PATRIZIA BARRESE

Il lavoro occupa la maggior parte della nostra vita. Assorbe energie, prevede un surplus di impegno e fatica, spesso impedendo di dedicare tempo ad hobby e passioni che hanno un impatto determinante sulla nostra quotidianità, o meglio sulla nostra felicità. Ore dedicate al lavoro o ad attività in cui ci si sente alternativamente soddisfatti, valorizzati ma talvolta non riconosciuti e giudicati. In questa convivenza di identità in cui il lavoro diventa protagonista di un percorso da compiere e a cui restare legati tutta la vita, sono due le categorie di persone favorite dalla sorte: quelle che hanno trovato il proprio reale lavoro e quelle che non hanno bisogno di trovarne uno. 

Del 1° maggio, “festa dei lavoratori e di quanti auspicano a  far parte della categoria” è indispensabile ricordare numerosi aspetti legati al lavoro: i grandi cambiamenti che interessano il mondo del lavoro, che trasformano sempre più il volto della nostra società; la distanza tra Nord e Sud d’Italia, in termini di reddito e di occupazione; le quotidiane emergenze degli sbarchi senza fine nel Mediterraneo in cui il mercato del lavoro vede un’ampia area di esclusione sociale; il dramma della disoccupazione che segna il futuro di intere generazioni anche riguardo alla possibilità di formare una famiglia. Dinanzi a questi aspetti che non lasciano spazio alla fantasia, ciò che neppure si può immaginare sono le battaglie che i lavoratori hanno combattuto per garantire nel tempo i propri e gli altrui diritti.  La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani cita che “Ogni individuo ha diritto al lavoro, alla libera scelta dell’impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro ed alla protezione contro la disoccupazione.” 

Un itinerario di lotte intestine durate decenni che hanno coinvolto i lavoratori su vasta scala geografica, dall’Australia agli Stati Uniti alla Francia, movimenti di lavoratori hanno generato nella storia un’unica forza per migliorare le condizioni di lavoro e affermare i propri diritti garantiti dalla nascita delle organizzazioni sindacali e politiche. Scioperi, manifestazioni e tensioni già nel 1800 videro 400mila operai incrociare le braccia nelle fabbriche americane, ad oggi riecheggiano come date storiche dell’1 e del 3 maggio a ricordo delle manifestazioni di coloro che persero la vita per chiedere alle autorità la giornata lavorativa di otto ore che in Italia venne istituita per legge nel 1923.  1° maggio, festa sentita e condivisa in quasi tutti i paesi del mondo, la festa delle tre-8 a rievocare il senso umano della vita, “Otto ore di lavoro, otto di svago, otto per dormire”, che sottolinea la prospettiva di una vita equilibrata tra lavoro, tempo dedicato a se stessi e al proprio ambito famigliare e al riposo, perché pur essendo visto come una parentesi che abbraccia la maggior parte della vita, il lavoro non deve essere vissuto come l’unico impegno della persona. 

Tutti i mutamenti sociali e politici hanno un riflesso sul mondo del lavoro. Il cinema ha raccontato numerosi esempi incentrati sul tema del lavoro, delle prime fabbriche, del boom economico, delle lotte sindacali, della crisi economica e del precariato. Pellicole di grande impatto hanno lasciato un segno indelebile sull’immaginario popolare, hanno indotto riflessioni di genere drammatico, grottesco e comico ma spinto il pubblico a specchiarsi nelle opere e pensare alla società con occhi diversi. Dal film I compagni” di Mario Monicelli ambientato in una fabbrica tessile della Torino dell’800, in cui gli operai organizzano uno sciopero per richiedere migliori condizioni di lavoro a “Tempi moderni” del 1936, sarà già Charlie Chaplin con uno dei migliori film sul lavoro a raccontare la sua storia tragicomica di operaio con la mansione di stringere bulloni. 

Ma tra i migliori film sul lavoro nel mondo contemporaneo vale la pena di ricordare “Tutta la vita davanti” di Paolo Virzì, in cui Marta, 25 anni, laureata con lode, è in cerca del lavoro che, dopo numerosi tentativi falliti, si troverà presso in un call center a vendere robot da cucina e “Smetto quando voglio” su cui riflettere in modo leggero e realizzare l’ironia della sorte di come “ le migliori menti in circolazione” affrontano la precarietà dei ricercatori universitari che dopo aver speso i migliori anni di vita nello studio e senza un lavoro, si ritrovano a realizzare droghe apparentemente legali. 

Ma se un film può indurre a riflettere su come il lavoro possa investire totalmente la vita di un uomo e su come la ricerca del lavoro dovrebbe essere intesa come ricerca della realizzazione in se stessi e per la propria dignità, i drammi sulla disoccupazione e la salvaguardia dei lavoratori sono ancora un argomento e spesso una ferita aperta che le cronache segnalano nel momento in cui spesso i lavoratori perdono la vita o al contrario sono sottoposti a fatiche psicologiche che logorano il fisico.  Fare un lavoro che non piace e sentirsi insoddisfatti è sicuramente un’espressione che accomuna molti lavoratori della nostra epoca: osservando la nostra società, sempre più dinamica e frenetica, un’inevitabile condizione condivisa è lo stress da super lavoro e le parole, entrate nel vocabolario della nostra quotidianità, da pochi anni ad esso associate, ci vengono incontro: oggi il “burnout” – lo stress che mina la motivazione al lavoro – è debilitante per salute generale.  Un vero e proprio cedimento emotivo ed energetico dovuto all’eccessivo impegno, o anche alle forme di stress psicologico che sull’ambiente di lavoro sono indotte da colleghi a causa di sentimenti contrastanti come gelosia e rivalità, generano il mobbing.

 L’art.1 e 4 della Costituzione italiana affermano: «L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro, che riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro promuovendone le condizioni che rendono effettivo questo diritto”.  Ognuno dovrebbe avere la possibilità di svolgere il proprio lavoro secondo le proprie possibilità o la propria scelta, “un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”. Da un’indagine condotta dalla Society for Human Resource Management, basata sulla soddisfazione quotidiana dei dipendenti è emerso che felice è colui che ha trovato il lavoro adatto a ciò che sà, perché rappresenta la prima forma di felicità. Scegliere il lavoro che si ama significa non lavorare neppure un giorno in tutta la vita. 

 

Il lavoro dovrebbe rappresentare una forma di gioia che ci accompagna nella quotidianità, tuttavia rappresenta ancora per molti un disagio e un tormento il non averlo, ma dovrebbe rappresentare la reale condivisione di momenti tra lo svolgimento dei propri doveri e il tempo da dedicare al tempo libero. Papa Francesco, a proposito del lavoro sostiene:” Una persona che lavora dovrebbe avere anche il tempo per ritemprarsi, stare con la famiglia, divertirsi, leggere, ascoltare musica, praticare uno sport. Quando un’attività non lascia spazio a uno svago salutare, a un riposo riparatore, allora diventa una schiavitù”.
Senza lavoro forse si può sopravvivere ma per vivere occorre il lavoro, e se ancora oggi in molti purtroppo non hanno ancora questa opportunità di lavorare pur avendone i requisiti, o purtroppo costretti a lavorare in condizioni non sempre adeguate, ogni lavoro contribuisce a nobilitare l’uomo. 

Speriamo che il 1°maggio sia anche l’occasione per riflettere su questi temi, sul diritto al lavoro per tutti e sul dovere del cittadino, perché ognuno nella società fa parte dell’ingranaggio lavorativo che dovrebbe contribuire al proprio benessere, auspicando non gli stessi ingranaggi di Charlie Chaplin e la sua esperienza di lavoro. Dunque 1° maggio festa non solo di chi ha combattuto per garantire diritti e migliori condizioni di lavoro e “festa della speranza di lavoro per tutti”, ma festa in cui riflettere che per meglio realizzare, senza barattare tutto il tempo con il lavoro accantonando tutte le ambizioni, bisogna saper godere anche dell’ozio, imparando a rallentare anche i ritmi che ci circondano. Per questo quale miglior precettore fu Napoleone che sosteneva con magistrali parole: “Siccome ho molta fretta, vado molto piano.” per sottolineare che a volte è necessario fermarsi per concedersi del tempo per ragionare e riprendere al meglio il proprio percorso di lavoro e di vita.