Il racconto della domenica

di GERARDO ACIERNO

Si chiama Cosimo il ‘tuttofare’ del ‘Circolo Anziani’ di Torretta. Oltre alle consuete incombenze richieste dalla vita associativa – pulire il locale, prelevare il giornale all’edicola, accendere la stufa, tenere in ordine le carte da gioco – frequentemente gli tocca far compagnia ora all’uno ora all’altro socio quando questi, per una serie di circostanze, rischiano di ritrovarsi in situazioni non proprio in linea con le cosiddette buone maniere predicate e volute da certa parte della comunità paesana.

      Stanotte – per dire – Cosimo fa da ‘spalla’ a Marcantonio, che già il nome dice tutto.

      Piccolo, smilzo, Cosimo cammina silenzioso, raccolto sotto un Borsalino di secondo pelo; l’altro, invece, è un omaccione tutto carne e paroloni. Sotto le armi lo chiamavano ‘il granatiere poeta’ perché tra una ripulita al cannone e una scazzottata in palestra componeva rime per canzonette che un giorno – diceva lui – sarebbero state cantate in qualche festival importante e alla TV.

        A Torretta, Marcantonio ha una macelleria in Corso Italia, dirimpetto al Circolo, ma dopo aver squartato un maiale, tritato il muscolo di una podolica, tirato il collo a un tacchino, corre al tavolo sul retro del negozio e cerca d’impastare parole e note per improbabili stornellate e stornellatori.  

        Quando beve un bicchiere di troppo, di solito capita di domenica, Marcantonio passa la nottata nei vicoli del paese a commentare a voce alta fatti personali, a tirare conclusioni che ai paesani sembrano del tutto sconclusionate ma che simpaticamente chiamano ‘i notturni del macellaio’. Ne sta componendo un altro dei suoi notturni anche questa notte.

         È successo che don Camillo, il ricco farmacista di Torretta, avendo tagliato il traguardo degli ottant’anni ha offerto una ricca cena nel giardino di casa. I due amici insieme ad altri conoscenti sono stati, come si dice, cordialmente invitati. Si è formato, così, un plotoncino di tranquille persone declinanti verso la vecchiaia: il vicesindaco (… no, il primo cittadino è a Roma … affari e ministeri … sapete come vanno queste cose…), il professore in pensione, l’autista del bus di linea, il mastro sartore e, a sorpresa, anche il parroco. Vino esclusivamente rosso. Salsiccia alla brace. Caciocavallo impiccato. E un po’ di musica con la fisarmonica di Rocchino ‘u ptenzesë. Nostalgie, amenità e bei discorsi su … quel che passa il convento di questi tempi …

           Finita la festa, Cosimo e Marcantonio stanno ritornando a casa. Almeno ci provano. Si comportano come fossero bottiglia e bicchiere: distaccati ma non distanti, uno affianco all’altro, pronti entrambi a darsi una mano, a passarsi sigarette e accendino, insomma a sostenersi a vicenda. Attraversano le strade del paese parlottando. Per la verità parla e di continuo soltanto Marcantonio. Cosimo se ne sta muto. Annuisce, borbotta qualcosa, giusto per confermare e approvare il monologo dell’altro. Il tono di voce dell’aspirante paroliere si alza dopo ogni passo. Il poderoso vino del Vulture, padrone incontrastato delle cantine del farmacista sorregge e incendia lo sproloquiare del macellaio. Il silenzio circostante ne amplifica le pause, le emozioni e gli altri sentimenti diventando naturale portavoce e megafono involontario.

       Marcantonio cerca di convincere Cosimo che la solitudine ha qualcosa d’affascinante e di misterioso perché la voglia di parlare con gli altri, di confrontarsi, di condividere le cose prima o poi è destinata ad esaurirsi nella tranquilla e un po’ codarda ripetizione del ‘… ma chi me lo fa fare.

       È una vera e propria botta di malinconia quella che ha preso il macellaio. Un riflusso prepotente di rimpianti e delusioni. Tra pensieri mozzati e acidi commenti, Marcantonio fuma sigarette in quantità in faccia al povero compagno di strada. Con lo sguardo rivolto ai monti, là dove s’intravede il chiarore del giorno in arrivo, Marcantonio aggiunge tutto d’un fiato: “Vedi, amico caro, adesso siamo qui, noi due e sta facendo giorno. Io e te a quest’ora e in questo ‘stato’ siamo convinti di essere i padroni di tutto quello che ci sta intorno. In realtà ci accompagna il grigio, il colore della mediocrità. Grigia è l’alba, grigi i tuoi e i miei capelli, grigio quel filo di fumo che fuoriesce da quel comignolo e grigio il colore di quel muro, grigi sono i nostri giorni. Amico caro, dimmi tu perché dovremmo dirci felici?”

      Lunga pausa. Nessuna risposta. Altra sigaretta. “Felici e contenti solo perché don Camillo ci ha invitati al suo compleanno? O perché il nostro paese, come si dice qui, presuntuosamente, è bello senza ‘se ’ e senza ‘ma’?  Per che cosa io dovrei gioire? Per la macelleria? Certo, la carne porta soldi e i soldi fanno comodo ma non mi sono serviti a mettere su una famiglia. Tu mi chiedi perché non sono stato capace? E chi lo sa! Ecco, avanti, dai! rispondi: perché dovrei essere felice?” Silenzio. Cosimo tace. Marcantonio fuma e parla, parla e fuma: “Vuoi vedere, ora, cosa faccio? Ecco, mi appoggio qui, spalle a ‘sto muretto, tiro fuori la mia armonica a bocca e mi metto a suonare canzoni d’altri tempi. La mia maestra diceva che chi vive in compagnia delle note musicali non muore mai. Santa donna!”

       Alla fermata del bus, frattanto, si va radunando gente: sono mattinieri pendolari diretti in città.  “Caro Cosimo – insiste Marcantonio – pensi che verrà qualcuno di loro ad ascoltare la mia sonata? Si affacceranno ai balconi donne e bambini come un tempo accadeva? Te lo ricordi? ‘Strafatti’ com’eravamo di birra e di altre sostanze, ci accampavamo sotto la torre dell’orologio e aspettavamo che la carica di quelle sfere si esaurisse. Ti ricordi? Si fermavano sempre alle undici di sera. E noi pronti a gridare come matti: -Evviva, il Tempo si è fermato! – Ma il Tempo non s’arresta. Scorre. Fugge. Scappa. E ci lascia soltanto pieghe. Rughe profonde proprio come i solchi arati da z’ Carluccio l’aviglianese nei suoi terreni a Santo Spirito.”

        Distrutto dal mancato sonno e dal lungo monologo dell’amico, Cosimo, sempre senza fiatare, infila il braccio sotto quello del compagno come a confortarlo.  Del resto, cosa dire? Tutto gli sembra giusto e condivisibile del ragionamento di Marcantonio.

        Una finestra sepolta nel buio del vicolo s’illumina improvvisamente e da quella si leva una voce femminile. Intonatissima, simile al canto dell’allodola, sembra voler rispondere alle domande dell’intristito compositore: ‘noi siamo le storie che lasciamo…  noi siamo il tempo che viviamo …’ È una voce bellissima. Dura il tempo di una stella a San Lorenzo. E finalmente Marcantonio tace.