di Antonio Lotierzo
Aggiungendosi alla notevole bibliografia sulla ricostruzione (Barbagallo, Calice, Chianese, Lanaro, Montaldi, Peregalli, Sacco, Zoppi, Cerchia), valente studioso di contemporaneità, Tommaso Russo, ha pubblicato con la FrancoAngeli “Il dissenso meridionale e il Gruppo di studio Antonio Gramsci” (Mi,2019,pp.155, e.19,00) un denso saggio in cui ricostruisce il dissenso meridionale nei riguardi del PCI, culminando con lo studio del Gruppo di Studio A. Gramsci di Napoli come “ il punto intellettualmente più alto e maturo” di quella accesa e dilacerante discussione storico-politica. In piena luce appare la figura negativa di Giorgio Amendola che, legato a P. Togliatti, rivolse, anche per ambizioni personali, al Gruppo accuse di frazionismo e di intelligenza con il ‘nemico interno’ nel PCI (Bordiga, Secchia), rivelandosi custode dello stalinismo e del primato della politica autoritaria e basata sulla negoziazione contro ogni richiesta di democrazia e libero dibattito intellettuale. Il Gruppo Gramsci operò a Napoli, dalla sezione Chiaia-Vetriera, dal 1949 al 1954 trasferendo le proprie relazioni di studio nell’aula 4 dell’Università, serietà garantita da Nino Cortese. Russo restituisce spessore di idee e azione a Guido Piegari (che si richiamava al giovane Marx) , a Gerardo Marotta (che si riconnetteva agli hegeliani ed a Bertrando Spaventa), ad E. Striano , a U. Feliziani, a R. Lapiccirella, alle relazioni di e con Gaetano Arfé. Segnalato è anche un diverso ‘Gruppo Gramsci’, che si costituì a Potenza, formato da Michele Parrella e G. Passalacqua.
L.Sinisgalli e D.Bonelli (da:Sinisgalli,un geniaccio, Osanna,2015,foto n.6)
Bonelli, già confinato per antifascismo, fra 1943 e 1945 partecipò a varie iniziative, da Bari a Napoli e poi fino al referendum, per affrontare la vita sociale rinnovata. Bonelli, scherzosamente adottante in gioventù lo pseudonimo di Domenico Stolto, ha esercitata una certa influenza sulla formazione poetica di Leonardo Sinisgalli, che scrisse che Bonelli, forse anche nipote dell’editore Ricciardi, già nel 1925 se ne venne a Montemurro con un ‘carico di libri crepuscolari’ (fra cui il ‘divino Corazzini’) e con aria dissacratoria ed ironica scosse il più valériano poeta, che restò un moderato illuminato (foto inedita n.6,arch.Robilotta: i due a Grumentum, in Osanna,2015). Ma, quando visitavo, incantato, Bonelli , fra 1975 e 1979, mi toccò d’estate solo osservare il poeta, seduto con amici sulla parte alta della piazza, sempre gesticolante, barocco ed assiomatico, con elegante vestiario ma noi passavamo al di sotto, evitandolo, tanto che il poeta descrisse la scena in una poesia, affermando che Mimì lo evitava, ‘deve credere che io sia morto’, in un certo senso sì, mostrava indifferenza perché Domenico era uno stanziale sconosciuto, un piccolo Bobi Bazlen lucano dai libri non-scritti, mentre Sinisgalli avviava la cura della corte (Appella, Trufelli, Vitelli); disinteressandosi di poeti lucani, infatti il poeta di Ferrandina Franco Tilena mi confessava che era andato a trovarlo e il Sinisgalli gli aveva detto che se voleva poteva lasciargli il suo libro di poesie, ma non l’avrebbe letto, depositandolo fra altri e subito lo accommiatò. Bonelli svolse anche il ruolo di sindaco negli anni Cinquanta, curando in specie l’assistenza sanitaria. Quando lo conobbi viveva con la sorella Ida in tre stanze Ina-Casa, in alto; viveva di pensione sociale e integrava il reddito con continui prestiti bancari su ipoteche di beni (facendo un periodico giro fra Villa d’Agri e Moliterno) e ricevendo doni in natura quando prestava consulenze di diritto civile, che, quando si perfezionavano, passava all’avv. Beniamino Corleto di Marsico. Trascorrevo un pomeriggio al mese di racconti, conclusi da una cena di spaghetti al tonno e olio locale, parlavamo seduti nel suo studiolo carico di emblemi giornalistici ( un motto ammoniva: ‘chi legge il giornale sa sempre tutto’), di elenchi di libri, col dizionario Bompiani (colpevolmente quelle carte furono distrutte dall’acquirente della casa, che venne liberata circa due mesi dopo la morte di Mimì, in seguito al suicidio della cattolica sorella Ida, che non riusciva a sopravvivergli). Qui lo vennero a visitare tanti studiosi: dal gruppo di E. De Martino nel suo viaggio sulla magia a N. Calice quando preparava il volume sulle lotte politiche, da F. Rosi e T. Guerra che giravano il film sul ‘Cristo’ leviano a Romeo Porfidio che chiedeva consigli tipografici. Un giorno intero trascorremmo con Leonardo Sacco, che venne per documentarsi per il suo saggio ‘Provincia di confino’. Intrattenne una relazione per un poco ed in comune con T. Pedìo, con una signora di Tramutola, dove, diceva con aria positivistica, le donne sono belle perché mangiano i nostri fagioli. Non sempre capivo le sue riflessioni sul confino e sul dopoguerra; ricordo che elogiava Eugenio Colorni, le idee del federalismo europeo e la bellezza di Ursula H., persone che aveva frequentato poi a Roma, mentre s’avviava al giornalismo. In quel tempo, raccontava di aver stretto amicizia con Giovanni Giudici, con cui scambiava piccoli prestiti e con cui corrispose poche volte, seguendone il meritato successo. Quando vinse il referendum per il divorzio, appese alla finestra che dava sulla strada un grande disegno con il gesto del dito medio. Nel 1979 accompagnò la campagna elettorale europea di S. Pistone.
