LUCIO TUFANO

l’antiquario del Demonio 4)

 

 

Willam Blake sostiene, e lo conferma anche Gide, come la poetica e l’arte moderna ne fossero inevitabilmente influenzate, tant’è che lo stesso Milton sembra disturbato nel descrivere Dio e gli angeli e “la ragione per cui scrisse sui dèmoni”, e che gli riuscì bene, in quanto vero poeta e inconsapevolmente ostaggio di Satana. Di solito il talento dei poeti, afflitti dalla noia e dall’aridità dell’esistenza, delle pratiche monotone e delle liturgie ipocrite, ricorre con l’immaginazione a ben altre rappresentazioni.

Sono, quindi, soprattutto i poeti, gli artefici della creatività, coloro che hanno molta attenzione per Satana, sono affascinati dalle sue premure. Accadde a Milton per il suo “Paradiso perduto”, a Goethe per il “Faust”, a Thomas Mann per il suo “Dottor Faust”, a Paganini per il “Trillo del diavolo” e tantissimi altri nei quali il Demonio diventa Pandemonio, rimpianto, nostalgia, sensualità, passione, coraggio, rivolta, amore irrefrenabile, desiderio.

È Charles Baudelaire che sente una strana attrazione per lui, e nei “Les fleurs du mal” gli dedica Le litanie di Satana, ritenendolo il più sapiente e il più bello degli angeli, principe dell’esilio, in vitto e grande re del segreto, guaritore delle angosce umane, padre della speranza, amico dei proscritti, esperto del mondo e dei suoi territori, lì dove il Dio geloso nascose i suoi tesori o le gemme, guida degli esuli, lume delle invenzioni, consolatore degli impiccati e dei cospiratori, padre adottivo di tutti coloro che furono scacciati dal Paradiso Terrestre nella sua divina collera, ed infine invocandolo: «O Satana, abbi pietà della mia lunga miseria». Infine il poeta gli dedica una preghiera: «Gloria e lode a te o Satana, nell’alto dei cieli, ove regnasti e nella profondità dell’inferno dove, vinto, riposi in silenzio, fa’ che la mia anima, un giorno, sotto l’albero della scienza, riposi presso di te, nell’ora in cui sulla tua fronte si spanderanno i suoi rami, come un tempo nuovo».

Il celebratore della natura, delle stagioni, del mare e dei cipressi, il grande Giosuè Carducci ne dà un’immagine esaltante e azzardata per i suoi tempi e per il conformismo letterario. È la esaltazione della rivolta, della rivoluzione e del progresso.

L’Inno a Satana appare come il più ardito e lusinghiero omaggio alla Natura, alla Ragione illuminista, alla Scienza, all’Arte, è il Pantheon della civiltà del secolo XIX. «Contro il vero Dio, che si voleva uccidere, bisognava mettere un altro dio (tanto il bisogno di Dio è naturale ed insopprimibile) – scrive Giuseppe de Libero – e dal momento che esisteva un … pretendente, i poeti lo vanno a scovare per porlo sul trono[1]

E che dire di Rapisardi, che contrastava ed imitava il Carducci, pure esaltando il demonio nel suo scritto “Giobbe e Lucifero”[2].

Vi è da aggiungere che l’apoteosi di progresso, della tecnica e della vita nel suo pieno rigoglio di civiltà e di futuro, fa del Carducci, sotto certi aspetti, il padre del Futurismo Marinettiano.

Papini, dalla lettura dell’Inno a Satana, confessa nel suo lavoro “L’uomo finito”, ancor prima della sua conversione, di aver subito attrazione per Satana più del grande Vecchio che è nei cieli e che conosciamo.

È stata la fantasia e la creatività che hanno di volta in volta scolpito e rifinito le immagini di Satana, tentando di scrutarne e ravvisarne i prodigi ed i malefici. Il talento dei poeti e degli artisti non ha mai escluso la possibilità di richiamarsi all’antica vicenda, a quel personaggio terribile, imperioso, misterioso e alle sue legioni … fin da quando rievocavano le antiche scene Le scarmigliate furie che spinsero Oreste ad uccidere la madre, che fecero camminare Tullia sul cadavere del padre e che s’avventarono come ebbri su tanti disperati destini; le Erinni e Thanatos, e le parche che giocano con il filo della vita umana, e gli dei dell’Olimpo del cinismo e dell’indifferenza e la tenebra del Male che assegna al re Saul il più nero fato.

Ma la pubblicità e, spesso l’esaltazione che hanno fatto del Demonio i letterati, è stata quanto mai frequente.

Originale, nei tempi moderni, è ancora il vezzeggiato diavolo intellettuale scappato dall’inferno, bigio e con gli occhiali a stanghetta, malinconico e pedante, di cui parla G. Malpurgo nel suo commento all’Antologia Italiana (1938 A. XVI. Mondadori, Milano) annotando come fosse sfuggito all’attenzione di Dante nel suo viaggio, tanto da non occuparsene, trascurandolo e suscitando la sua vendetta nell’afferrare l’anima di tutti i sapienti che, nei secoli, avrebbero letto l’opera di Dante.

«C’è all’inferno questo diavolino malinconico … con il naso aguzzo, la coda e le corna, non armato con raffio o forcone, né spada, né frusta. È armato di penna stilografica, e quando viaggia, ha una valigetta entro cui vi è la macchina per scrivere … Il diavolino, piccolo Mefistofele, sembra fuori di sé; salta, becca qua e là come una scimmietta, squittisce, arriccia la coda, poi si cheta, si gratta il naso con la penna e adagio si lascia sdrucciolare giù.»

È proprio così! Senza l’evocazione e l’ispirazione del Mefistofele, entità sovvertitrice e avversa, l’universo dei poeti diventerebbe insondabile. L’evocazione di Satana poliedrico, nelle sue metamorfosi, le sue trasumanazioni accendono l’immaginazione, infervora non solo i poeti, gli scienziati, i filosofi, i teologi, il folklore, la storia umana.

Il demonio, personaggio, creatura, spirito, entità, è così grande e complesso, che non si riesce a parlarne senza precipitare nel banale, nel luogo comune, quelli dei pretonzoli, degli sciamani, degli stregoni della magia e delle sette, dei falsi esorcismi, dei satanismi, delle streghe e delle messe nere.

 

 

 

 

 

 


[1] Giuseppe de Libero, Satana. Torino, SEI, 1935.

[2] Rapisardi, Lucifero. Editrice Madella tip. Vincenzo, Bonon. Sesto san Giovanni, 1915.