Nel secolo delle dieci invenzioni più importanti , quelle che secondo gli scienziati sarebbero in grado di cambiare il mondo, accade che un virus, tanto comune quanto pericoloso, metta in ginocchio l’intera umanità.
Un microrganismo forse sfuggito al controllo delle multinazionali del farmaco. Un virus come tanti presenti nel nostro corpo che, ad un certo punto della sua esistenza, impazzisce modificandosi geneticamente così da resistere ai vaccini e alle cure che conosciamo. Un esempio di virtuosismo al negativo che, secondo la narrazione, sembrerebbe partito in circolo da uno starnuto. Un comune starnuto che un cittadino residente in un capo estremo del mondo ha esternato senza la protezione di un banale fazzoletto. Una disattenzione che rischia di anticipare il collasso del pianeta previsto nel 2030 secondo quanto affermato all’interno dello studio australiano “Existential climate-related security risk” , della “National Center for Climate Restoration“.
Per gli scettici richiamiamo la lettura delle recenti pubblicazioni sulle modificazione del Corona virus (siamo alla diciannovesima modificazione) in cui si chiamano in causa (anche) i cambiamenti climatici e l’inquinamento atmosferico. Lo scrivono nero su bianco David Spratt e Ian Dunlop lanciando in tutto il mondo l’allarme sulle condizioni di salute del pianeta oramai provato e saturo, non più in condizioni  di reagire all’aggressione dell’uomo. Un punto di vista inedito che alcuni scienziati da anni cercano di imporre alla riflessione delle grandi potenze e dei cittadini , a quanto pare con scarso successo, visto i comportamenti e gli stili  di vita che continuano ad andare nella direzione opposta.
Un tema che sembra non essere considerato primario nell’agenda di governo dei grandi del pianeta che considerano i rischi connessi all’inquinamento atmosferico, un non problema. Invece, queste manifestazioni estreme delle conseguenze climatiche dovrebbero far riflettere innanzitutto sulla necessità di cambiare i comportamenti negativi rispetto ai temi della sostenibilità adottati dall’uomo e dalle grandi potenze in questo secolo e, parallelamente, dovrebbe consigliare a tutti maggior rispetto per il pianeta Terra. Pianeta che, oltre ad ospitare noi umani, è anche il luogo dove convivono meravigliosamente milioni di specie vegetali e animali a garanzia dell’armonioso ciclo vitale e di biodiversità delle specie. L’invasione umana in un numero sempre maggiore di ecosistemi, di fatto, ha modificato il rapporto tra l’habitat delle specie. Questa è la verità. E se permettiamo che s’incendi l’Amazzonia, derubricando un atto criminoso contro l’umanità ad incendio d’agosto – pur sapendo che le selve pluviali si caratterizzano per essere immerse nell’umidità e quindi difficilmente infiammabili – significa che si può giustificare tutto con la ragione dell’uomo. E se così è, allora dobbiamo anche assumerci come conseguenza il rischio di trasformarci in ospiti per alcuni virus sfrattati che si annidano nel sistema immunitario animale. Chiamiamolo semplicemente la legge del contrappasso applicata alle azioni umane.
Di nuovo, in questa vicenda della pandemia, c’è che essa ha come conseguenza una profonda trasformazione del nostro modo di vivere, come fu per la guerra o per l’11 settembre. L’esperienza dice che quello che è accaduto è comunque connesso ad un pianeta diventato discarica, con milioni di persone che ci vivono sopra e che una delle prime regole da sancire è il rispetto per un Mondo più pulito, meno  violentato. Un cambio di paradigma che deve partire dall’alto perché quando il virus sarà sconfitto, perché è così che andrà, nulla sarà come prima. I sociologi sono al lavoro per anticipare i temi di discussione, mentre agli antropologi spetterà il compito di comprendere come le imposizioni di queste settimane avranno trasformato il pensiero e la psicologia di chi, dalla sera alla mattina, si è trovato a fare i conti con un inedito stile di vita. 
Una condizione di emergenza vissuta drammaticamente sulla nostra pelle che ci deve spingere a considerare il valore umano sopra ogni cosa anteponendolo a quello professionale ed economico. Dopo l’emergenza riscopriremo forse anche l’attualità del vecchio detto “la salute prima di tutto” reagendo agli stimoli del progresso con uno stile di vita nuovo che spingerà tutti ad adottare comportamenti più sostenibili di quelli cui siamo abituati a vivere quotidianamente, ognuno nel ruolo che occupa, a partire dai cittadini fino ai grandi decisori del pianeta.
Solo così potremo riconoscere un senso alle tante vittime e ai tanti protagonisti di questa guerra :medici, biologi, scienziati, operatori sanitari, volontari, pubblica sicurezza, e quanti non compresi negli elenchi degli eroi, ma che con il proprio contributo, in queste ore, stanno cercando disperatamente di fermare il contagio. E’ un impegno che dobbiamo a noi stessi perché non c’è un pianeta “B”.
Giuseppe Digilio