ANGELA MARIA GUMA

Una sentita ed antica devozione pignolese, il culto di San Michele Arcangelo, si riveste di nuovi ed interessanti significati se vista nella più ampia prospettiva di una preziosa testimonianza dell’origine e delle diverse modalità di diffusione che il culto micaelico ha avuto nella nostra regione. La chiesa paleocristiana, infatti, partendo dall’insegnamento biblico e cogliendo le grandi affinità tra il suddetto culto e quelli pagani, lo ha utilizzato, sin dai primordi della sua diffusione come un efficace mezzo per radicare il cristianesimo e per combattere ed arginare gli antichi culti pagani. In Basilicata, dunque, sin da quest’epoca sorsero vari luoghi di culto dedicati a S. Angelo o a San Michele, sia in chiese subdivali sia in grotte o in altri luoghi, dove ebbero il compito di affiancare o sostituire gli antichi culti pagani con quello cristiano. Il culto dell’Arcangelo non servì solo a sostituire quella religiosità legata alle divinità pagane presenti negli antichi “luoghi di culto” ma anche quella presente nei cosiddetti “luoghi sacri” come ad esempio le fonti d’acqua, antico elemento sacro per eccellenza.A tale proposito, un evidente attestazione è offerta dal fatto che molte delle grotte dell’Angelo sono ubicate sopra o nei pressi di fonti d’acqua e precisamente del mare (Maratea) di un lago (Monticchio) di un pantano (Moliterno) di una sorgente (Pignola, San Chirico Raparo) o di una vasca artificiale esterna (Acerenza). In tutte le grotte citate è possibile accertare la pratica del culto micaelico. Di esse, solo alcune ( Acerenza , Monticchio, Pignola ) presentano una continuità del culto, di altre se ne conserva notizia solo in qualche raro documento di storia locale o nel solo angiotoponimo ( Castelluccio Superiore, Muro Lucano, Venosa , Matera), in altre, invece, ne è quasi scomparso persino il ricordo (è il caso di Cancellara). Le grotte micaeliche presentano tutte caratteristiche comuni dal momento che sono tutte collocate al fianco roccioso di qualche monte, in una posizione dominante, spesso difficilmente raggiungibili. Altra caratteristica comune è quella di essere tutte grotte carsiche, allo stato naturale non modellate dall’uomo. Unica evidente modifica è rappresentata dall’asportazione della roccia effettuata solo nei luoghi in cui essa rendeva poco visibile il simulacro posto sul fondo come a Monticchio o, come nel caso di Moliterno, allo scopo di ricavarne un altare. In alcune delle maggiori grotte lucane la presenza di sepolture evidenzia un particolare legame con il culto dei morti. E’ il caso della grotta dei pipistrelli a Matera e delle grotte di Monticchio e di Muro Lucano.  Le grotte sono tutte ubicate nel versante occidentale, lungo importanti vie romane o diramazioni delle stesse. Della specifica funzione di tali grotte, data l’esiguità delle notizie documentate, si possono elaborare diverse interpretazioni. Per alcune di esse come Maratea e Pignola, si è avanzata l’ipotesi che fossero sede di antichi rifugiati dalle persecuzioni anticristiane durante i primi secoli di diffusione del cristianesimo. Tra questi ultimi si annovera la presenza dei Cartaginesi Saturnino e Genuario le cui reliquie sono conservate a Pignola e a Marsico Nuovo. L’associazione indicata potrebbe essere supportata da alcune tesi che indicano in S. Angelo di Pignola l’originario luogo di conservazione del braccio di San Saturnino. In realtà dal momento che la tesi elaborata non è supportata da fonti certe potrebbe essere facilmente sfatata dalla stessa conformazione del sito. La grotta è infatti costituita da un semplice incavo angusto nella roccia non in grado, quindi, di ospitare o nascondere in modo adeguato un gran numero di persone. Inoltre, è opportuno notare come il cristianesimo pur diffondendosi in Lucania dai primi secoli, non assunse subito proporzioni talmente considerevoli e allarmanti da far richiedere l’attuazione di provvedimenti persecutori imperiali. Una diversa tesi spiega l’origine di alcune di queste grotte come diretta conseguenza dei fatti miracolosi verificatisi sul Gargano. Tale interpretazione è senza dubbio più accettabile anche per la grotta di Pignola soprattutto se si considera che, dopo le prodigiose apparizioni dell’Arcangelo sul Gargano si registra ovunque una rivitalizzazione del culto micaelico. In questo frangente le antiche strade romane divennero vie di pellegrinaggio e le grotte delle vere e proprie stationes dello Spirito o avamposti micaelici. Alcuni di questi luoghi continuarono ad essere oggetto di pellegrinaggio per quei fedeli che non potevano intraprendere un viaggio lungo fino al Gargano. Questo dato è ben evidenziato da diverse cronache potentine che, nel mettere in risalto il vivo interesse di questa popolazione verso il santuario del Gargano, sottolineano che, nell’impossibilità di raggiungerlo, essi si limitavano a visitare l’Arcangelo nel vicino santuario di S. Angelo di Pignola.  In definitiva si può affermare che il culto micaelico nacque in Basilicata già in epoca paleocristiana con la funzione che era già nota in Oriente, quella cioè di sostituire un culto pagano preesistente e che in seguito si adattò alla funzione di inculturazione richiesta dalla diffusione del cristianesimo. Nel periodo delle migrazioni barbariche e del loro successivo stanziamento nel territorio lucano, si registra un lento ma graduale arresto della vita culturale intorno a queste grotte come delle pratiche rituali ad esse connesse. Soltanto verso l’Alto Medioevo, nel periodo di massima diffusione dei prodigi del Gargano, si registra in Basilicata, come in altre regioni dell’Italia Meridionale, una intensificazione del culto. Quest’ultimo ebbe, infatti, una parziale riattivazione a partire dal IX-X sec. ad opera di qualche eremita che in esse, proprio perché in decadenza, ha potuto realizzare  la sua eschìa. In seguito questi luoghi recuperarono un antico splendore legandosi alla forte spiritualità del pellegrinaggio (sempre più forte dal sec. X in poi) fino a tutto il medioevo. Durante tutto questo periodo, il culto si intensificò ritrovando sempre più vigore nelle importanti fondazioni monastiche che sorsero in questi luoghi. A queste ultime, soprattutto a quella dei benedettini, spetta il merito della grande diffusione del culto quasi a sigillo della loro presenza sul territorio. In seguito al mutato interesse cultuale di queste popolazioni locali, con la cessazione dei pellegrinaggi e la scoperta di molte delle suddette fondazioni monastiche, molte delle grotte di culto micaelico furono soppresse o trasferite. E’ questa la fase in cui il culto micaelico perde l’originario splendore.