LUCIO TUFANO
Conoscere bene la storia degli uomini, gustarne ed apprezzarne i fatti avventurosi e romantici, condividerne i rischi, gli ardimenti, le avversità; perciò accade che si conoscano le vicende, si immaginino le condizioni e le realtà ad esse coesistenti, si facciano proprie, quasi vissute direttamente da noi, al punto da averne memoria più dei protagonisti o degli spettatori, i contemporanei, da averne nostalgia quasi quanto i protagonisti e di medesimarsi nelle epoche come se queste fossero le nostre epoche, i nostri giorni, le nostre stagioni, le luci, le temperature,
il vento, le persone e le comparse …
Nei sogni turbolenti, nei sereni riposi della coscienza, nei percorsi lunghi della memoria, nel profondo pensiero di un crocevia, di un inistancabile via vai di persone, amici più o meno vicini, conoscenti, simpatici, non allegri, seri o austeri, confidenziali e non. Ti capita di rivederli piuttosto indifferenti, giacché ad ogni insaputa occasione li incontri, come vivi, ordinati e tranquilli che ti parlano, ti sorridono, e tu lo sai, sono morti.
Non hanno più niente da dire, da spiegare, e tu parli per loro, con loro, parli con il tuo ragionare, il tuo modo di vedere il nesso tra reale ed irreale, e quello che ti sembra dicano è quello che tu dici, e i segnali che ti danno sono i segnali che tu hai decifrato nel sogno e che non ricordi di poterli decifrare da sveglio.
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Figure, controfigure, ruoli svolti, nitide scene viste, non viste, mai più viste se non nella memoria dissolte. Compostezze, scompostezze, forme e fattezze, voci, mani, espressioni meste, sorrisi, frotte, pose cinematografiche di chi ha parlato, perfino cantato, lo sguardo scolpito al lato di una foto. La ribalta ha ingoiato i capocomici, le prime donne e i primi attori, i duetti, le comparse, i comprimari, i fachiri e le orchestre, i declamatori di brindisi e riporta le iconografie del sipario profondo.
A ridosso, baluardi dell’ultraterra, simbologie, girone di palchi, concentriche file del grande emiciclo, vasi comunicanti tra la vita e la morte, flusso di viventi che muoiono, rinascono, moltitudini che si rinnovano, tipi, volti, persone che si ripetono, sosia che hanno vissuto in parametri d’epoche alterne, con alterne vicende, senza alcun incontro, senza riscontro. Analogie, similitudini quasi mai coincidenti.
Tutti, tutti, uomini forti con torace e spalle, i cristiani in gilè che sono stati in mezzo a noi, gli uomini d’un pezzo che spararono a pepe e sale, personaggi ariosi che incedevano nelle porte destreggiandosi come tacchini, che percorrevano da settentrione a meridione l’italietta di via Pretoria, vasca di decantazione che ristabilisce, scandisce e destabilizza vacanze e distanze. Così di stanze in stanze fino al prefetto, al detentore di timbri, il potere, al perfettibile e di nuovo al dirigibile Stabile.
Simboli al di qua della vita, dentro la morte, non riferibili al passato ma all’attualità degli astanti, a quella mentalità sollecitatrice di poetiche mnemoniche, fanno ressa intorno. Il conflitto tra ciò che è e ciò che non dovrebbe mai essere riemerge dall’inconscio.
Atropo arcigna, nerovestita, dal volto duro ed impassibile, ha reciso implacabile lo stame della vita, con le affilate cesoie, il quadrante polare e la bilancia, con la sua gradualità, la sua incessante frenetica attività. Eppure vita e morte sono istantanea consecutio di tempi e luoghi, tanto che Platone afferma come “non sia l’esser morti il vivere e il viver l’esser morti”, e per Bacone, alla guisa dei bambini che temono il buio, la paura degli uomini si accresce con fole e racconti. Vincenzo Caldarelli supplica: “Poiché la morte è la sposa fedele che subentra all’amante traditrice, non vorremmo riceverla da intrusi, né fuggire con lei. Troppe volte partimmo senza commiato! … lasciaci, o Morte, dire al mondo addio … non mi ghermire, ma da lontano annunciati e da amica prendimi come l’estrema delle mie abitudini”.
Le ossa affondate nell’humus hanno la loro cabala, il loro motto, significati da decifrare. Nuclei della letteratura nostra, rituali dai fraseggi irati, avverbi, diverbi, linee portanti, telai, strutture in saecula saeculorum, reperti, studio antropologo, indagine, materia prima. «Il generale Oscar d’Errico ricompose gli eroismi della guerra in nobilissima probità, tre volte decorato al valore». Abbattuta dai venti e nel terreno smosso una stele riporta il nome dell’ufficiale di Napoleone, le campagne strategiche, le disposte formazioni, le bandiere a cespuglio. La scritta di una lapide grigia «Memorie carissime della virtuosa donna Maria Spolidoro, nata contessa Berni-Canani di Nicola Spolidoro fervente patriota, di Ottavio Berni Canani, insigne giureconsulto, questo tributo di dolore consacra alla moglie, al fratello, al cognato il cavaliere Saverio Spolidoro, anno 1887», stemma con gallo e strisce.
Giuseppe Scafarelli, sovrasta la corona con barca e remi, milleottocentottantotto. Un familiare sacrario, Ascanio e Nicola Branca eressero nell’anno 1875. Il blasone di Biscotti e i tempietti di quelli che ebbero il cielo nello stemma, decorano il viale.
Hermann se n’è andato. Il compagno di scuola, con le sue greche, con i bottoni e la divisa scintillante, il comandante delle guardie. E non v’era nome più rispondente. Ha convocato al suo funerale tutti i vigili con i gradi ed i fregi, gli alamari ed i pennacchi, le visiere e gli elmi. Mille le contestazioni ed altrettante contravvenzioni … Indomito sulle campagne e sulla piazza, eppure ora è impallidito, supino con le mani conserte, e giace al divieto di accesso. È l’ultimo verbale redatto per la violazione del passo carrabile, il senso unico dell’Oltre.
Estate 1942, un militare dell’Africa Korps: “respiro l’aria del deserto, marciamo in direzione di Alessandria, il fuoco divora le autoblindo colpite dai bazooka, gli autocarri bloccati, i sogni imperiali si infrangono sulle lamiere contorte e roventi. Il mare rinfresca le menti, le nostre membra, i nostri corpi. Rommel ci attraversa come bolide vestito in coloniale, calzoni corti, occhialoni sul berretto, binocolo sul petto e sahariana, … il miraggio di una valorosa generazione si offusca, i miti crollano, altri miti, altri carri, altre occasioni di potenza e di eroismo?
Ma per quali canali si può ancora realizzare o alimentare il sogno? È bene che esso abbia una più lunga durata o
renda una sensazione più certa, la consapevolezza della precarietà della storia. Eppure guerra, rivoluzione e reazione sono categorie della Morte”.
1980, una lapide ed un bebè: “C’è un neo nel grembo degli astri dove il sangue si è agrumito. Sul filo dell’ombelico
mi sono nutrito. Nei vagiti del cogito i segni dell’ignoto, i geni tramandati, trapassati mi hanno portato. Se così non fosse stato mai sarei nato (il volto di mia madre funestato). Di anno in anno, di pensiero in pensiero, di germoglio in germoglio. Chi mai m’ha pensato? Nel mare c’è il cielo, nella luna la terra. Eppure ero preda del sole,
del vento, del deserto dei miei campi. Poi fu l’onda, l’isola agognata, il batuffolo dell’approdo. Prima di esserlo fui
io, nel tatto, nell’olfatto, nell’ombra degli affetti, degli oggetti. Ninnolo di un gioco che si fa perverso, di un amore
indefinito al bavaglino appeso della vita”.
Amore della patria di chi ha alimentato per generazioni il mito della casa, della dimora, della torre più alta, della fortezza per custodirvi poteri e sentimenti. Sacralità del monumento collegata alla cultura dei sepolcri contro la precaria sorte di chi non ha abitato.
Recupero della perennità, trionfo del marmo, sul ciclo aleatorio del grano. Ma anche qui vi è teatro: coreografie, scenografie, anfiteatro di terrazzi e giardini pensili, arene, oasi con cuspidi, moschee da cui si leva, nel sole e alla luna, il lamento delle prefiche e il canto del muezzin. Scenografie del Gray, del Macpherson, dell’Aida, Norma, Nabucodonosor, Ibsen, cappelle medioevali, templi dorici, costruzioni moresche, ebraiche, egiziane, mausolei, sacrari liberty e dèco, ingressi d’uffici importanti, anticamere, ascensori per l’oltretombale.
