MICHELE PETRUZZO
Se qualcuno avesse rivelato ad un grillino della prima ora che nel futuro del Movimento 5 Stelle ci sarebbe stata l’alleanza di governo con la Lega, prima, e con il Partito Democratico, poi, avrebbe sicuramente ricevuto qualche sonoro improperio, come quelli lanciati durante il Vaffaday.
Confrontando il Movimento di oggi con quello di ieri, sembra di parlare di due creature completamente differenti. Da una parte la carica antistituzionale di un movimento che dice di voler cambiare tutto e di voler aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno, dall’altra un partito che si è istituzionalizzato, è diventato forza di governo e si è alleato con gli stessi che un tempo considerava nemici assoluti.
Dopo i picchi di consenso degli ultimi anni, il Movimento 5 Stelle fa oggi i conti con percentuali molto più basse e con spinose problematiche interne. Una vera e propria polveriera che sembra sul punto di esplodere, per quanto si cerchi di nasconderlo.
Proprio in questi giorni, infatti, si sono tenuti gli “Stati generali”, il primo congresso della storia del Movimento, dove si sono consumate le tensioni tra l’ala governista-istituzionale di Luigi Di Maio e quella movimentista di Alessandro Di Battista.
La scelta di Davide Casaleggio di non partecipare all’assemblea finale, con tanto di motivazioni sul suo profilo Facebook, ha fatto riflettere e discutere, facendo trapelare un malcontento interno ormai palese ed innegabile. Diversi gli interventi e le personalità politiche che hanno preso parte al dibattito, da Lucia Azzolina a Danilo Toninelli.
Nel frattempo Beppe Grillo, fondatore del Movimento, sembra ormai lontano da queste dinamiche.
Se da una parte Di Battista ha ribadito la sua intenzione di ritornare in campo, chiedendo specifiche garanzie, dall’altra il Presidente della Camera Roberto Fico ha esplicitato la sua posizione governista, fornendo spiegazioni importanti: non solo si è lanciato nell’analisi degli inevitabili cambiamenti prodotti dalla transizione del movimento da forza di opposizione a forza di governo, “dalle piazze ai palazzi”, ma ha anche fatto un passo in più, chiedendo di proseguire il dialogo con il centrosinistra.
Scongiurata, almeno per ora, la scissione interna, rimane da capire quello che sarà il futuro del Movimento: da chi sarà guidato, che forma avrà e che ruolo giocherà.
È inevitabile che un movimento che si poneva come avanguardia e che interpretava la speranza di cambiamento di tantissimi italiani, stanchi del vecchio e desiderosi del nuovo, oggi abbia degli intricati nodi da sciogliere. Cosa alquanto prevedibile e forse gestibile in maniera differente. Tuttavia resta una questione aperta, che spesso si fa fatica ad ammettere: per quanto ci si ostini a negarlo, il Movimento ha ormai le sembianze di un partito vero e proprio. E non ci sarebbe niente di male, perché si tratta di una forza politica. Ci sono correnti interne, scontri di leadership, alleanze di governo e via dicendo. Tutta normale amministrazione della vita partitica. Qualcuno potrebbe obiettare che non c’è una linea ideologica di riferimento, se non il tanto sbandierato “buonsenso”, adattabile tanto al governo con Salvini, quanto a quello con Zingaretti. Ma anche questa rappresenta una posizione politica, una scelta ben precisa. Se si provasse quantomeno a prender atto di ciò, probabilmente un po’ di nebbia si diraderebbe e si tornerebbe ad intravedere almeno qualcuna delle loro cinque stelle.
