Leonardo Pisani

Un’ottima notizia per un ricercatore lucano che spesso onora Talenti Lucani di suoi interventi, infatti è  stato pubblicato sull’ultimo numero di “Humanities”, la prestigiosa rivista dell’Università di Messina, il lavoro dello storico Michele Strazza sui bambini nei campi di concentramento degli “ustascia” in Croazia tra il 1941 e il 1945. La ricerca approfondisce un capitolo poco conosciuto della storia recente, quello del genocidio, avvenuto in Croazia durante il secondo conflitto mondiale ad opera dei nazionalisti “ustascia” di Ante Pavelić. Secondo alcune stime, vi perirono ben 750.000 serbi, 60.000 ebrei e circa 26.000 rom, quasi un sesto dell’intera popolazione. Allo sterminio non si sottrassero decine di migliaia di bambini che trovarono la morte nei campi di concentramento insieme alle madri o separati da esse. Secondo un recente calcolo essi furono quasi 75.000. Lo Stato Indipendente Croato (“Nezavisna Drzava Hrvatska”), governato da Ante Pavelić, fortemente voluto da Mussolini e Hitler, perseguiva l’obiettivo

Michele Strazza

dello sterminio delle minoranze non croate, adottando metodi derivati dal nazismo e dal fascismo.  La violenza e il terrore furono, infatti, gli strumenti utilizzati dai nazionalisti croati, gli “ustascia”, per la creazione di uno Stato croato etnicamente puro. Il costante richiamo alla religione cattolica e al ruolo della Chiesa ebbe, poi, il significato di una profonda copertura ideologica, portando molti esponenti del clero locale ad appoggiare e, addirittura, a sostenere lo sterminio di serbi, musulmani ed ebrei. Pensiamo, ad esempio, al sostegno dato al regime ustascia da parte dell’arcivescovo di Zagabria, mons. Alojzije Viktor Stepinać (poi addirittura beatificato nel 1998 da Giovanni Paolo II come perseguitato dal regime di Tito), dall’arcivescovo di Sarajevo, mons. Ivan Sarić, e dal vescovo di Banja Luka, mons. Jozo Garić. Preceduta da una politica di conversione forzata al cattolicesimo, venne, dunque, messa in atto una organizzata opera di sterminio di massa, con uccisioni e reclusioni in campi di concentramento e di sterminio. Migliaia di serbi-ortodossi vennero gettati, spesso vivi, nelle cavità carsiche, tantissimi uccisi nelle forme più atroci. Decine di migliaia di donne e bambini vennero internati nei campi di concentramento e completamente dimenticati dal resto del mondo. Un aiuto arrivò, invece, dall’opera di Diana Budisavljević, una donna austriaca sposata con un chirurgo serbo di Zagabria, e dalla sua organizzazione umanitaria. Dalle pagine del suo diario emerge la disperata situazione dei bambini serbi e i tentativi, molte volte infruttuosi, di sottrarli alla loro sorte. I bambini non morivano solo per fame, stenti e malattie, spesso venivano uccisi deliberatamente. Un capitolo triste della storia europea, dunque, quello esaminato da Strazza, ma anche un monito per tutti noi a non dimenticare.