(Il racconto di Natale)

di  Gerardo Acierno

Ai primi di dicembre del duemiladiciannove Umberto D., in treno, ritornava dopo molti anni nella sua terra lucana. In giro la voce su di una possibile pandemia in arrivo lasciava il tempo che trovava. Umberto ritornava giù al sud dalla ‘rossa’ Bologna. Di quella città aveva da subito costatato con un certo favore che essa non ti impone percorsi obbligati ma ti suggerisce di lasciarti andare tra le sue strade e sotto i suoi portici, a costruirti una passeggiata dal centro storico fin su alle colline oppure a raggiungere le poderose ville nelle pianure circostanti. Aveva conosciuto e apprezzato una città con mille cose buone, la città del cibo e delle cooperative, la città della cultura, dei motori e dell’intrattenimento. Eppure quel giorno egli smaniava dalla voglia di rivedere le sue arrotondate montagne, le minuscole e differenti realtà dei suoi borghi, la città capoluogo di regione con le sue cento scale. Desiderava, insomma, tornare a respirare l’aria buona e pulita della sua terra lasciata. 

Estratto il cellulare dalla tasca del woolrich, s’era messo a digitare sulla tastiera parole su parole. Poi, giocando con esse, aveva eliminato a casaccio da quel minuscolo dizionario una serie di parole lasciandone qualche dozzina o poco più sul display e s’era industriato a comporre qualcosa di leggibile, di senso compiuto. Alla fine gli era venuta fuori una poesia che così recitava:

In questa sazia città/ prendo il tram/ per inseguire passanti/ sfiniti di pioggia e foschia/ conteggiare fermate/ indeciso dove sbarcare:/ in Saragozza?/ Porta San Felice?/ Dri dal canel?… Aveva un lontano/ sapore d’agrifoglio/ la stazione della mia città:/ le sue strade/ le ripiegate strade lucane/ compagne verso casa/ riflettono ancora luci natalizie/ ardue speranze/ sogni possibili ?” .

La donna che gli sedeva di fronte vedendolo così assorto in quest’ operazione gli aveva chiesto:

– È scrittore lei? –

– No, signora –

– Giornalista? –

– Per niente – aveva risposto Umberto giocando a nascondersi a quella curiosità tutta femminile. – E allora ha insegnato! – aveva aggiunto la donna convinta e felice di avercela fatta a scardinare l’ostinato riserbo di quell’anziano signore suo momentaneo compagno di viaggio.

– Ebbene sì – aveva ammesso Umberto con un mezzo sorriso.

– Scuola media? Liceo? – aveva crocchiato lei, mezza età, rossa di pelle, nera di capelli, forse lucana come lui.

– No, scuola elementare –

A questa sua ultima risposta Umberto, settantenne maestro a riposo, aveva intravisto negli occhi di quella donna un lampo di sufficienza come a dire “ ..bèh, niente di straordinario”.

– Ah, maestro di scuola? – aveva poi aggiunto acida la donna.

– Sì e allora? – aveva risposto lui con tono di sfida. Al che la donna, capito che l’insegnante se la stava prendendo, aveva poggiato il capo sul vetro del finestrino e aveva chiuso immediatamente gli occhi.

Il resto del viaggio Umberto lo aveva consumato a inseguire un po’ di ricordi. Fatti e persone di un mondo quasi del tutto scomparso o comunque mutato profondamente. Aveva ritrovato nella memoria il suo primo anno d’insegnamento, docente di ruolo straordinario in procinto di passare a ruolo ordinario e di completare così e per sempre la sua carriera.  Millenovecentosettanta, una pluriclasse mista di quindici bambini. Una comunità scolastica figlia di un manipolo di contadini abbarbicati su spoglie colline d’argilla dove ci si ostinava a coltivare il grano, a pascolare pecore e ad allevare maiali. L’inverno a rincorrere il vento che s’infilava furente nella stamberga che fungeva da aula e la primavera a caccia di topi che scivolavano spavaldi tra le carte geografiche, la legna da ardere nella stufa di ghisa e i cappotti ancora utili per una stagione umida e piovosa. Umberto ricordava con amarezza anche la prevista visita di controllo dell’Ispettrice, giunta fin lassù in compagnia del Direttore Didattico e del Segretario della scuola. Ricordava bene il nome altisonante (Teodolinda De’ Goti), il maestoso abito nero lutto, la stilografica impugnata da falangi ossute e cadaveriche, il suo silenzio sdegnoso e sdegnato, lo sfregolio dei fogli del Registro di Classe setacciato minuziosamente, il suo secco colpo di tosse per dire arrivederci senza dire una parola ai bambini.

E poi era ricomparsa la figura spaurita di Mauro,  il giorno in cui il piccolo aveva infilato la sua infreddolita manina tra le sue per farsela stringere e riscaldare. Lui aveva capito e gli aveva preso anche l’altra mano. Senza parlare, senza chiedere nulla, ma il resto della scolaresca aveva iniziato a cantilenare “… maestro a casa di Mauro non c’è il camino … è una casa vecchia … il papà di Mauro è disoccupato … Mauro ha freddo, maestro!”.

 E poi si era ricordato del Natale di quell’anno in cui sua madre era ‘volata in cielo’ come aveva detto il prete quando era venuto a benedire la salma. La nebbia, quella volta, rovistando in giardino si era fatta gelo sul ramo dei cachi. Tutt’attorno non si scorgevano segni natalizi né si vedeva il muschio né si annusava il suo profumo. La neve di bambagia usata per scrivere gli auguri sulle vetrine dei barbieri gli aveva messo addosso tanta tristezza. E tuttavia le campane della notte della vigilia anche quella volta gli erano sembrate sostenere e dar forza alla sua fede, inesorabile come la primavera che avanza nelle cortecce. La sua gente era gente di bottega, con il colore un po’ anemico tipico della categoria  e da essa emanava odore di fatica e di sudore. Quello – aveva sempre pensato Umberto – non era il sudore dei ribaldi: sapeva di serenità e di speranza. Sapeva di pace e di onestà.

E quando un lontano profumo d’agrifoglio, improvviso e piacevole, lo aveva riportato alla realtà, aveva capito d’essere giunto alla stazione della sua città. Era notte, faceva freddo. Il tassista aveva velocemente caricato il bagaglio e davvero la strada verso casa rifletteva luci natalizie. Prima di scendere si era sentito prendere da un moto di speranza e ora che un giovane gli correva incontro per abbracciarlo, aveva concluso che era possibile continuare anche a sognare. I trucioli della pialla se ne stavano bene accumulati nelle giovani braccia di quel suo splendido nipote.

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