Anche quest’anno gli esami sono “andati”. E, come quasi ogni anno, anche in codesto, travagliato 2022 ho “spulciato” le tracce del tema di italiano, da sempre un mio “pallino”. La curiosità, sostanzialmente, giace nel vedere in che modo le tracce si evolvano abbracciando i temi scottanti dell’attualità, oltre ai più classici rimandi all’amplissima tradizione artistico-letteraria italiana. In questo frangente, sono rimasto molto colpito dalla traccia dedicata al testo-riflessione del giurista italiano Luigi Ferrajoli relativo al Coronavirus, alle sue “lezioni” e alle sue “perturbazioni” sulla società. La traccia, in sostanza, sottolineava come la pandemia di Covid-19 sia stata una emergenza globale per quattro caratteri specifici che illustra punto per punto. Il Covid ha colpito tutto il mondo, per la spettacolare visibilità, il fatto che sia effetto collaterale di tante catastrofi ecologiche, la capacità di diffondersi rapidamente ovunque colpendo indistintamente il genere umano, ricchi e poveri. Al contempo, il virus ha colpito duro anche in altri ambiti, mettendo in ginocchio l’economia, alterando la vita di tutti i popoli, costringendo a ripensare politica ed economia e a riflettere su passato e futuro, dice l’autore. Una traccia complicata ed è qui che mi è sorto un dubbio: e se fossi stato io lo scolaro, cos’avrei scritto? Cosa mi avrebbe indotto a pensare? Ovviamente, le scuole superiori sono lontanissime dalla mia realtà attuale, però ho provato a fermarmi qualche minuto a riflettere, cercando anch’io di proporre un mio testo personale in “risposta” ad un immaginario “esame” di maturità.

Passando alla riflessione, un punto sostanziale dev’esser chiaro: è praticamente impossibile non concordare con Ferrajoli nella sua complessiva disamina delle “sfaccettature” che hanno reso il Covid-19 una pandemia globale. In linea generale, però, le citate “facce” della pandemia elencate dal giurista che hanno, nei fatti, cancellato o quasi gli ultimi due anni di vita del globo, non sono null’altro che i paradossi “apocalittici” di una società globalizzata (ma nel modo errato) e fortemente capitalistica. Ed è per questo che, a mio avviso, nonostante siano giuste a livello macroscopico, vi sono però cruciali “modificatori” a livello microscopico che rendono, a mio modestissimo avvisto, le caratteristiche elencate da Ferrajoli il giusto trampolino per sondare ancora più a fondo, e con occhio più “cattivo”, cosa è ed è stato, realmente, il Covid.

Ricchi e Poveri

Innanzitutto, è vero che il Covid-19 non ha, nei fatti, operato distinzioni tra paesi ricchi e paesi poveri: ma è anche naturale che, la differenza strutturale e di mezzi tra essi, ha portato a numeri totalmente diversi a livello di morti e malati, grazie alle possibilità di risposta dei sistemi sanitari nazionali. Ad esempio, in Africa, nonostante le stime ufficiali riportino come, in due anni, vi siano stati solo circa duecento mila casi di morte confermate, l’Oms sostiene che i numeri siano nettamente superiori e che la gran parte dei decessi, proprio per una endemica carenza di strutture sanitarie ad hoc nella stra-grande maggioranza del continente, non sia stato correttamente registrato o addirittura rilevato. Così, più o meno similmente, è avvenuto nelle aree più depresse dell’Asia. Dunque, nonostante il “nemico” non “guardasse” in faccia nessuno, è naturale che chi poteva usufruire di uno “riparo” (inteso anche con strutture tecnologiche in grado di creare sieri ad hoc in relativamente poco tempo), è riuscito a sfuggire da molti dei suoi letali “sguardi”. Ma, al solito, chi non ha scudo di alcun tipo, ha effettivamente potuto solo sperare nel fato benevolo o poco più.

Un mondo in “pezzi”

Sulla complessiva spettacolarità, Ferrajoli dice una cosa sacrosanta, ma indirettamente “triste”: gli enti sovranazionali esistono, (l’Onu, l’Oms) peccato che siano però, nei fatti e storicamente, una emanazione dell’occidente (e, più in profondità, degli stati e delle grandi multinazionali che ne finanziano i ricchissimi budget). La mancanza di coordinazione a livello globale, è però frutto della geopolitica complessiva, la cui reale “inclinazione” è fuoriuscita in questi mesi, e la cui guerra in Ucraina ne è l’ennesima dimostrazione: il mondo è spaccato da poli di interesse nettamente opposti, i quali “giocano a scacchi” con le altrui vite principalmente per ragioni economiche. Dunque, a mio avviso, il Covid ha innanzitutto rivelato che il mondo è sì interconnesso, ma in profondità diviso da altissime mura erette nel nome “sacro” del denaro: mura che, nei fatti, sono rimaste saldamente al loro posto e hanno continuato a dividere. Ed è facile scovare delle “tracce” di quanto detto: a Cuba, ad esempio, il governo ha creato un vaccino ad hoc per il Covid pubblico e gratuito che, però, gli stati occidentali non hanno nemmeno preso in considerazione per un eventuale test. Lo stesso si dica con i vaccini russi o cinesi: l’Europa e gli Stati Uniti hanno sostanzialmente acquistato da aziende private “autoctone” (e spesso vicine a grandi nomi o governi) i sieri anti-Covid, non valutando nemmeno lontanamente la possibilità di cooperare con il resto del mondo al fine di creare un unico vaccino, sicuro e gratuito per tutti. Al contrario, invece, si è rimasti saldamente ancora alle divisioni di convenienza, altalenanti ed eterogenee, in atto dal secondo dopoguerra.

Il dio spettacolo

E anche sulla spettacolarità, mi sento di dire che Ferrajoli abbia centrato il punto, seppur ci si possa spingere ancora oltre: il clamore mediatico, come spesso accade, è figlio più della ricerca del “successo” e della monetizzazione selvaggia che, sia in Tv che sul web, la fanno da padrone. Sebbene ritengo sia sempre giusto informare esaurientemente il pubblico, specialmente in Italia l’informazione generalista ha spesso “peccato” di trasparenza e imparzialità: per queste ragioni, ritengo che la spettacolarizzazione dell’epidemia, spesso di base immotivata e usata molto frequentemente più per ragioni “politiche” che per salvare vite, abbia offerto un’immagine volutamente distorta, spesso in continua discordanza con sé stessa e “da film del terrore” (basti pensare alle fake news continue passate anche sui Tg più blasonati o alla stessa conta quotidiana dei morti che, nei due anni, ha subito continui cambi di “metodologia enumerativa”). Un’immagine che, in realtà, ha spesso ottenuto l’effetto opposto, ovvero indurre le persone, viste le innumerevoli incoerenze e l’utilizzo del Covid per fare becero gossip o per ragioni “promozional-politiche”, a pensare fosse tutta una farsa e, naturalmente, a non rispettare “orgogliosamente” le regole di convivenza.

Un mondo davvero “green”

Concordo, invece, appieno sul punto relativo all’ecologia: lo smog, la deforestazione, l’inquinamento, la sovrappopolazione ci hanno reso “deboli” e “distanti” umanamente e fisicamente. Rispettare l’ambiente è una delle sfide più importanti che l’umanità ha innanzi a sé, anche in ragione della interdipendenza forzata, citata dallo stesso Ferrajoli, che è frutto della continua ricerca del “prezzo più basso” e dell’abbattimento di ogni frontiera, ma solo per sfruttare i “vulnus” legislativi o bancari al fine di ottenere profitti sempre più alti. E che, ad esempio, la continua delocalizzazione di manodopera, know how e realtà hi-tech, connessa alla loro continua privatizzazione nel nome del falso paradigma “servizio pubblico uguale servizio carente” , ha portato ad un netto indebolimento degli stati e dei loro strumenti di risposta. La paralisi, innanzitutto, è figlia non tanto della concettuale interdipendenza tra culture e aree del mondo, ma del chirurgico accentramento in alcune aree del globo (si pensi alla continua delocalizzazione in favore dei passi dell’Est Europa, ove la manodopera ha costi nettamente più bassi anche a causa di minori diritti dei lavoratori) di conoscenza e competenza. E spesso, in questi paesi, v’è la strana “interconnessione” con una mancata cultura dell’ambiente e della salute umana, divisa tra sfruttamento intensivo e produzione di scarti e inquinamento incredibile. La cosa più tristemente “parodistica” è che, altrettanto spesso, i paesi più industrializzati finiscono per investire ingenti somme in queste realtà “retrograde”, andando involontariamente ad alimentare il “corto circuito” sostanzialmente individuato da Ferrajoli. E l’Italia, da questo punto di vista, è stata ancora una volta sballottata tra le decisioni dei grandi paesi industriali dell’occidente.

La speranza è in un futuro migliore e in una maggiore comprensione e consapevolezza di ciò che è successo: a maggior ragione negli ultimi mesi, dove il trend mediatico ha quasi del tutto abbandonato il tema Covid (nonostante fosse ancora in atto, ma non era più “trendy”), per poi d’improvviso tornare ad “urlarlo” ai quattro venti, nel momento in cui i numeri, tristemente, sono tornati a “gonfiarsi”. Ciò che comunque urge è sempre quello: una analisi concreta e approfondita del “velo” che la pandemia ha squarciato.