ANNA MARIA SCARNATO
Che non esista il paese dei balocchi solo in Toscana se ne ha certezza ogni giorno nelle realtà cittadine dove le giornate, soprattutto di festa, si passano baloccandosi e divertendosi con il naso all’aria per riempire gli occhi di luci che fanno l’occhiolino. E lì che, tra la gioia dei passeggianti, ti accorgi che il paese dei balocchi non è più il luogo immaginario delle fiabe ma forse è anche il tuo, è il luogo dove però con un po’ di fantasia potresti ritrovare l’ambiente fiabesco in cui i personaggi principali recitano pressappoco parti e ruoli che sono lontani dalla realtà ma che servono a rendere appagante lo spirito di un lettore–spettatore che di quello vive, che quello vuole, un mondo finto, accessorio,consumistico, che faccia dimenticare i problemi reali. E se si aveva bisogno di aprire un libro di storie fiabesche per far librare la fantasia e accendere occhi al sogno e curiosità in attesa di sviluppi di trame avvincenti, oggi par di vivere nel paese dei balocchi quando la storia di una comunità si fa reggere sul surrogato di una filosofia umanistica quando il modello è solo immagine che scimmiotta una felicità da fiaba, da principe che tiene sveglia la bella “addormentata” comunità, azionando il bottone della luce. E luce sia, e la festa abbia inizio. E’ la cultura dell’illuminazione della propria importanza, della necessità di brillare, scordando i problemi delle periferie fisiche e del cuore, un dare luce agli scampoli di una cultura opportunistica e schierata, a verità false e di comodo.
L’arte di impersonare, di far finta, il mestiere di Geppetto. Creare “burattini” a cui però non si vuole dare un’anima vera, impartire valori culturali universali, trasmettere l’importanza della memoria per non rimanere scollegato dal presente, l’amore per la famiglia, il lavoro e il senso di una complessa società. Piuttosto la disobbedienza e il rifuggire da contesti e persone che si odiano poiché non asserviti. I burattini di questi Geppetti sono balocchi nelle mani dei loro “falegnami”. Meglio non farli crescere per non essere abbandonati, per non allontanarli dal prosieguo della loro storia che deve trionfare come la pubblicazione di un libro di successo, nella lettura di una trama sempre più coinvolgente e “appagante”. E, nella realtà odierna, le storie di Collodi, dei fratelli Grimm, di Perrault, di Esopo possono specchiarsi quotidianamente ed essere interpretate in racconti al rovescio, modificate secondo la fantasia e la creatività che rende possibile la percezione di un accostamento dei protagonisti veri ai recitanti di storie che vendono illusioni. E le fatine azzurre esili e dalle dorate trecce oggi potrebbero essere impersonate da personaggi mai sazi “di abbuffate“, facili a promesse in cambio di risposte del cittadino, solo spettatore, a favorire le loro scalate fiabesche. E le fate oggi dai capelli rossi e castani muovono bacchette, dirigono l’orchestra di “musicanti di Brema” (fiaba dei Grimm) che avevano un sogno, raggiungere una meta per liberarsi e fuggire dai “padroni” che vogliono impedire loro un futuro ma, stregati dalla magica atmosfera, sotto incantesimo, si accontentano di rimanere nella “casa dei briganti”.
Continuando nei riferimenti alle fiabe, visto che i paesi dei balocchi e delle farlocchi esistono eccome nella constatazione di un vivere avulso dai problemi sociali e sempre più interessato a far brillare il “campo dei miracoli con sacchi pieni di monete d’oro “di chi vuole fare solo “affari”, ci si persuade sempre più che “i pupazzari“ ci hanno preso gusto a giocare e a mentire di fronte al pubblico, immemori di case sempre piu’ vuote di persone partite lontane in cerca di fortuna, sempre più vuote di ogni bene materiale e deprivate di stimoli a reagire, di malessere celato dietro il sorriso che ancora l’uomo dignitoso mostra sul suo viso e che, contrariamente ad altri, sa leggere ma non crede più alle favole mal narrate.
Viene in mente la storia del mulo caduto nel pozzo (Esopo). Cadde in un pozzo senz’acqua e i contadini gli tirarono addosso badilate di terra. Il mulo riuscì a risalire saltando sugli strati che man mano si accumulavano. Ognuno prima o poi può cadere ”nel pozzo”, trovarsi in difficoltà tali da pensare di non poterne uscire. Eppure, rispetto alla sorte che si è prospettata, spesso pianificata dall’esterno, la speranza vede luce se ci si ingegna e ci si attiva per non farsi incantare, per scongiurare una tragica fine per sé e il territorio tutto, obliato nei veri bisogni. Una speranza che non è quella del paese dei balocchi, non quella della “bottega”, non quella di “Mangiafuoco”, né del ”campo dei miracoli” di Pinocchio. Quella è solo fumo negli occhi, è storia dell’uomo-giocattolo che si fa usare per il gaudio e lo splendore degli altri, è dimenticanza dei lutti lavati nelle tavolate di case di amici compiacenti e in quelle di campagna, è menefreghismo di omaggi alla memoria di illustri personaggi della cultura. Non si ha bisogno di storie finte e lacrime di coccodrillo. I paesi siffatti, le città e le regioni non scrivano più storie da archiviare ma da ricordare. Si ispirino a fiabe che da sempre raccontano di valori ai bambini, ritornino a leggere “I suonatori di Brema” per fare arrivare a Brema i popoli, alla realizzazione dei loro sogni per non accontentarsi di “una casa dei briganti” mal illuminata da non far discernere la verità, come dice il racconto.
