ARMANDO TITA*

Grazie ai buoni servigi di mio zio Antonino Tita, funzionario ONMI dell’epoca, scoprii la gran bella vivacità di Via Pretoria nel lontano1965 da studente del Principe di Piemonte. Ho dedicato tanti amorevoli reportage su Via Pretoria. In questo articolo vorrei coniugare problematiche serie e semiserie, ricordi personali e familiari di un mondo evaporato, un mondo che amavo tanto e che non esiste più. Continua come un mantra in questi ultimi giorni il dibattito sulla spinosa questione della “saracinesca selvaggia” di Via Pretoria. I tanti report della stampa locale, i servizi di Rai Tre Basilicata di qualche giorno fa, il lungo e accorato Post del blogger, giornalista di strada, Gianluigi Laguardia vanno di nuovo rimarcati e seriamente richiamati all’attenzione del pianeta politico e imprenditoriale potentino. Il buon Gianluigi confidando sulla “Festa della Polizia” nel Teatro Stabile di giovedì 10 aprile scorso ha ritenuto opportuno riprendere “struscio e vasca” con la speranza di incontrare cari amici e bella gente. Ha dovuto constatare amaramente il “vuoto” di questi ultimi tempi. L’incontro fortuito con i due Sindaci, Vincenzo Telesca e Mario Guarente ha sancito il suo crudele pensiero sul declino inconfutabile, incontrovertibile, innegabile, inoppugnabile, indubbio del “salotto buono” della città capoluogo. La cosiddetta rigenerazione urbana e “commerciale” di Potenza è stata semplicemente terrificante. Lo ribadiamo per l’ennesima volta …Trasferire a Gallitello tutte le attività commerciali dalla stupenda isola pedonale, tradizionale, “ecologica”, storica, vivace, creativa, comunicativa, solidale di Via Pretoria è stato un vero suicidio. Concentrare l’attenzione sul crescente fenomeno dei negozi chiusi di Via Pretoria ha un solo dato costante che si ripete ossessivamente: “L’aumento sconsiderato del fitto dei locali”. Tutte le altre variabili sono meramente secondarie e rappresentano puro esercizio dialettico, vuoto pneumatico e ”politique politicienne” …quella denunciata da Pietro Nenni tanti “secoli” fa. Affrontare il fitto mensile in migliaia di euro è pazzesco per la gestione di un piccolo esercizio commerciale. Noi siamo fermamente convinti che i commercianti che resistono in Via Pretoria siano dei piccoli eroi. Lavoro, accesso, vivibilità, declino urbano sono il frutto di ulteriori variabili impazzite che ne condizionano il proseguimento e danno luogo al fenomeno della già richiamata “saracinesca selvaggia”. Oltre settanta saracinesche abbassate tra Centro storico e aree adiacenti sono davvero troppe, sono il frutto di tanta “distrazione” politica, sono una ulteriore conseguenza del doloroso spopolamento di Via Pretoria. Non ho alcuna intenzione di riprendere un cliché abusato sulla grande distribuzione. La grande distribuzione che crea congestione e confusione ha distrutto definitivamente il piccolo commercio e la sua preziosa rete di interessi e di presenza. Lascio agli esperti di marketing la valorizzazione delle aree e dei distretti urbani del Commercio. Ho vissuto dal primo “vagito” l’atmosfera, la bella genuinità del piccolo commercio locale. Credo che il “mio” racconto di figlio d’arte (piccoli commercianti) sveglierà l’opinione pubblica potentina immersa in un torpore ingiustificato. E’ un racconto di una società povera, senza particolari complessità odierne, però, viva, autodeterminata e “spudoratamente” creativa sia dal punto di vista imprenditoriale che commerciale. Sono figlio di salumiera e nipote di tabaccaio, tessuti ,detersivi e chincaglierie varie. Un vero e proprio bazar. La famiglia di mio nonno inizia l’attività commerciale nei lontani anni trenta del secolo scorso. Il mio paese d’origine Ruvo del Monte è crocevia commerciale di tutto rispetto, siamo il transito obbligato della stupenda arteria dell’epoca, la Contursi –Barletta. Quanti ricordi, quanta vivacità e quanta presenza interregionale, in prevalenza campana. Ricordo da bambino tra la metà e la fine degli anni cinquanta il frastuono dei carri  con muli e cavalli guidati dai cosiddetti “trainieri” di Calitri, Lioni, e, perfino, di San Giuseppe Vesuviano, in provincia di Napoli. Lo stesso discorso vale per i commercianti di Potenza come i Crisci diventati successivamente grossisti e imprenditori agro-alimentari. Carri pieni di ogni ben di Dio, dalla pasta Pallante di Lioni alla Pasta Pezzullo d Eboli, dalla salsa “Crudele” di Pontecagnano  al Caffè Greco di Salerno. Tutti rigidamente confezionati in pacchi e contenitori di carta da cinque chilogrammi in su e in sacchi di juta. Ecologisti ante litteram. Nessun involucro di plastica. Un mix campano-lucano che fioriva di presenze e di vera amicizia consolidata nel tempo. Ricordo il commerciante Stefano di San Giuseppe Vesuviano, famoso per la pasta, pasta di grandi dimensioni e lunga. Famosi erano gli Ziti, meglio conosciuti, nella nostra tradizione culinaria “ruvese-calitrana”(notate il connubio irpino-lucano), come “CANNAZZE”. Chi tiene alla tradizione, chi tiene ai meravigliosi ragù dell’epoca , alle “cannazze”, oggi riconosciute da Slow Food, deve raggiungere i ristoranti di Ruvo del Monte o dell’Ofantina o ancora meglio la sede originale, Calitri. La tradizione vuole la presenza di un meraviglioso contenitore in ceramica calitrana, autoctono, la cosiddetta “spasetta”. Non è pensabile, lo dico agli snob, mangiare le “cannazze” in piatti normali. Ci sono due tipi di “spasette”, quella grande da trecento/cinquecento grammi di pasta e quella piccola da 200. Io mi accontento di quella piccola. E’ difficile, pur nella grande bontà del ragù e delle cannazze “arrivare” ai cinquecento grammi. Il mio stomaco , con tutta la buona volontà, non  sopporterebbe tale “carico”. E’ un piccolo esempio della vivacità culturale e gastronomica dei commercianti lucani e campani degli anni cinquanta e sessanta. Gente di ingegno e di creatività, di impegno lavorativo e di immani sacrifici. Il Pianeta Politico lucano odierno che ignora il vecchio mondo del dinamico e allegro piccolo commercio potentino e irpino-lucano avrebbe fatto meglio a investire non solo sul “paesologo” ma anche sui sapori e sui saperi , sulle tradizioni artigianali e autoctone e, soprattutto, sulle piccole distribuzioni commerciali che sono state per qualche “secolo” nel Mezzogiorno interno d’Italia una vera fonte di guadagno condita e supportata pure da tanta occupazione diretta e indotta.

*Sociologo e Saggista