immacolata blescia

Immacolata Blescia

L’ SOS lanciato poche settimane fa da un gruppo di docenti toscani e che ha come oggetto l’urgenza del ripristino delle competenze linguistiche di base ( i nostri studenti universitari compiono ancora errori da terza elementare! ), sembra riecheggiare indisturbato fra le sorde orecchie del governo.

Mandiamo alla gogna i social network, le chat, le emoticons e tutti i loro affini?

Troppo facile e alquanto sbrigativo, direi!

Proviamo a fare un piccolo passo indietro.

In principio era il verbo ma subito dopo … gli sms:  massimo 160 caratteri a disposizione e così le vocali si suicidano (“nn” al posto di “non”), le “c” diventano tutte foni duri “K” quasi a voler omaggiare di continuo la germanica stirpe (“ke fai” al posto di “che fai” ), la matematica si fonde e si confonde con le lettere ( “x” al posto di “per” ), alcune parole si trasformano in rifacimenti in scala ridotta di codici fiscali (“cmq” al posto di “comunque” ).

Nasce la prima vera stagione ( ma anche stagione della primavera linguistica – giocando un pò con le parole -) delle abbreviazioni , del linguaggio stringato e sintetizzato a tutti i costi.

Poi ancora altre evoluzioni ( o involuzioni, chissà!): le chat e le emoticons.

Prende vita il linguaggio socializzato che punta all’ economia linguistica, che permette il massimo risultato con il minimo sforzo.

E’ il parlare specchio della società che gli fa da sottofondo: senza fronzoli, immediato, istantaneo.

E’ l’alba di un mondo nuovo, maledettamente dorato e accattivante, seducente e ammiccante come la più desiderabile delle donne: è il texting.

Con questo termine si indica il linguaggio proprio dei social network e costituisce una vera e propria categoria linguistica.

Alla luce di tutto ciò impelle un logico interrogativo: non è che, nell’attribuire necessariamente delle colpe a tutti i costi, forse stiamo semplicemente sbagliando bersaglio?

Il linguaggio sociale non deve essere analizzato con gli stessi strumenti e con le stesse strutture impiegate per l’analisi linguistica ordinaria ( attenzione, però: con questo non si giustificano errori che si dovrebbero apprendere e interiorizzare nei primi anni di alfabetizzazione scolastica). Siamo di fronte a una sorta di linguaggio con le dita, a una inevitabile evoluzione biologica applicata al linguaggio stesso e ciò non significa necessariamente un imbarbarimento.

Ci troviamo dinanzi alla riedizione linguistica dello scontro biblico fra Davide e Golia

Il corpo reale è sostituito da un corpo virtuale e da una sorta di analfabetismo emotivo ( basta una faccina che ride, un cuore spaccato, un pollice all’insù e tutto sembra essere stato espresso alla perfezione).

Nei  social network, infatti, tutto segue una traiettoria obbligata, tutti i soggetti che vi fanno parte si adattano alle caratteristiche degli strumenti utilizzati: la “social lingua” richiede termini lontani dall’italiano standard ( download, loggare, linkare, chattare, taggare ).

Viviamo nell’era dell’iperconnessione e  mi sento di scagionare, per ovvie ragioni storico-sociali e di costume, sia internet che i social media dall’accusa di deturpare la lingua italiana.

È vero che i giovani leggono di meno ma, paradossalmente, scrivono ( anche se, purtroppo, male ) di più: e lo fanno con le dita, sfiorando tastiere, in un linguaggio ad altissimo tasso di informalità.

Una cosa è indubbia: la lingua italiana ne esce fortemente impoverita e il duello con i social si mostra impari, data la strapotenza dell’avversario, ossia la lingua inglese.

Ci sono parole chiave che non esigono di essere tradotte in italiano ( accound, link, post, tag ).

Ma ne esce impoverito, più di ogni altra cosa, il rapporto “faccia e occhi” con l’altro, con il diverso da noi: immaginiamo sguardi e tremori di voci attraverso le nostre sterili tastiere, pensiamo a quanto le nostre parole possano suscitare effetti dall’altra parte del monitor e quasi sempre, complice l’inconscio, vorremmo che tutto si sciogliesse in un caldo bacio o in un tenero abbraccio.