Ogni giorno che passa c’è la conferma che le Regioni hanno perso la loro specificità di governo territoriale autonomo e si sono messe al servizio dei partiti, con maggioranze e minoranze che partecipano al gioco politico e che sacrificano ad esso le esigenze degli stessi territori. Problemi e soluzioni vengono filtrati alla luce delle posizioni che si assumono nel dibattito nazionale, portando tesi spesso ideologiche oppure frenando iniziative che possono far arricciare il naso ai leader nazionali, oppure prendendo decisioni che non fanno l’interesse delle comunità ma servono a migliorare i rapporti col capo. Esempi ce ne sono, a cominciare dal prossimo referendum sul numero dei parlamentari, che è un tentativo di riforma costituzionale bislacco, improduttivo e che penalizza fortemente la nostra regione , con perdita di rappresentanza notevole . C’erano altre strade per raggiungere risparmi, ma hanno scelto quella più impervia e pericolosa di una forte penalizzazione del Senato , di un incerta ridistribuzione di ruolo e di una rappresentanza ridotta ai minimi termini rispetto a circoscrizioni a basso indice demografico: scenderemmo dall’attuale 1/64 mila a 1/101 mila. Un parlamentare eletto ogni 101 mila cittadini (il calcolo è fatto sulla base dei 60,4 milioni di italiani stimati da Eurostat, 2018). Secondo Cottarelli, calcoli alla mano, “), il risparmio annuo diventa di 37 milioni per la Camera e 20 milioni per il Senato, complessivamente 57 milioni all’anno e 285 milioni a legislatura. Ossia, lo 0,007% della spesa pubblica italiana. Quando si dice che il gioco non vale la candela! Ebbene, di fronte a questa prospettiva, un Consiglio regionale, massima Assemblea territoriale democraticamente eletta, dovrebbe assumere iniziative precise a difesa della rappresentanza territoriale. Invece imbarazzo, silenzio, sguardo rivolto altrove, come se non fosse una questione di interesse dei lucani. Altro esempio è il Mes. Un prestito di 37 miliardi a tassi superconvenienti, limitato ad interventi nel settore della sanità, avrebbe dovuto allertare i Governatori del Sud verso il raggiungimento di un obiettivo comune: quei soldi servono per riequilibrare il sistema sanitario nel Paese, migliorando le strutture, assumendo nuovo personale, acquistando attrezzature di avanguardia, creando la rete territoriale di prevenzione e di primo intervento. Tutte cose che avrebbero un risultato eccezionalmente alto, laddove si riuscisse ad abbassare drasticamente, se non a eliminare, la emigrazione sanitaria che muove ( fonte Sole 24 ore) ogni anno circa un milione di malati più i familiari, si traduce in un fiume di denaro pari nel 2017 a 4,6 miliardi di euro, certificati dalla Conferenza delle Regioni nei mesi scorsi. E il flusso ha una direzione chiara: l’88% del saldo in attivo (chi riceve pazienti) va ad alimentare le casse di Lombardia, Emilia Romagna e Veneto – che sono anche le tre Regioni più avanti nel processo di autonomia differenziata – mentre il 77% di quello passivo (chi “esporta” pazienti) pesa su Puglia, Sicilia, Lazio, Calabria , Campania e Basilicata. Ebbene, con una Europa che lamenta la mancata integrazione del Sud, con gli studi che confermano come gli investimenti nel Mezzogiorno siano stati dirottati al Nord, quale migliore occasione per i Governatori delle regioni meridionali di rivendicare il MES per riequilibrare il sistema sanitario , ridare fiato ai servizi nel Sud e ripagare in dieci anni il prestito attinto a condizioni di vantaggio?. Ma Salvini non lo vuole, Di Maio neppure e Conte traccheggia per non decidere. E i Governatori si scordano di una occasione storica che sta passando sotto i loro occhi distratti. Ecco allora che le Regioni, nate come Istituzioni rappresentative delle comunità territoriali, non rappresentano un bel niente, ma sono orpelli di una degenerazione partitica e leaderistica che sta rovinando il nostro Paese. Rocco Rosa
