ANNA MARIA SCARNATO

Chi ha seguito la notizia, corredata dell’immagine, di un cavallo esanime che non ce l’ha fatta ad affrontare il caldo di uno dei mezzogiorni di fuoco al traino di un calesse che portava turisti in visita alla città dei Sassi di Matera, penso abbia come me provato una stretta al cuore così forte da fargli quasi udire l’ultimo dei suoi respiri affannosi, caduto al suolo stremato. E la vita del cavallo e la sua fine far venire in mente quella dell’uomo a chi ha vissuto l’esperienza della vicinanza ad un congiunto o ad un amico negli ultimi e dolorosi istanti prima dell’abbandono. Sarà il caldo, si potrebbe dire, sarà l’empatia verso questo animale che rimanda ad un accostamento che ne riconosce significato comune. Come il cavallo muore per il lavoro così anche l’uomo da sempre rischia la vita. E muoiono entrambi per l’eccessivo caldo. L’animale per l’uomo che lo governava e dal quale avrebbe ricevuto una zolletta di zucchero, caramelle, biada e forse carezze come rinforzo positivo. Ed esso, il cavallo tirava il calesse con 40° gradi e più, per “mantenere” il suo padrone, per ringraziarlo delle cure e del ricovero in una stalla, della mansione che gli aveva affidato all’interno di un programma di trasporto urbano. Agognava l’arrivo, non aspettava altro che riposo e gratificazione dopo il lavoro. Morto per lavoro……come tanti uomini che da sempre ed anche quest’anno fanno lievitare i numeri di un report nazionale spaventoso. L’uomo il cui lavoro deve esercitarsi nei vincoli normativi e che spesso ugualmente ne è vittima. Questo uomo che viene formato, “addestrato” ad un comportamento che poi non si traduce in azioni prescritte per mancanza di strumenti di protezione individuale, l’uomo che è costretto a lavorare per ore su una bicicletta per consegnare cibi ed ogni commessa a clienti, attraversando incroci e superando piazze cittadine per una miseria di salario. La morte inesorabile coglie nei campi assolati dove esso raccoglie pomodori o frutta….nel mare quando un bagnino salva persone e la incontra esso stessa… sui tetti dove lavora esposto al caldo afoso ma continua a farlo per guadagnare il pane…nei campi di grano schiacciato da vettori che si ribaltano…sulle strade mentre ripara ponti o ne rattoppa il manto…..mentre aspetta un mezzo che lo deve portare a casa all’uscita dalla fabbrica di Melfi. Mancanza di illuminazione che non consente ai tanti veicoli di avvistare un pedone costretto a morire sull’asfalto. Il lavoro, questo diritto- overe, quest’attività a cui non si riconosce ancora il giusto salario per il quale comunque mai si deve rischiare la vita. E mentre si fatica a voler riconoscere il giusto compenso, il cosiddetto salario minimo, il
lavoratore con il suo sacrificio, magari dopo che ne è stato vittima, riesce a far parlare di leggi che gli permettono una cassa integrazione per i periodi più caldi. I lavoratori, come i cavalli, devono, spesso, andare a testa bassa per mantenere in essere un rapporto di lavoro……Procedono per il padrone che vigila in molti casi più sui profitti che sulle condizioni ambientali a cui sono sottoposti gli operai, i braccianti, i suoi dipendenti. Come il cavallo, l’uomo ha i “padroni” ancora più in alto, nei posti decisionali, essi dicono di lavorare per l’uomo ma pretendono e riescono in una nottata ad aumentarsi i compensi per sedere nelle camere parlamentari, nelle giunte regionali e comunali. Evidentemente per esigenze istituzionali ….per abiti costosi da esibire ad incontri, commissioni, eventi anche a cerimonie funebri di questo o quel lavoratore la cui morte è risaltata alla cronaca e dove si prevede una grande partecipazione umana. Vetrina anche queste per farsi notare. E’ il loro “lavoro” che li porta a banchetti fioriti, siamo noi cittadini che li mandiamo in quegli scranni, a sedere su poltrone che avranno il potere di far loro sognare un futuro dorato da vip, da padroni. Noi i cavalli, alcuni asini da soma, tutti dignitosi esseri che hanno smesso di sognare. Per noi nemmeno un treno decente che ci possa condurre in viaggi della speranza, lontano da “megere” che dirigono presidi ospedalieri con bacchette e pozioni al veleno. Nessuna Frecciarossa che porta turisti da Roma a Pompei ha un’altra corsa per la Basilicata. Nessun treno che possa portare i viaggiatori a destinazione se non attraverso corse sostitutive disastrose, quando sono lì ad attendere. “Cristo si è rifermato ad Eboli”. Noi i cavalli che devono sacrificarsi per il “bene” dei padroni, loro le briglie che stringono con le tasse e leggi ad personam rei pubblicae, noi da vessare fino allo stremo. Poi la zolletta di zucchero….300 e passa euro agli indigenti, agli ultimi della società secondo i padroni. L’oblio coglie coloro che “governano” per le loro esigenze……un sentimento di odiosa indifferenza per i dipendenti messi in cassa integrazione dalla “padrona” mentre richiedeva svolgimento di mansioni all’interno delle società gestite anziché collocarli a riposo. Secondo i fatti narrati e da dimostrare in sede adatta. Ma è un’altra storia questa. Qui se fosse vero, “i cavalli” risultavano fermi in bella mostra, come quelli del palazzo ducale dei Conzaga di Mantova che veramente li venerava, ma in realtà scorazzavano “vivi” al comando della “duchessa”, pensando che mai alcuno avrebbe osato dubitare di un trattamento diverso. Esposti lucidati, ritrovati stanchi e ”opachi”. Dopo questi pensieri, che si susseguono come immagini che concorrono ad indignare e a considerare le diverse opportunità di vita degli uomini, mi appare in conclusione un’altra figura… quella dell’ ”animale” che si ribella al compito e all’ ”ammaestramento” a cui è sottoposto per condizione, allo zuccherino, al contentino, ad un popolo che riprende a “scalpitare”, ad alzare la testa e con coraggio dica al “suo padrone” che lo governa: ”Senza di me, non sei niente”. Questo mi piace, il sussulto del popolo che in questa estate non si lascia distrarre da spettacoli di piazza che i governi ci concedono, dalle zolle di zucchero cadute dalle loro tavolate, quando il giorno dopo deve affrontare problemi che sono vere tragedie e non rappresentazioni teatrali, non fiction ma esperienze dove la carne viva dell’uomo duole e chiede balsamo che non arriva.