di IDA LEONE
“Caro popolo di Cuba: é con profondo dolore che compaio per informare il nostro popolo, gli amici della Nostra America e del mondo, che oggi 25 novembre del 2016, alle 10.29, ora della notte, é deceduto il comandante in capo della Rivoluzione Cubana Fidel Castro Ruz. Nel compiere l’espressa volontá del compagno Fidel i suoi resti saranno cremati domani sabato 26. La commissione che organizzerà i funerali darà al nostro popolo un’informazione dettagliata sull’organizzazione dell’omaggio postumo che verrà tributato al fondatore della ‘Revolucion Cubana’. Hasta la victoria siempre!”
Queste poche parole, lette da Raul Castro con la voce incrinata dalla commozione, chiudono definitivamente il secolo breve, in un 2016 che sembra essersi imposto il preciso compito di far sparire dalla nostra vita tutti i punti di riferimento ideologico e culturale. Quando dico “nostra” dico della generazione ampia nata fra gli anni ’50 e ’60, e che hanno avuto la ventura, per caso o fortuna o scelta meditata, di sentirsi comunisti.
Scrivo con orgoglio questa parola di cui adesso pare ci si debba vergognare, perché per me racchiude un modo di vedere la vita, che non ha nulla a che vedere con le degenerazioni a base di estremismi e dittature cinesi o russe o nordcoreane.
Per me comunismo significa laicitá totale, soprattutto delle istituzioni; significa amore per la cultura, lo studio, l’approfondimento largamente intesi, significa interesse per la tutela degli ultimi e dei più deboli, generositá di sé e del proprio tempo in nome di un superiore interesse collettivo, e perfino statalismo, se gli enti locali hanno palesemente dimostrato di non essere in grado di raggiungere risultati ottimali. Significa ostinato amore per la propria gente e per la libertà di esprimerlo.
So bene che Castro è vissuto troppo a lungo, che non è riuscito a realizzare quasi nessuno degli ideali che si portava dietro, e che per mantenere fede ad essi nella piccola Cuba davanti al colosso Stati Uniti ha dovuto trovare dei compromessi, e ha finito col diventare lui stesso un dittatore simile a quello che aveva abbattuto. Penso anche però che non esista dittatore così repressivo da riuscire a durare quasi 60 anni, e che nessuno ha pianto la morte di Hitler o Mussolini come ora moltissimi cubani piangono la morte di Castro. Ma non è certo una apologia, la mia. Restano a Cuba massicce riforme in senso occidentale, campagne di alfabetizzazione di massa, una sanità pubblica aperta a tutti, il senso di una lotta – nonostante tutto – per la libertà, intesa come il non farsi schiacciare da un nemico tanto più grande. A qualunque costo.
Questo ha significato per me la sopravvivenza di Castro ad almeno 15 Presidenti degli USA, il più intelligente dei quali, Barack Obama, ha capito che non era più tempo di muri nè di Baie dei Porci, e ha teso una mano.
Hasta la victoria, Lìder Maximo. Siempre.
