FRANCHINI: IL ROMANZO DI UNA MADRE E CONTESTO  

                                di Antonio Lotierzo

 Come non accettare la proposta di Domenico Starnone e Antonio D’Orrico, citato nel romanzo, per cui questo sia il migliore romanzo italiano del 2024? Si resta incantati davanti alla ricostruzione della vita di una madre, Angela, che vive nelle relazioni dinamiche con i figli e con l’io narrante, il personaggio ‘scrittore’, perennemente denigrato da lei, abbassato come tutti di fronte a lei, sola capace e  ‘sgherra’ sannitica e impossibile a fare fessa. Nell’avvio la bella donna puzza e non nel senso in cui il camorrista proclama:‘ io fêto’, a me non me la fate, vi accoppo. Il fuoco del titolo è preso da un canto dedicato al Vesuvio e trasferito nell’animo femminile indomabile, nella matriarca che il figlio attacca e demolisce per tutta la narrazione. L’aderente e ammiccante immagine della copertina è tratta dai volti di Charles Traub; la lingua napoletana è trascritta con resa di leggibilità secondo le indicazioni di Nicola De Blasi, l’accademico curatore di Eduardo. L’impostazione romanzesca segue non tanto il Ferdinando Camon dell’‘altare per la madre’ ma piuttosto la corrosività acida di Domenico Starnone e l’autobiografismo scarnificante di Walter Siti; un realismo soggettivistico che è ancora diverso dal realismo oggettivo osservato da Ermanno Rea  e, nel finale, Franchini si diverte a sfottere  sia Quasimodo che Ungaretti per l’immagine edulcorata della madre di cui intessérono le lodi e le salvifiche azioni. Franchini, che ha espressioni del volto caravaggesco del torturatore, propone una scrittura che è analoga al carnaio desolante di Francis Bacon, uno sventramento delle convenzioni napoletane, che si ristabiliscono nelle frasi dedicate a Milano ed alla sua messa in scena sociale dell’ordinata convivenza. Penetranti osservazioni antropologiche (dall’acuto familismo alla continua profanazione degli altri ed al morsicante senso di colpa inculcato nei figli) si coniugano con pertinenti illuminazioni sul linguaggio pronunziato, come per la “parola ‘ conoscenza’ (che) in napoletano ha uno spostamento ortografico minimo rispetto all’italiano, si dice canoscenza, e in quella ‘a’ al posto della ‘ o’ c’è già una sfumatura di derisione. ‘ Mi conoscete?’ si dice dunque ‘ Mi canoscete?’. O, meglio ancora, ‘ Mi accanoscete?’. E nel raddoppiamento iniziale si annida come una duplice beffa…”(p.14). Ed in questa famiglia si annida la duplicità contrastiva  della città, prima vivono alla Riviera (fra i perbene), poi si spostano al Vasto ( fra i ‘permale’). E si scatenano dinamiche di invidia, di violenze passionali, di annichilimenti (per le maestre definite sempre e solo cretine, come attesta la battuta infelice: ‘Nun è stato Mautone,nisciuno l’ha muuto’o giocattolo ‘a ccà ‘ncoppa!’), di sentimenti di inferiorità e di tenace scalata sociale, frutto della ‘volontà tenace tipica del cafone, di migliorare il proprio stato attraverso un piano premeditato nell’ombra’( p.20). E poi il rito delle bottiglie; la pesca d’un donnone- matuta; il furore orgiastico dei litigi estivi, fra controra e giradischi; il desiderio delle verande e la cura delle automobil; il vivere per il cibo e la cucina. Angela manifesta la volontà di porsi sempre in maniera contraria nella relazione con l’interlocutore; segue la sua testa ( ‘accussì m’ha ditt’ ‘a capa ‘), denigra il figlio in quanto animale a sangue freddo.

               

Carnale e sensuale, la ‘ friccicarella’ Angela si sposa incinta ma è pronta a dare della zoccola a tutte, anche alle donne pesanti, monotone. Ama ballare; ama la Spagna, che rimpiange di non aver visitato. In quel contesto storico, si prova indulgenza per le donne, casalinghe e coartate, come operai e contadini, ma si condannano i padri, per le scelte effettuate e per le modalità del vivere. Verso la sorella del marito Angela manifesta un odio purissimo, la cui forma si imprime nella mente del figlio-scrittore. Anzi egli non può mostrare affetto verso chiunque, sarebbe deriso ( cosa sono questi caramielli, questi vuommechi svenevoli, questi bacini lanciati da lontano, queste munciare, effusioni come mungiture!). Vegliato nei sentimenti, lo scrittore si guarda dalla famiglia e avverte che l’odio è il sentimento più forte e puro che lo tiene, insieme ad una vergogna sempiterna della madre.  Così Franchini ci porta all’accurata analisi dello Zappatore, in cui l’ingratitudine filiale è unita alla fierezza del contadino, in cui, come dice Angela “ io schifo  a loro prima che loro schifano me’. Lì il figlio era una ‘proprietà’ del genitore che sostiene:’ io ti ho fatto e ti disfo ’ ( io t’ho cacato e io t’ammazzo, se non fai come voglio). Il senso d’inferiorità si trasforma in guapparia. E maggiore è la furia con cui le madri ed Angela entrano nella vita delle figlie, devastandola con ingerenze indebite, anche fomentando sensi di colpa crescenti. Le madri è come se fossero abitate da un fuoco che le consuma e le rende irresponsabili del male che propagano. I litigi esigono il  facciaffrunto, lo scontro pubblico in cui esplodono ingiurie barocche: ‘ Zoccola a me? Mammeta s’ ‘a fatte ‘e matarasse co’ ‘e pili ‘ e copp’ ‘o cazzo d’’e niri americani! ( e) ‘tu  tiene cul’e fess’ una  cosa!”. Vapori dell’identità meridionale che Franchini lascia affiorare fino al lento declino e morte della madre, nel lungo finale. Notevoli sono le riflessioni su Milano espresse nella figura dello zio Francesco, che ripete che Milano è città spietata e che esige che si viva lì secondo le sue regole. Facendo comparire Gianni Brera, sulla tifoseria, trasformata da bracconieri in guardiacaccia, esplode la sua considerazione d’aver scritto per una manica d’imbecilli.  E si riflette sulla scrittura: “Scrivere di solito o è aspirazione o è dilazione, più raramente è atto; come l’amore e molte altre cose importanti della vita”(p.156)  E la tragedia di queste vite è tutta nel non essere capaci di dimostrare l’amore e di non saper farsi amare. “Nuie nun facimmo vuommeche, ce mannamme’ affanculo!”. Come si fa a non ringraziare Franchini per questa luce d’autocoscienza?