore: Vattènne: nc’ hé fatte muri o Ma chi t’ha mannato ccà? Nun te fa vede’mai cchiù! In una condizione siffatta, che davvero annienterebbe chiunque, Totonno, pallido come un cencio e con la morte nel cuore, alla fine della sua esibizione, ha la forza di indicare Fofò e gli altri suonatori e di chiedere, con un filo di voce, coperto dal frastuono e dagli insulti dei presenti, e con l’amaro in bocca, l’applauso anche per l’orchestra. Qui suona davvero malinconica e sconsolata l’espressione, a causa della delusione subita e sancisce quasi il crollo di un sogno lungamente accarezzato e inseguito; crollo che potrebbe suonare quasi definitivo e totale nel contrasto, stridente fino all’inverosimile, con la realtà. Dunque l’espressione di Totonno rischia di offrire una chiave di lettura e di interpretazione particolare al titolo del libro se non fosse bilanciata dalla ripetizione della esibizione in una condizione totalmente diversa, in campeggio quando il tenore si esibisce magistralmente per i fratelli. Così, dopo l’applauso convinto da parte loro, egli si inchina e poi si gira verso il torrente vicino e l’albero su cui gli uccelli cinguettano e chiede, impettito e serio come non mai, l’applauso anche all’orchestra che davvero assume ben altro valore e significato tanto più perché il velo di ironia, che percorre tutto il romanzo, qui cede il posto alla seriosità del momento! Ci sono molte descrizioni meritevoli della sottolineatura, per la capacità dell’autore di ricorrere ai particolari anche minimi con rimandi a situazioni lontane nel tempo e nello spazio. Pare quasi che, ogni tanto, egli si conceda una pausa e si astragga momentaneamente dalla narrazione che, ovviamente, non ne soffre, per ricamare situazioni che restano impresse nella mente del lettore, condite come sono sempre dall’ironia.Vale per Alfonso, detto Fofò che lavora per sopravvivere in una fabbrica di divani e materassi. Era un uomo piccolo e magro che calzava scarpe da circo. Le mani, artritiche, terminavano in dita lunghe e sottili deformate dai continui maltrattamenti inferti alla tastiera del suo vecchio pianoforte che, fedele come un cane, mai osava ribellarsi. Il suo cliché di artista gli imponeva un abbigliamento eccentricamente elegante. Nessuno lo aveva mai sorpreso senza giacca, ma mai la giacca era a misura del suo tronco: perlopiù era corta e stretta, e abbottonata somigliava a quei corsetti che fasciavano il torace delle antiche dame. E così l’autore continua nella sua meticolosa descrizione: analizza i calzoni dal colore indefinibile, le camicie con i colletti e i polsini usurati, i bottoni disuguali e incompleti, il basco rosso mattone mai di sghimbescio, il volto rasato e poi il naso, gli zigomi, il mento, le stalattitiche orecchie, gli occhi piccoli e saettanti. Il personaggio è particolare, (non è il solo ovviamente), capace di praticare con abilità l’arte dell’arrangiarsi in maniera più o meno onesta e di inventarsi sempre nuovi lavori in aderenza alla realtà e al costume di certi ambienti e ceti sociali. Non a caso è abile nel gioco delle tre tavolette, pratica qualche truffa, un po’ di sana prostituzione, un assaggio di contrabbando e, per non stare senza fare niente, si inventa “talent scout” di “fanciulle da avviare alla professione di consolatrici di sessi depressi e di giovani apprendisti dell’arte dello scasso e del borseggio” e chi più ne ha più ne metta. Si tratta, nel caso di Fofò ma anche di altri soggetti, di figure in qualche modo strampalate e geniali, di tipi intelligenti e sfortunati, di personaggi, per così dire, picareschi, capaci di nutrire sogni impossibili e di andare incontro, con apparente spavalderia e distacco, a fiaschi e fallimenti enormi e di farsene una ragione rinviando a tempi migliori e a fortune che forse non capiteranno mai. E ha ragione Iaquinta a considerarli sempre un po’ figli della follia che, nella dose giusta, non guasta. Ma torniamo ancora alle descrizioni dei personaggi tra i quali spicca la figura dell’anziana maestra di canto che davvero pare rilevante quanto grottesca, quasi una maschera buffa. La maestra si presentò al nuovo allievo agghindata come se dovesse entrare in scena per cantare “Vissi d’arte” della Tosca. Il cranio, ormai quasi del tutto calvo, era rintanato in una parrucca che surrogava un’improbabile fluente chioma corvina. Con mano provetta quanto quella di uno stuccatore aveva ricoperto il volto e il collo di almeno tre strati di cerone che le conferivano un biancore lunare. Gli occhi spinti troppo fuori dalle orbite dagli antichi sforzi canori, erano sormontati da sopracciglia a forma di lombrichi scuri disegnati da una matita tremolante. Sulle gote campeggiavano due chiazze rosse, parafrasi della salute. Con mano malferma aveva zaf ato le labbra di rossetto, ma con quella stessa approssimazione del bambino che colora per la prima volta un disegno, e pure la dentiera aveva ricevuto così la sua generosa razione di rosso mattone. Il collo, vertebre e poco altro,era adornato da una lunga collana di grosse perle finte color giallo rancido. Il suo corpo rinsecchito era composto in un lungo vestito viola damascato con motivi floreali, mezzo rosicchiato dalle tarme. La scollatura, grazie al cielo contenuta, e i bordi delle maniche erano impreziositi da una coppia fila di merletto nero, in più parti cucito e sfilacciato. Anche qui i particolari si aggiungono ai particolari con gusto e voglia di attardamento da parte dello scrittore che indulge, compiaciuto su ogni dettaglio. Non meno particolare appare la figura del colonnello, strampalata e misteriosa, sognante e lontana dalla realtà, quasi, per certi tratti, donchisciottiana, senza mulini a vento ma carico di una visionarietà tutta particolare. Era un uomo di statura poco superiore alla media ma che l’estrema magrezza faceva sembrare ancora più alto. Sul voto, pallido come uno che aveva appena soddisfatto una crisi di astinenza di un vampiro, sembrava incollata la maschera dello stupore. L’ampia fronte, sormontata da capelli corti, neri e lucidi, era percorsa da solchi non troppo profondi, paralleli, ognuno dei quali, alle due estremità si curvava verso l’alto a disegnare, una parentesi tonda. Il naso, ben proporzionato ma nettamente deviato a destra rompeva ogni simmetria. Le lunghe orecchie, con i lobi praticamente attaccati alle guance mentre i vertici, appuntiti, erano ben distanti dal capo sembravano ali posticce applicate ad una testa che volentieri si sarebbe staccata dal collo per volarsene verso altri assurdi mondi. I baf oni erano come un tetto spiovente che proteggeva le labbra, violacee e sottili, dal gocciolare di pensieri molesti. La barba, folta e nera anch’essa ma con qualche riflesso rossastro, culminava verso il basso in un pizzetto che andava così a formare il vertice del tetro tronco di cono cui si era ispirato il buontempone che gli aveva progettato il volto. Ma ciò che rendeva veramente inquietante quella maschera era l’espressione senza tempo degli occhi, spalancati, che sembravano emergere dalle scure orbite come due relitti in un mare nero in cui da poco si era acquietata una spaventosa burrasca. E non sono solo le figure umane ad essere raccontate con dovizia di particolari ma anche gli ambienti, sempre fuori dal comune, dove i segni del passato e della decadenza, sono anche troppo evidenti. Era una stanza non molto grande, in cui non c’era nulla che non fosse anacronistico. Se ci fosse stato un calendario appeso ad un muro si sarebbero convinti di aver varcato una soglia del tempo e di essere entrati nel sedicesimo secolo… Il tavolo era ricoperto da u pesante drappo di velluto di un colore ormai indefinibile, probabilmente rosso al tempo di una qualche crociata. Al centro troneggiava un vaso con mummie di fiori, e verso le estremità facevano lugubre mostra due candelabri di legno, ricoperti un tempo da una patina dorata ormai quasi completamente rosa a causa di un paio di secoli di cacatone di mosche colitiche. La tenue illuminazione della stanza era af idata ad un lampadario che sarebbe sembrato troppo austero pure agli ospiti di una cappella funeraria…C’erano quadri di battaglie combattute prima della scoperta dell’America, e nature morte sepolte; un’enorme teca che pretendeva di essere una collezione di antichi cimeli bellici – pugnali, pistole, moschetto e spingarda – ma era diventata un monumento al trionfo della ruggine. Libri antichi i inneggiavano a condottieri, guerre, battaglie ed altre simili amenità. E altrove si può leggere: L’appartamento era costituito da una sola, ampia stanza in cui l’unica cosa che non difettava era la luce, assicurata da un balcone ben fissato, quello sì, sui cardini. L’arredamento sarebbe sembrato spartano anche agli spartani; un letto ad una piazza e mezza con un materasso poco più spesso di una sottiletta e una rete le cui molle cigolavano già alla sola intenzione di coricarsi sopra; un cassettone costituito da quel poco legno sopravvissuto ai banchetti di varie generazioni di tarli che si reggeva ancora stoicamente su quattro mattoni che avevano preso il posto dei piedini; un piccolo guardaroba la cui unica anta era ricoperta da uno specchio che non poteva più riflettere nulla, tanto era rotto e medicato da generose strisce di carta gommata in quasi tutta la superficie. Ma ci piace andare oltre con altre situazioni che vedono ancora protagonista Totonno che, pur assaporando finalmente le gioie del successo, si porta dietro e dentro un corredo di timidezza e di impaccio che spesso lo condizionano soprattutto nei confronti delle donne. E’, come si direbbe oggi, un imbranato e perciò ha bisogno del sostegno di qualcuno che lo spinga e lo sorregga come accade nell’occasione della conoscenza di Ninetta. Egli la nota in un veglione, ma è la cognata Carmelina a incoraggiarlo e spingerlo con decisione verso di lei perché la faccia ballare ma, come sempre accade ai timidi, “un pirata del ballo lo sorpassa e lo precede: “Bella, vuoi ballare con me questo lento?” le miagolò il pirata. Ma Ninetta, senza scomporre di una virgola l’espressione del viso, come ad un segnale convenuto, si voltò verso le sorelle. Quelle, con le braccia conserte e lo sguardo fisso nel vuoto, senza tradire la minima emozione e con un sincronismo perfetto, scossero all’unisono due volte il capo, prima a destra, poi a sinistra. Nel meridione esiste un modo di dire no che non ammette repliche e che allo stesso tempo non comporta il minimo coinvolgimento emotivo da parte di chi vuole opporre un rifiuto, in quanto non si avvale di alcuna espressione verbale, nemmeno di un monosillabo. Ninetta, fissando l’aspirante cavaliere col suo sguardo panna e miele, estese il capo all’indietro e gli sibilò il suo nzù – una sonorità già nota all’epoca di Penelope che se ne servì ripetutamente per respingere le prof erte dei Proci – che si ottiene dischiudendo leggermente le labbra e facendo schioccare come una frusta la punta della lingua in un punto ben preciso della cavità orale, tra il palato e l’arcata dentaria superiore. A quello nzù perentorio, lo screanzato battè in ritirata lasciando campo aperto al tenore…. Tra i personaggi grande importanza assume la figura del capofamiglia, Mario, già protagonista nel romanzo precedente che, anche se un po’ defilata campeggia ugualmente e, quasi senza intervenire direttamente, sembra tenere insieme i fili che legano le storie. Egli mantiene un discreto silenzio e, quasi in punta di piedi, si muove come defilato, tranne che in talune circostanze, tra chiese e preti. E come accade nelle storie, che sono somme di tante storie, il capo famiglia Mario r Scularedd, tormentato negli ultimi tempi dall’ulcera e malconcio nel corpo che a stento riesce a nutrire, confortato dalla religione e dal clarinetto che ogni tanto tira fuori per una esibizione che principia inevitabilmente con “La forza del destino” di Verdi, secondo un copione ben collaudato, è costretto a letto e poi ricoverato in ospedale per un disperato, inutile intervento. L’autore si fa da parte e concede al fratello di seguire gli ultimi atti di vita del genitore in una sorta di comunione resa particolare dall’amore di entrambi per la musica: Toccò a Totonno ascoltare l’ultimo respiro del suonatore di clarinetto. Ed è quasi un segnale sotteso perché alla morte di Mario seguirà, di lì a non molto, proprio quella di Totonno, finalmente apprezzato tenore del San Carlo, in una serata memorabile, densa di umori e di emozioni, con al centro dell’attenzione “Il crepuscolo degli dei” e più precisamente l’atto III: Morte e marcia funebre di Sigfrido: Totonno cercò di alzare il braccio per portarlo alla nuca, ma si sentì trafiggere collo e spalle come una lama infuocata. Il destino affondò bene il suo colpo, che andò a conficcarsi nel cuore dei suoi sogni, della sua voglia di vivere e di amare. Ne sgorgò una cascata di sangue che gli inondò il cervello fino a cadde a terra. E la fine di Totonno, intorno al quale ruota tutto il romanzo che suona quasi un atto doveroso di amore da parte dello scrittore fratello del protagonista, offre la stura per una lunga digressione sulla musica e sulla morte con qualche concessione alla poesia che trasforma gli occhi dello scrittore in prato dove spuntano silenziose margherite di lacrime e crea un velo di commozione inducendo a riflessioni sul senso dell’esistenza. Ma il romanzo resta corale a tutto tondo e protagonista vero, al di là del ruolo svolto dai singoli, è proprio l’insieme dei fatti e delle situazioni, il forte legame che lega i personaggi, la coralità appunto che si avverte sin dall’inizio quando tutti insieme, avventurosamente e un po’ incoscientemente, sempre per il pizzico di follia indispensabile alle grandi cose, con il Leoncino di Sciurillo, si muovono verso la città campana. Si crea una condizione di silenzio carico di meditazione che non uccide le parole che, in verità, non solo non muoiono, anzi riprendono a vivere, appena pronunciate, come dichiara la poetessa Emily Dickinson e vincono di “mille secoli il silenzio” come ci ricorda Foscolo.
