PATRIZIA BARRESE
Un altro evento calamitoso è passato sotto i nostri occhi, un evento metereologico eccezionale che, “sconvolgendo” lo scorso 15 settembre la Regione Marche, ha richiamato l’attenzione nazionale verso l’emergenza ambientale. Fango e detriti hanno travolto e inghiottito persone e cose, mentre la morfologia delle aree coinvolte nell’esondazione e nei cedimenti del terreno è risultata scompaginata, battuta da una pioggia insistente e repentina. La situazione climatica a livello globale evolve investendo da Nord a Sud l’Italia: uno spaccato geografico della penisola con scene di considerevole variabilità che si traducono in eventi anomali come siccità, precipitazioni violente, grandinate, trombe d’aria, che talora si traducono in calamità naturali.
Il Piano Nazionale di adattamento dei cambiamenti climatici – visti gli accadimenti e l’evoluzione climatica mutevole – non è stato mai realizzato, è fondamentale ricorrere alla messa in sicurezza del territorio. Appare inverosimile pensare che laddove si credeva che una regione quale la Lombardia fosse uggiosa e piovosa, qui il numero di giorni consecutivi senza pioggia risulta spesso essere elevato e si parla di estrema siccità persino durante le funzioni religiose, al punto da ricorrere in preghiera alla necessità di acqua piovana. Nella porzione geografica dell’Appennino centro-meridionale, le precipitazioni sfociano in eventi estremi, le strade si trasformano in torrenti e eventi climatici eccezionali riescono a accumulare quantitativi d’acqua meteorica pari alla quantità d’acqua che nella regione piove in un anno. Il dissesto idrogeologico e laddove i corsi d’acqua straripano, causati da violenti nubifragi, rappresentano una vasta plaga del nostro paese: dalla macroscala a livello nazionale alla microscala a livello locale, i processi denudazionali di versante, di cui le frane sono l’espressione morfologica più evidente, modificano la fisionomia territoriale. Le regioni richiamate a rischio potenziale di smottamenti, sono dislocate lungo l’intera catena appenninica. Anche località come Bosco Piccolo in Basilicata ha fatto parlare di sé, nel lontano febbraio 2005, a proposito dell’instaurarsi di un movimento franoso innescato da precipitazioni meteorologiche eccezionali che ha colpito la vulnerabilità geologica dell’area. A seguito delle eccezionali condizioni atmosferiche verificatesi nella provincia di Matera nel novembre 2010, la nostra regione censiva i danni arrecati che ammontavano a circa nove milioni di euro, necessari per ripristinare le infrastrutture civili danneggiate. Imprese zootecniche e turistiche nel successivo evento alluvionale del 1º marzo 2011, dichiaravano lo stato di calamita` naturale. Avversita` atmosferiche di eccezionale intensita`, hanno già provocato l’esondazione dei fiumi Basento, Bradano, Sinni ed Agri, con dissesti idrogeologici e frane diffuse. Prevedere nello spazio e nel tempo eventi che comportano danni onerosi e perdite di vite umane, non è attendibile in quanto, migliaia di metri cubi di acqua e fango si riversano senza preavviso o quasi. Ma quali i fattori che insidiano il territorio così fragile?
La concomitanza di squilibri climatici, il disboscamento forsennato dei terreni che annulla forzatamente l’equilibrio naturale, l’insediamento cementizio occupato laddove non consentito, comportano l’innesco di processi “erosivi” a monte e “deposizionali” a valle che prevedono accumuli di energia che deve essere necessariamente rilasciata, con modalità drastiche. Ma anche l’uomo è artefice del suo destino: se da un lato ha acquisito competenze tecniche atte a limitare i danni causati da tali eventi naturali, dall’altro talvolta palesa un’irresponsabilità che sfocia nell’ignoranza. L’antropizzazione forzata poi, costituisce un fattore che, violando la stabilità di un territorio precario, ne fa mutare gli equilibri dinamici andando a minare la salvezza di vite umane. La politica di prevenzione, oltre che mirare ad una adeguata pianificazione nella gestione del patrimonio naturale, deve svolgere attività di repressione dell´abusivismo urbanistico, perché essere spalleggiati dal fatto che “si è su terreno demaniale”, non deve indurre ad esercitare sbancamenti dissennati, dilapidando milioni d’euro che, potrebbero provocare disastri ambientali postumi. La realizzazione di piani di forestazione, e la delimitazione delle aree a rischio geologico nell’ambito del territorio nazionale richiede competenze tecnico-scientifiche che non risentano di superficialità. Investire a favore di istituti di ricerca e centri d’eccellenza attivi nel settore ambientale è doveroso: noi tecnici del territorio, attraverso la ricerca, valutiamo interventi preventivi e tecnologicamente avanzati perché la salvaguardia ambientale deve avvenire con la massima rapidità se si vogliono evitare stragi di vite umane. Sfortunatamente l’attività di ricerca universitaria, invece di essere incentivata viene spesso declassata e depauperata. Occorrono interventi di messa in sicurezza degli alvei fluviali e sforzi coraggiosi, cooperativi e lungimiranti che possano essere presto realizzati, non progetti ambiziosi che si approssimano a cattedrali nel deserto, dal destino incerto!
L’azione umana, le emissioni climalteranti e il riscaldamento globale ci chiamano a prendere coscienza della necessità di cambiamento di stili di vita, non ci sono soluzioni miracolo. E’ quanto sostenuto da Papa Francesco nell’Enciclica “Laudato si” – ”Dobbiamo ascoltare il grido della Terra perché la lotta contro il cambiamento climatico è diventato un’emergenza e costituisce una delle principali sfide per l’umanità”, 13° obiettivo per lo Sviluppo Sostenibile dell’Agenda 2030.
Augurandoci di non assistere ad immagini di chi cerca di reagire tra le macerie, con atti di eroismo, ammettiamo che forse è una prerogativa dell’uomo quella che con una mano crea, con l’altra irrazionalmente distrugge, e chissà che le immagini osservate non rimangano di sola valenza didattica, per chi si avvicina allo studio delle Scienze della Terra.
