Mario Santoro
Già il titolo, “I racconti della sera”, intriga. E se è chiaro il suggerimento implicito a leggere le storie con calma, senza fretta e con lunghe pause di riflessioni, meglio dinanzi a un caminetto acceso o nel classico salotto con le gozzaniane “buone cose di pessimo gusto”, trattandosi di racconti senza tempo o per lo meno collocabili in un mondo andato, con caratteristiche specifiche e segni di miseria da poter toccare con le mani, il richiamo alla sera, con il fascino allusivo alle ombre che scendono, crea un’atmosfera tutta particolare, magari per effetto della evanescente luna,
amica dei pastori e dei poeti. Si tratta di una modalità di raccontare che risuona dolce e tentatrice all’udito, si carica di antico e, a tratti, si fa struggente e malinconica, dolce e triste a un tempo e, come allude il sottotitolo “La fontana, la luna e altre storie” si ammanta di sottile magia anche per effetto del linguaggio che sembra ben adattarsi, e nella modalità narrativa e nei toni, alle situazioni e al contesto socio-ambientale che rimanda a una condizione anche un po’ arcaica con i suoi valori certi e gli inevitabili disvalori, con l’attaccamento alla terra, il bisogno della casa, la necessità di procacciarsi il necessario, o almeno l’indispensabile, per sopravvivere.
Franco Sabia srotola la matassa dei ricordi, compie un vero tuffo nel passato, e lo fa con evidente compiacimento sentendosi a suo agio e come obbligato verso le generazioni che non sono più, con queste dieci intriganti storie che racconta. Senza alcuna forma di appesantimento, (rischio che pure poteva correre) ripropone, attraverso i personaggi, che risultano sempre ben caratterizzati pur senza abbondare di dettagli e di aggettivazioni e senza attardarsi nelle descrizioni con precisione e fedeltà, situazioni ambientali, descrizioni gradevoli e veritiere, rapporti relazionali spesso affidati a espressioni sintetiche ed immediate se non anche al silenzio o al cenno d’intesa, allo sguardo, suddivisione di compiti e ruoli in una visione d’insieme chiara, sistematica, armonica.
Così i racconti scivolano via con regolarità e fanno il paio con l’acqua della fontana che scorre in maniera perpetua e che, come l’autore scrive nel Prologo diventa un po’ la protagonista delle storie, il luogo di incontro delle persone, la confidente privilegiata, la custode di tanti piccoli e grandi segreti degli abitanti della Masseria, ed è, con innegabile velo di presunzione nel dichiararsi la più bella del circondario, generosa nell’offrire la sua acqua fresca e pura alle donne che si avvicendano ai comodi lavatoi, raccontandosi fatti, misfatti e confidenze, agli uomini coi barili, coi secchi, con gli orci da riempire, alle bestie che si accostano alle vasche per abbeverarsi. E già il lettore è proiettato nell’atmosfera che accompagna tutte le storie e si immerge nella lettura piana, a tratti come compassata, pensosa, gradevole, con la sensazione di essere quasi co-protagonista e di vestire, quasi per magia, i panni dell’uomo dei campi.
Nel primo racconto domina il dialogo tra la vecchia fontana, costruita nel 1932, in un clima di trionfi e di nuovi Imperi, quando Benito era il Dux, osannato da gran parte degli italiani, e la nuova, appena realizzata, titubante e pensierosa, piccola, rispetto a quella che don Geronimo Vaccaro, aveva costruito all’Imperatrice e don Andrea Corbo a Iscalunga. Al dialogo tra le due fontane si affianca quello tra gli umili abitanti con rimandi alle varie contrade, confronti e paragoni improponibili con proprietari terrieri importanti e galantuomini, e con un senso di appagamento per quello che, pian piano riescono a realizzare, malgrado il voltafaccia del Principe che aveva impedito loro di possedere diverse coppie di buoi per arare.
La seconda storia riguarda la famiglia di Rosecchia, estremamente povera e bisognosa che, data l’annata magra, rinuncia alla mietitura per evitare, quanto meno, di pagare l’affitto. E’ storia di miseria terribile, ma anche di violenza e di prepotenza a danno dei più deboli che non hanno il diritto alla difesa e devono sottostare in silenzio. E’ storia desolante di palese ingiustizia che lascia l’amaro in bocca al lettore. La miseria è tale da costringere Assunta, la madre di Rosecchia, a raccogliere cicorie selvatiche e cardi per preparare la parca cena e da spingere il capo famiglia ad abbandonare la casa e lavorare lontano come guardiano di vacche. Non avendo più nulla da mangiare, qualche mese dopo Assunta è costretta ad andare a chiedere aiuto a Michele Arcangelo e a Donata Maria che, per carità cristiana, da pagare a caro prezzo, le danno pane e un pezzo di formaggio. E nel mese di marzo Vitomichele e Donatantonio, i figli del ‘benefattori’ si presentano a riscuotere: Stiamo andando ai pascoli invernali…Resteremo una settimana…Ci portiamo Rosecchia. Se no chi cucina per un’intera settimana?. La conclusione cruda, è facilmente immaginabile e l’autore, che ha radicato il senso del pudore, fa bene a tacerla o ad affidarla, al rientro in casa della fanciulla dopo una settimana, alla chiusa sintentica: Entrarono in casa in silenzio. Un silenzio di cui Rosecchia non si sarebbe più liberata.
Dopo la lunga e travagliata storia di Vito seguono racconti più brevi, quasi che l’autore abbia bisogno di riprendersi, di fermarsi un attimo a respirare. Uno si incentra sul senso della dignità del fanciullo Vincenzo che alla fine trova il coraggio di opporsi alla insopportabile prepotenza dello zio don Alfonso. Un altro sulla necessità di salvare l’onore nella silenziosa non dichiarata ‘gara’ di resistenza al freddo, più che alla fatica. Ed è gara vera, tacita, tenace, quasi ‘usque ad’. Un altro ancora esalta la bella figura di Maria Carmela ‘perseguitata’ dalla sorella del militare Andrea, Maria che si danna per combinare il fidanzamento tra i due che non si conoscono affatto. E riesce nel suo intento con buona pace di tutti e per la felicità del lettore. Tatto, delicatezza, spirito di sopportazione, sentimenti da tenere celati nell’anima o comunque da non sbandierare, sembrano essere gli elementi dominanti. E c’è ancora il racconto “Araldico convivio” con la storia di Angelo, grande lavoratore e pieno di amici come lo definisce l’autore, capace di andare nei campi prima dell’alba quando la luna era ancora alta nel cielo e Venere la seguiva ben distinta e poco distante, innamorato della sua donna avara di smancerie… mai una carezza, un apprezzamento, un bacio (almeno in pubblico), e pronto a divertirsi con gli amici, fino a dimenticare i suoi doveri. La morte improvvisa di Donatuccio, descritta con abilità e puntualità nello straordinario rimando alle scarpe da morto, che, lucide come non mai si vedevano ai piedi di questi contadini, obbliga Angelo a partecipare con altri al funerale impegnando l’intera mattinata e subito dopo, come da consolidata consuetudine, a prendere un boccone in cantina e poi ad attardarsi in piacevole trastullo con gli amici. Intanto Caterina, la moglie, si sobbarca tutto il lavoro e si preoccupa ed entra in ansia per lo scorrere lento delle ore senza che il suo uomo ritorni. Si fa sera e le ombre rendono ancora più angosciante l’attesa e poi finalmente sente la voce di Angelo che canta con il codazzo dei suoi amici e si tranquillizza. E’ contrariata e vorrebbe urlare la sua rabbia ma finge di nulla anche quando il marito invita tutti ad entrare e con disinvoltura e tira fuori del buon formaggio pecorino e del pane. Tutti siedono e Angelo, a voce alta, dice alla moglie di andare a prendere in cantina una bottiglia di vino. E’ davvero il colmo e ci si aspetta una reazione terribile dalla donna che non si scompone e risponde dura: E se non ci voglio andare?. Ora tutti temono il peggio e, per fortuna, Angelo serafico replica: Ci vado io. E la storia, che suona un po’ vera e come accaduta, si chiude in bellezza, quasi nello stile del Boccaccio di “Chichibio cuoco e la gru”.
Chiudono il libro tre altri racconti diversi: la grossa marachella di Francesco, senza conseguenze, con tanto di indulgenza e di perdono da parte della madre e con il severo ammonimento: Ciò che non è tuo non prenderlo, anche quando pensi che sia di nessuno che è un po’ il rimando di un antico detto: “Ciò che non è tuo, non devi nemmeno guardarlo”; la grande passione per il gioco di Rocco, che permette alla capra che sta pascolando di intrufolare il muso nel tascapane con il cibo per poter rientrare a giocare con i compagni con la scusa di avere fame; la nuova maestra che, dopo un anno di scuola in una campagna sperduta, si dispiace di andare via.
Un bel libro, non c’è che dire, capace di fornire informazioni e di documentare con realismo e puntualità la vita dei contadini di un tempo, di riproporre, per memoria, fatti e situazioni, rapporti e relazioni, contrasti stridenti tra famiglie povere e più povere, usi e abitudini ataviche: mangiare tutti nello stesso piatto; vivere nello stesso ambiente; nutrirsi con poco cibo e di scarsa qualità; lottare per la pura e semplice sussistenza, tenersi tutto dentro; non poter godere della luce artificiale e soprattutto non avere in casa acqua corrente. Basterebbe, a riprova di tutto ciò, rifarsi all’ultima storia, al dialogo tra la giovane insegnante Flora ed Elisabetta, la padrona di casa. La maestra chiede del bagno che non c’è come conferma l’altra placidamente: “E… come faccio” ribatté sconsolata la ragazza. “Come noi! Non c’è un altro modo” “Cioè?” “Il giorno nella stalla e la notte nel vaso, che sta sotto il letto” E viene in mente l’episodio di un’altra maestra, in un’altra campagna, che al mattino, sul presto si affacciava alla piccola finestra della sua stanza-scuola e svuotava il vaso da notte che una volta andò a colpire in viso un contadino che in quell’istante passava. Alle scuse della vergognosa maestra, passando le mani per ripulirsi l’uomo, serafico e tranquillo, rispondeva: -Non vi scusate, signorina, è capitato e poi… sono cose del tutto naturali-
Ti ringrazio, Franco, per le tue belle storie che ora sono un poco anche mie.
