ANNA MARIA SCARNATO
Tutti, dopo la presa del potere in Afghanistan da parte dei talebani, stiamo imparando a conoscere il loro modo di trattare un popolo umiliandolo nel corpo e nelle idee, negando le loro libertà, il diritto di essere uomini e donne che scelgono di vivere trovando un giusto equilibrio tra le aspirazioni e il credo religioso.
Non esistono solo loro, questi negatori della vita che si appropriano del potere su Stati che imparavano a vivere secondo modelli di democrazia di paesi più emancipati e rispettosi dell’uguaglianza della donna rispetto all’altro genere, a “mettere fuori la testa da un velo” per respirare a pieni polmoni un’ aria libera.
I “talebani” non sono poi così lontano da noi, anzi sono già tra noi. Sono i “talebani della politica” che, mirando ad un potere personale, disgregano il popolo frazionandosi in molteplici liste di candidati elettorali e a tempo scadente possono associarsi se viene concesso quanto più si avvicina al loro oggetto di desiderio. Salvo ,poi, giustificarsi con “verità comode” che “calzano”,secondo un detto paesano, come “l’ scarp da zit” (le scarpe della sposa strette ma obbligate dall’occasione ), per provare la scalata al potere. Cosa diversa , comprensibile e legittima una reunion all’ultimo istante che potrebbe essere decisiva a segnare la vittoria per un governo capace di gestire nella migliore prospettiva la realizzazione di un’idea condivisa a vantaggio delll’intera comunità, sacrificando postazioni ed anche candidature e concedendo ugualmente l’appoggio per fede in un progetto. Ma i “talebani” della politica non fanno tutto questo . Aridi e rozzi nella sensibilità, non costruiscono, distruggono cose e persone. Meglio diffidare da subito e riconoscerli nei comportamenti di chi in questo momento pre-elettorale prometterà cose che dopo non manterrà, di chi magari è abituato a dare appellativi di bugiardo più calzante a sé che ad altri in pubblico, dichi ha mortificato gli animi, di chi è capace di tradire le aspettative di una comunità per scopi personali o di famigllia propria e acquisita, di chi si serve di lingua infuocata come “arma” nel gettare discredito sugli altri, di “armi” come il convincimento falso per “assoldare” lo sprovveduto candidato che è lì finalmente e può sedere in una stanza dove si decidono le strategie per una vittoria e non sa nemmeno il perché della sua candidatura decisa a tavola dopo un invito finalizzato. Povero strumento che vive un sogno indotto e non un ideale, vive la condizione di sottomesso ad ambizioni più grandi di chi lo “arruola” e giustifica l’impegno nella politica con visioni di film già visti. E’ questa la condizione del capo “talebano”, del classico fanatico rincorritore di chimere non comunitarie, invaghito di amicizie opportunistiche in cui il valore umano è uguale all’urna che si riuscirà a riempire. Un “capo talebano” è colui che vuole raggiungere la posizione al vertice di una lista elettorale imponendosi e proponendosi con supponenza . Chi non reagisce ai “talebani della politica” così rappresentata costituisce solo “manodopera” prestata a chi si mette a capo di un gruppo per comandare da solo su un territorio che abbisogna non di capi ma di persone al servizio dei cittadini e costruttori di verità; di scoprire cosa c’è sotto la lotta innescata, contro l’odio che divide un popolo. I “talebani” sono tra noi e non vengono da lontano, viscide presenze pronte ad entrare nelle noste menti ed appropRiarsi delle nostre libertà. Il loro approccio che “promette”, le loro mani ora più gentili che ci “toccano”, ci violentano con la parola bugiarda tentando di deviare le nostre convinzioni fondate su una tradizione politica liberaldemocratica che ha caratterizzato la vita della nostra città; di dare un senso diverso e immotivato alle nostre paure e delusioni; di annullare le residue possibilità di sognare ancora un futuro; di influenzare le nostre azioni. I “talebani della politica” nascondono disegni “perversi”, dove un grafico rappresentativo potrebbe dimostrare come la divisione di un vantaggio per tutti i cittadini ha un rapporto numerico pari a dieci a me e, se resta, un decimo a voi. Le nostre comunità al voto oggi più che mai hanno bisogno di un racconto diverso che va oltre gli schieramenti contrapposti, verso l’unità sociale. Il popolo afghano vuole fuggire dai talebani per riacquistare i diritti conquistati e sognano un mondo dove la parola e i costumi non uccidono. Il popolo tenta una resistenza senza armi contro gli oppressori.Noi occidentali, noi italiani, noi bernaldesi e metapontini, chiamati alle urne e non alle “armi”, abbiamo la responsabilità di non cadere nella persuasione dei “talebani della politica” che sulle debolezze umane, sulle condizioni di necessità socio-economiche, sulle ferite scoperte, si dichiarano disposti e favorevoli a “curarle” in cambio di consenso. E allora, che girino a vuoto sulle nostre strade. Non tendiamo le mani verso di loro (c’è anche il Covid) che, proprio come i talebani dell’Afganistan che hanno approfittato dell’abbandono delle terre da parte delle forze militari per invadere, si servono delle defezioni di chi ne ha conosciuto il volto, per autoproporsi e proclamarsi curatori di interessi comuni cercando di assoggettare al consenso elettorale e al riconoscimento del loro valore civile ed istituzionale . Ecco tracciato il profilo dei “talebani della politica”, anche “trasmigratori di giornata” che si “girano”come cacicavalli di un noto possidente agricolo della città, messi a stagionare e pronti a sfruttare il vento favorevole. I cacicavalli di G. L., secondo un detto popolare.Saremo noi elettori ad insegnare loro che la libertà non si baratta, le coscienze non si offendono, che il voto è l’unica ricchezza certa che abbiamo. Spogliamoli allora dell’abito di cui si rivestono e riconosciamo solo le buone volontà e le competenze., le persone scelte per guidarci e che con umiltà si pongono in modo responsabile di fronte ad un compito impegnativo.
