ANNA MARIA SCARNATO
E’ questo un periodo di vita che stiamo vivendo con apprensione ed anche con aspettative di un futuro che vorremmo giungesse presto a portarci definitivamente da uno stato di precarietà totale ad uno più sereno in grado di permetterci di produrre idee per le quali impegnarci in ogni campo, nel lavoro, nel sociale, nell’economia e per le quali la paura del presente ci ha resi fragili e inclini alla promessa di elevarle ad una riconciliazione con se stessi e a un desiderio di giovare agli altri. Non è forse quando ci si trova in difficoltà che si fa appello ai sentimenti più profondi dell’anima e all’anelito di cambiamento?
E il presente con il suo carico quotidiano di sofferenza vissuto da molti in prima persona, da contagiati di un agguerrito Virus, da altri spettatori di un film “dell’Orrore” al quale si vorrebbero tagliare le scene più toccanti e che, come ci ricorda Seneca, grande filosofo del passato ma sempre attuale, rimandano ad una condizione umana tal quale ad una goccia d’acqua “in extrema tegula” che rotola fin sull’orlo del tetto e se non è ancora precipitata, è lì lì per farlo. Molti altri invece preferiscono rifiutare la verità e indossare una maschera per coprire i secondi fini. Sono quelli che fra noi negano l’evidenza, minimizzano il dolore e incoraggiano comportamenti pericolosi per sè e per la collettività, offendendo la Scienza, gli sforzi e i sacrifici di uomini e donne che degli ospedali ne hanno fatto una loro casa dove l’accoglienza è un dovere ma anche umanità e abnegazione fino alla morte. Sono loro a contestare il lavoro dei governanti, pur non sempre perfetto, considerato lo stato di emergenza che si aggrava di giorno in giorno e che forse meritava una programmazione preventiva. Ed ignorano volutamente che dietro ogni scranno e a livelli diversi siedono, discutono e decidono misure a difesa della vita umana dalla pandemia e dai comportamenti irresponsabili, approntando misure calibrate all’estensione maggiore o minore del contagio monitorato quotidianamente. Eppure ci sono molti che le considerano restrittive della “libertà”, parola gridata in modo inopportuno nelle piazze e di cui non conoscono la storia nè quante vite costò perchè essi potessero manifestare. Sono quelli che, secondo Seneca, sanno fare il timoniere con il mare calmo, sono loro che possono determinare con le loro errate esternazioni la brevità della vita propria e degli altri. Essi ignorano che la vita potrebbe restituirci la felicità che oggi è minacciata, la sua stessa qualità, le vacanze nella socialità dentro e oltre i confini della propria Patria, gli abbracci e le tavolate allegre con amici e parenti, le visite agli ammalati in ospedali e case di cura, se tutti vivessimo il presente accettando anche le limitazioni e gli accorgimenti che richiedono un po’ di sacrifici,, non dimenticando in tutta fretta la scorsa primavera e il suo carico di dolore, non interrogandoci molto su cosa faremo, come riprenderemo a vivere dopo questa fase. Soffermarci su ciò che oggi vogliamo veramente, calarci con attenzione negli aspetti prioritari del vivere quotidiano che possano tutelare al meglio la vita di tutti, vivere serbando accanto sempre l’agenda dove le date, i luoghi e le persone che stanno vivendo più da vicino i disagi di questo dramma epocale non vanno mai depennate ma conservate nel memorandum del cuore. Chiedere e chiedersi se a Natale o a Pasqua saremo liberi dal virus e poter circolare a piacimento, frequentare discoteche, pub e locali di ristorazione in piena libertà è assolutamente una corsa in avanti se non siamo tutti in grado di rispettare e vivere il presente con il giusto spirito. Non si può immaginare il futuro, non lo si può sognare se non si è capaci di porsi dei limiti oggi per il bene di tutti . Fra l’altro chi può ipotecare l’avvenire se nemmeno il presente ci appartiene, se il passato è stato dimenticato insieme all’avvedimento che la “guerra al Covid” si sarebbe potuta riproporre come prima? “E il soldato si esercita in tempo di pace a combattere il nemico” (Seneca). Evidentemente ci siamo distratti dal grave problema. Se non si vive sulla propria pelle questa pandemia si è portati a pensare che è qualcosa che non può toccarci. E ciò costituisce un male presente nella vita e nel comportaento umano.
L’appello socratico “uomo, svegliati” dà sempre la possibilità ad ogni essere umano di cambiare la sua esistenza.
A chi sta affrontando la battaglia per la vita e a noi come invito a riflettere e scegliere di rinunciare a qualcosa, al poco o al molto che sia, per poter di nuovo sognare, rimanendo “avidi veri” (bramosi del vero) e non mistificatori di realtà, un pensiero come metafora che possa restituirci, se mai l’avessimo smarrito, il senso della pietas, la solidarietà nel dolore, la condivisione di uno stesso destino ed ,in primis, l’amore per noi stessi, come di seguito:
COME “LA BELLA DI GIORNO”
Perfide gocce danzanti nell’aria,
di sorpresa, bagnano la sua fragile
quanto combattiva corolla.
Intorno pone smarrito il suo sguardo.
Ne incrocia altri pietosi
che piegano avanti il fusto
a fargli scudo alla morte.
Tu, come bella di giorno,
schiusa alla vita,
alle albe e nascosta ai tramonti,
ignara e invano i tuoi petali
stendi ad un abbraccio,
mentre la luce, sempre più fioca,
ti conduce forse all’ultimo tuo sonno.
Ora chiusa ancora difendi la vita
per un’altra aurora
a cui forse non mostrerai il tuo calice.
E già soccombi
e affidi al vento,
che più non rianima,
i semi della storia tua
ma canta al tuo sentire:
“rinascerai, fiore della terra,
e il sol per te sarà per sempre”
