ANNA MARIA SCARNATO

Il film “Rocco e i suoi fratelli” di Luchino Visconti, interpretato magistralmente da Alain Delon, è stato rimandato in RAI, a ricordarne il genio interpretativo di un attore che in questi giorni ha lasciato questo mondo ed anche una realtà territoriale del Sud molto particolare. Averlo rivisto ha scatenato in me tanti pensieri che, al di là del dramma finale che conclude la storia di una famiglia venuta dal Sud, dalla Basilicata, a impiantarsi a Milano per lavoro, mi hanno permesso di notare come la descrizione della cultura contadina lucana, il carattere della sua gente, la povertà che nel dopoguerra imperversava e costringeva ad emigrare, la nostalgia per questa terra mai spenta nei ricordi custoditi e refrattari ad un impianto definitivo in altri luoghi approdati, il desiderio del ritorno, la forza centrifuga della famiglia capace di saldare ferite profonde grazie all’unità affettiva e ritentare un cammino, sono rimasti tale e quali dopo tanti anni che hanno visto cambiamenti della società in ogni aspetto. Mi ha pervaso così una nostalgia di tempi lontani ma anche il desiderio di un raffronto di elementi che hanno perso colore ma ricordano ancora fortemente le tradizioni di questa terra, le feste religiose, il tramandare i nomi dei Santi a cui si è devoti e quello propri familiari attraverso i figli, usanza che ancora resiste ai nomi moderni che richiamano personaggi pubblici o di telenovelas. Rocco, il nome del personaggio principale del film, oggi raro, il nome del santo di Montpellier, patrono di tante comunità lucane, forse deciso da Visconti dopo la visita a Pisticci che gli permise di notare quanti portassero quel nome e quanta devozione al Santo, che si festeggia ogni 16 agosto, la gente coltiva. Forse…ma potrebbe essere così, visto che tra le foto scattate durante le visite nei luoghi della Basilicata orientale, vi è annotato al numero 82 la chiesa di S. Rocco. E una punta, seppur timida d’orgoglio, mi suggerisce la possibilità che possa essere la chiesetta di Bernalda, se come riportano alcune fonti, pare sia passato, da Pisticci certamente, probabilmente anche dal mio paese. Un settentrionale che viene a conoscerci, entra nelle nostre case, ci segue con il suo sguardo per studiare come ci si vestiva, come si ìntessevano relazioni di vicinato, come ci si rapportava alla fede religiosa, quanto di vero le leggende tramandassero di noi. Uno sguardo da trasporre nella trama di un film che raccontava il bisogno di una famiglia di trovare il lavoro, il dramma migratorio che ancora c’è, i popoli in cammino per bisogno, una realtà arretrata. L’adattamento, la difficile inclusione, i pregiudizi, ma anche l’integrazione, la devianza, il perdersi in contesti diversi. Quanti pensieri suscita la visione quest’oggi il film “Rocco e i suoi fratelli”. Ed anche un interrogativo: siamo rimasti gli stessi? Sì, legati alla nostra famiglia, coesi e solidali nell’aiutarci, pronti a ritentare dopo gli errori, innamorati dei nostri paesi d’origine, ed ancora emigranti. Proprio così. Il lavoro è limitato al settore agricolo, poco nell’industria, in aumento nel terzo settore. I giovani, dopo la laurea si spostano altrove, tanti altri salgono al nord per lavorare nella Scuola, negli
ospedali e nelle fabbriche. Eppure, rispetto ai tempi dell’uscita del film, gli impianti di estrazione petrolifera, la Fiat e i fondi PNNR avrebbero dovuto fare la differenza e frenare l’emigrazione creando opportunità di lavoro. Cosa i governi ne hanno fatto delle risorse acqua e petrolio se oggi i lucani razionano l’acqua e sono costretti a raccoglierla in taniche per lavarsi come una volta nella bacinella? Molto non è stato fatto e il passato sembra riproporsi. Le campagne si sono spopolate, i lavori del contadino sempre più affidati agli immigrati malpagati, maltrattati e sfruttati, le infrastrutture trascurate. Pochi siamo e poco contiamo per i governi. Se guardo la mia realtà trovo che l’ accezione di “Bernalda bella” appartiene forse a chi è venuto a conoscerla per la prima volta dopo l’emigrazione dei familiari, al grande regista Francis Coppola che l’ha idealizzata dai racconti, dalla lingua, dalla cucina dei nonni italiani, da un uomo che ha girato il mondo chiassoso e lussuoso, è salito sui palchi più importanti del successo, e che qui ha trovato la semplicità di un saluto, parenti mai visti, una calma che nelle città è difficile trovare. Bernalda bella per i suoi ricordi, Bernalda bella da mostrare al mondo come luogo delle sue origini ma un paese come tanti della Basilicata che ha perso molte opportunità di sviluppo. Il regista ha dato una spinta al lavoro assumendo qualche unità lavorativa nel suo palazzo Margherita, un resort lussuoso più per americani che vengono a visitare il paese di Francis che per turisti comuni che lo guardano da fuori. Ma non è bastato. Bernalda bella per la festa di S. Bernardino giusta per agosto, tempo di vacanza. Bernalda bella perché? Se ancora gli emigranti tornano per poco per dare concretezza all’immaginazione di un paesaggio natio costruita da remoto, per risentire gli odori nei reticoli delle sue strade che sanno di sugo di pomodori maturi, di carne d’agnello, di fritture di “pettole” di massa di pane fritta. Ma poi vanno via, al lavoro, in altre terre, lontano. Rocco e i suoi fratelli è ancora attuale nel bisogno di emigrare e nel dramma di famiglie che spesso indeboliscono i legami affettivi per la lontananza. “Lontano dagli occhi, lontano dal cuore” si sente spesso dire da chi della famiglia resta nel paese d’origine. ”I figli si sono estraniati”. Ogni volta che cambia un’amministrazione si spera che qualcosa cambi per questa terra. Cambiano i volti, i nomi, i partiti, le appartenenze ma anche qui ci si ricorda dell’esistenza di un paese, di una comunità, di far riunire gli abitanti sparsi nel mondo, solo in estate. Spettacoli per stupire, fumo negli occhi spesso ed eventi di giovani aspiranti Miss da applaudire e di cui andare fieri. Bellezze e musici per le serate, salsicce e fiumi di birra da tracannare. L’estate è finita. “Rocco e i suoi fratelli” sono risaliti ma l’esempio degli emigranti è partito con loro. Qui tira un’aria più triste e meno luminosa dall’autunno alle porte. Di politica non si parla in modo trasparente. Come accade nel governo centrale dove tutti gli alleati cantano unità e coesione ma ingoiano malumori, affermano e correggono, parlano di Paese cresciuto grazie a Giorgia, di aiuti per le famiglie, buttano a mare la politica dei bonus, confondendo le aspettative, mistificando la realtà, così continuano nel comune di Bernalda. Una Sindaca a tempo, subentrata dopo l’elezione del Sindaco, ora consigliere regionale, per traghettare un’amministrazione fino alle nuove elezioni di primavera, sta lavorando per la città e che sicuramente si candiderà questa volta per la carica di sindaco. Se condivisa da tutta la maggioranza la visibilità che l’è stata offerta non si sa o quantomeno non si può con certezza affermare. Tra l’altro se qualche pensiero, o più di uno, è contrario all’attuale ruolo e alla sua possibile ricandidatura, tra gli associati della maggioranza di cdx, è ben nascosto dalle parole che oggi si dicono per smentire verità: “Siamo tutti con Matarazzo”, “stiamo facendo cose grandi “. Ma nel paese qualcuno mormora di incontri massoni, di sfiducia non opportuna per non crearle un vantaggio per vittimismo, di aspettare fino alle elezioni, di liste semipronte a suffragio di attuali coalizzatì/e, di manovre di personaggi manovrati a loro volta come pupazzi per ripristinare un governo amico che finge sostegno per la Sindaca pro tempore che non ci sarà. E i tradimenti potrebbero così continuare tra amici e parenti. Ancora forse non si è compreso che il contributo allo sviluppo del proprio territorio si può dare candidandosi anche come semplice consigliere, che fare il sindaco non è pensare alla moglie o al marito da sistemare. E Luchino Visconti bene ha studiato certe caratterizzazioni del popolo di qua. Se Rocco e i suoi fratelli partono e con loro tanti altri, niente chi resta e comanda ha imparato dal passato, nulla conosce delle esigenze vere di un popolo. Continua a non essere trasparente, a non far crescere il paese, anzi lo distrae mentre rappresenta un paese che non c’è, un lavoro che non c’è, buche nel manto stradale, rifiuti e detriti che attendono giorni per essere rimossi, rapporti umani che si nutrono di interessi particolari e di tradimenti. Ma va tutto bene e sul Comune si amano tanto. Per i paesani, le persone normali la vita scorre normale, in attesa della primavera. E se qualche cittadino aspira ad un lavoro per un familiare, è tempo già di promesse e corteggiamenti. La conquista del potere merita impegno. Ebbene I mentori insegnano e continuano a orientare la “baracca”.