tommaso russo

Massimo Castoldi filologo e docente nell’ateneo pavese con l’editore Donzelli ha pubblicato: Insegnare libertà. Storie di maestri antifascisti. Il volume si inserisce in quel recente percorso di ricerca che punta a valorizzare figure dell’antifascismo specie se a torto collocati in secondo piano. Con la loro coerenza, con i loro comportamenti costruirono piccole dighe alle parole d’ordine e al dilagante consenso al fascismo.

Le loro azioni quotidiane possono considerarsi frutto di una pratica politica che si definisce della dissimulazione onesta tanto cara al ‘600 barocco meridionale e ben studiata da Rosario Villari. Principali interpreti ne furono, durante il ventennio, piccole librerie, settori dell’editoria, della stampa scolastica e un plotoncino di maestre e maestri che si opposero al modello educativo fascista.

Massimo Castoldi

Castoldi nel suo libro ne fotografa ben 12. Erano socialisti, cattolici, azionisti, qualche liberale, tutti si percepivano eredi degli ideali laici, mazziniani e repubblicani del Risorgimento. Qualche nome ne indica lo spessore. Si va dalla maestra novarese Abigaille Zanetta ad Angela Costa, confinata a Corleto Perticara, la cui biografia è custodita in un delicato racconto di Giorgio Bassani presente nel suo: Cinque storie ferraresi. C’è Carlo Fontana sindaco socialista a Magenta dopo la Liberazione. Ben evidenziate sono anche le personalità della vigevanese Anna Botta e del cattolico Anselmo Cessi ucciso il 26.9.1926 da due sicari fascisti.

Nel libro si fa ampio riferimento alla casa editrice Labor e alla collana <<La Scala d‘oro>> che la Utet volle tenere in vita fino al 1970.

In questa nobile galleria c’è posto per Giuseppe Latronico (1895-1981, ivi pp. 119-129), nato a Matera e direttore didattico a Milano, senza la tessera del PNF. Nel biennio 1922-23 egli sollecita Gobetti a inviargli i libri pubblicati con le insegne editoriale de <<La Rivoluzione liberale>> per poterli distribuire alle librerie milanesi che li richiedevano. Il materano collaborava con le riviste: << La parola e il libro>> diretta da Ettore Fabietti, <<Lo scultore e il marmo>> e scriveva a Gobetti “Ti prego di far spedire a me direttamente i libri che mandi per le recensioni”. La corrispondenza fra i due si trova a Torino. Oltre a una rubrica fissa sulle riviste Latronico svolgeva funzioni quasi da segretario di redazione.

Con il fratello Ettore, anch’egli a Milano, con Tommaso Gallarati-Scotti (uno dei fondatori dell’ANIMI), con Vincenzo Cento ed altri, collaborò al giornale milanese <<Il Caffè>> fondato nel 1924 da Riccardo Bauer “in omaggio al glorioso foglio dei fratelli Verri e di Cesare Beccaria” (Vd Barbara Allason, Memorie di una antifascista,1919-1940, Ed. Avanti 1961, pp.27-28).

Piero Gobetti

Latronico collaborò con <<La Scala d’oro>> con ben 5 volumi rivolti a ragazzi dai sei agli undici anni. In uno di quei libri riscrisse La Vita di Lazzarino de Tormes trasformando quel giovane picaro spagnolo in un simbolo di libertà. Sorte simile toccò al genovese Balilla “non piccolo soldato del duce, ma giovane libero, nemico di oppressione e prepotenza” (p.124).

Nel 1936 con Fernando Palazzi (molti di noi hanno studiato sulla sua <<Novissima grammatica italiana>> edita da Principato e corredata da splendide e colorate Tavole di nomenclatura) pubblicò: Chicchi d’oro. La storia narrata ai ragazzi. Ben 290 personaggi sono “passati in rassegna” e vengono raccontati con brevi e simpatici aneddoti (in tanti conoscono la funzione che Croce attribuiva all’aneddoto nella narrazione della storia e perciò qui se ne tace). Tra quei personaggi non figurano i due compari Mussolini e Vittorio Emanuele.

Durante la guerra di Liberazione e la Resistenza Latronico che nel frattempo “Aveva aderito al Partito d’Azione” ebbe rapporti, tra gli altri, con Ferruccio Parri, con Tristano Codignola e Piero Calamandrei,  (p.121). Morì a Milano, solo, senza che nessuno, almeno fino a oggi, potesse raccontare la sua storia di “energico, onesto, coerente, ma discreto, antifascista” (p.127). Non aveva figli e non era sposato.

Un limite del libro è nello sguardo dell’autore che non si spinge sotto il Rubicone. Senza scivolare nel localismo c’è da dire che anche il Mezzogiorno ebbe nobili figure di maestri e professori antifascisti. In Basilicata si possono ricordare Michele Preziuso e Vincenzo Torrio.

Mentre sul primo esiste una bella biografia (Caliceditore 2002); sul secondo, al momento, tranne sporadici riferimenti, c’è un imperdonabile silenzio.