ROSSELLA VILLANI

Il castello di Melfi venne fondato, in età normanna, su un impianto fortificato (castrum) preesistente, databile tra la fine del secolo XI e il successivo, attribuito da alcuni studiosi al catapano bizantino Basilio Boiannes (1017-1027). L’edificio normanno, fatto edificare da Ruggero II, nel 1129, aveva pianta quadrata ed era munito di quattro torri negli angoli coincidente, per grandi linee, con l’edificio che oggi ospita il Museo Archeologico Nazionale. Di queste quattro torri, tre sono ricomprese nelle murature attuali. La quarta, di cui rimane ben visibile un troncone sul muro N-E esterno, fu abbattuta per far posto alla Torre di Marcangione, innalzata da Federico II. Questi fece di Melfi uno dei cardini del suo regno nell’Italia meridionale, come dimostrano le famose Costituzioni di Melfi, un celeberrimo compendio giuridico dell’epoca. Tra il 1223 ed il 1225, Federico II munì il castello di una prima cinta muraria separata dal palazzo, che si chiudeva tra due torri esterne con funzione di carcere (Torre del Marcangione) e di maschio (dongione). Quest’ultima, denominata Torre dei Sette Venti si trova sul lato settentrionale e successivamente è stata collegata al corpo centrale da uno spalto che avrebbe ospitato gli appartamenti di re Carlo d’Angiò. L’avvento degli Angioini comportò un ulteriore ampliamento del castello che, con il completamento della cinta esterna e del fossato, l’aggiunta di tre torri pentagonali, di altre tre rettangolari e il completamento della maestosa cisterna assunse l’attuale fisionomia. Successive modifiche furono apportate da Giovanni II Caracciolo (1456-1460) e dai Doria (1549- 1590) che, ricevuto il feudo nel 1531 da Carlo V, lo hanno detenuto fino al 1952 quando fu ceduto allo Stato italiano. Oggi esso ospita il Museo Archeologico Nazionale di Melfi. I materiali del museo, databili dal VII al III secolo a.C., sono esposti secondo un ordine cronologico ed accompagnati da pannelli esplicativi con riproduzioni fotografiche delle fasi di scavo dei siti da cui provengono i reperti. Per la maggior parte si tratta di corredi tombali, in alcuni casi di tipo principesco, caratterizzati nella fase arcaica dalla presenza di armi e di oggetti ornamentali e nel periodo classico anche da materiali di importazione greca ed etrusca. Per la fase arcaica (VII-VI secolo a.C.) ricordiamo i corredi funerari di alcune tombe di Lavello e di Ruvo del Monte, con i loro vasi di produzione daunia, il vasellame in bronzo e le armi. La principale manifestazione dell’antica cultura lucana, tra il VII e il IV secolo a.C., è però costituita dai bronzi lavorati, di cui il museo di Melfi conserva le testimonianze più rilevanti con elmi e corazze, cinturoni, armature intere e parti di carri. Nei corredi del IV secolo a.C. emergono gli esemplari di ceramica magnogreca a figure rosse mentre al III secolo a.C. risalgono una coppia di busti di terracotta rinvenuti in località Gravetta, presso Lavello. Il pezzo più famoso del museo è però Il sarcofago di Rapolla, di età romana, datato alla fine del II secolo d.C. e attribuito a scultori originari dell’Asia Minore, l’odierna Turchia. Il monumento funebre, dedicato alla memoria di Emilia Scauro, figlia di un patrizio Romano, fu rinvenuto nel 1856 lungo il percorso della Via Appia, nel territorio di Rapolla, vicino i resti di una villa Romana. Il sarcofago, dalla colorazione candida e dalla imponente bellezza classica, è giunto ai nostri giorni in ottimo stato conservativo. Sul Kline vi è adagiata la statua della giovane defunta, reclinata su di un fianc immagine che riporta alla memoria Jacopo della Quercia ed il suo monumento funebre a Ilaria del Carretto. Interessante è l’acconciatura dei capelli della donna, ordinati e raccolti in forma ondulata, tipico costume dell’epoca. Al di sotto del letto marmoreo vi è riprodotto un colonnato in stile corinzio, formato da edicole nelle quali sono presenti, in tutto lo splendore classico, eroi e protagonisti della guerra di Troia. Ritroviamo così quindici statue, rispettivamente cinque nei lati lunghi, tre nel lato breve sinistro e due sul lato breve destro, con al centro riprodotta la porta dell’Ade a simboleggiare il passaggio tra il regno dei vivi e quello dei morti. Nel lato sinistro si possono ammirare le statue di Elena, Ulisse e Diomede a ricordare verosimilmente l’episodio del ratto del Palladio nella guerra di Troia.