CATERINA ARRIGONI

In passato mi succedeva, talvolta, di svegliarmi con un pensiero, un’ incredibile voglia di scrivere, perché magari avevo in mente una storia, una poesia, anche solo una parola, che volevo fermare su un foglio.

Ma non lo facevo, non potevo, c’era la colazione da preparare, i bambini da vestire e portare a scuola, e, una volta entrata in ufficio, non potevo assolutamente lasciarmi andare a nessuna distrazione. Dimenticavo tutto e mi immergevo nelle mie carte,  o nei problemi della gente, quelli che richiedevano soluzioni rapide e concrete, altro che poesia e filosofia!

Mi dicevo che, forse, tornando a casa la sera avrei potuto ritrovare in qualche angolo nascosto della mia mente quel pensiero mattutino, quella poesia che mi aveva suggerito il sorgere del sole…,ma c’era la cena da preparare e i bambini da mettere a letto.

 Poi, prima del sonno, dovevo pensare a preparare il pranzo per il giorno dopo, altrimenti, se non fossi rientrata ( come accadeva spesso), la famiglia sarebbe stata a disagio.

Insomma, la famiglia era necessariamente e giustamente al primo posto, subito dopo c’era  il lavoro, sempre diverso e stimolante, e a me  piaceva.

Ma mi prendeva dalle otto del mattino alle otto di sera, e talvolta anche di più,  costringendomi a saltare il pranzo, per cercare di ridurre il tempo di assenza,  e recuperare così un po’ di spazio serale per godermi la famiglia.

A volte, percorrendo l’autostrada deserta in ore impossibili, e sempre per lavoro, mi ritrovavo a fantasticare: vestivo i panni di fantomatici personaggi e vedevo scorrere nella mente altre vite, altri luoghi.

Poi un clacson, o il sorpasso rumoroso di un grosso veicolo, mi richiamavano brutalmente alla realtà e non riuscivo a trovare più neanche una piccola traccia di quei personaggi e delle loro storie. La mente veniva presa da ben altre preoccupazioni e cancellava tutto.

Con i figli cresciuti, che sapevano provvedere a se stessi, finalmente speravo di dare spazio ai miei pensieri, alle mie fantasie, di attardarmi sul mio quaderno, con la penna giapponese nelle mani, e quell’inchiostro nero che riesce,meglio di ogni altra penna di valore, a dare colore  ai miei pensieri.

Ma, passati molti anni, dopo aver consumato molte penne, quelle che ti assegna l’ufficio, sono stata costretta dalla necessità  di modernizzazione della P.A. all’uso del computer.

Mi sono abituata ad usarlo, senza neanche tante difficoltà, e ho pensato che se i pensieri attraversavano la mente, potevo ugualmente fermarli lì, su quel foglio di Word.

In fondo, cosa cambiava?

Già, scrivere è un’esigenza, è l’urlo dell’anima, quando non può la voce, o la bocca è cucita dalla minaccia, dalla violenza.

Scrivere si deve, perché tra le righe si può leggere la sofferenza che non può essere rivelata, perciò, con qualunque mezzo, dovevo farlo!

Ora, dismessi gli abiti dell’integerrimo funzionario pubblico, che viene rappresentato come una persona senz’ anima, con i paraocchi e priva di cuore e fantasia, mi riprendo la  vita, la mia libertà di pensare,e torno in quel negozio giapponese a Roma,dove qualche tempo prima mi ero incantata a vedere tutti quei quaderni dello stesso colore, pazientemente ordinat ia centinaia su uno scaffale, e quelle bellissime penne trasparenti. Non resisto alla vista di tutto quel materiale, e compro una pila di quaderni e quelle bellissime penne che fanno venir voglia di scrivere.

Durante il viaggio di ritorno ho già in mano una di quelle penne e il mio archivio di pensieri: il quaderno!

Comincio ad alzarmi presto, e impaziente come un bambino che non vede l’ora di aprire il suo regalo, mi accomodo alla scrivania dello studio.

Faccio appena in tempo ad aprire il quaderno, che sento un fruscio. Una presenza misteriosa si aggira per la casa. Resto in attesa, prestando orecchio ad ogni minimo rumore, poi la porta si apre, e come uno zombi compare lui, mio figlio:  “Buongiorno mami”, mi dice teneramente, “già in piedi”? come per dire “hai occupato la scrivania che serve a me ”.

Io capisco e mi alzo pazientemente, perché lui ha il suo computer sulla scrivania e deve lavorare, il mio è puro diletto, posso rimandare.

Vado in cucina a preparare la colazione, sapendo che mio figlio non potrà trattenersi più di un’oretta.

Così avviene, e per un po’, chiusa nello studio, nel silenzio della grande casa e nel  buio vinto solo dalla luce gialla di un antico lume,  la mia bella ‘giapponesina’  macchia qualche riga del quaderno, finché qualche altro apre la porta dello studio :”Ciao amore, che fai a quest’ora”?

Che gli posso rispondere per essere lasciata in pace?

E lui continua: “Vieni in cucina con me, non lasciarmi solo”.

Non riesco a rifiutare un invito così tenero e sincero!

“Eccomi”. 

Chiudo il quaderno, vado in cucina e guardo l’orologio. Sono quasi le dieci, bisogna pensare al pranzo, devo far la spesa, rassettare un minimo.

Devo far tutto fuorché pensare, fuorché sognare, fuorché desiderare di liberare la mia anima, e abbandonarmi alle mie fantasie.

E mi sembra d’avere così tanti pensieri che affollano la mente, ma così poco tempo e poco spazio per raccoglierli.

Non importa, il mondo non perde niente, solo io ho perso tanto, sopraffatta dal dovere e dall’amore!