CAMMINARE
un racconto breve
di
Gerardo Acierno
In questo tempo sospeso ci è concesso passeggiare nelle vicinanze della propria abitazione ma Giovanni, pensionato con tanto di ‘diritti acquisiti’, allunga il passo e imbocca la vicina pista ciclabile e pedonale che da quelle parti si snoda lungo il crinale della collina scivolando verso Potenza. Nei mesi precedenti alla pandemia qui si incontravano podisti di tutte le età, colorati ciclisti, fiori gialli sui fossi e panchine scombussolate da chiodi arrugginiti e scritte oscene. Oggi, all’altezza della vecchia stazione ferroviaria, dominano crolli e montagne di rovi spinosi. Da una finestra sfondata s’intravede lo sportellino della biglietteria miracolosamente integro e agli angoli dei muri cadenti risaltano tre bicchieri di ceramica bianca un tempo usati per smistare i fili della rete elettrica. Il tetto, aperto come il quarto di bue appeso al gancio della macelleria, lascia intravedere spezzoni di lettere cubitali tinte di azzurro indicanti il nome del paese. Intorno, il tubare dei piccioni si mescola al solitario abbaiare di un cane indispettito dal suo passaggio. Tracce di tempo lontano.
Giovanni sa che quello è l’antico tracciato ferroviario e infatti dopo un po’ si ritrova davanti ad una galleria. Bene illuminata, lunga sessanta passi, essa disegna una mezza curva. Dentro spira una brezza sottile, leggera, intrigante come il fruscio di un lenzuolo di seta su di un corpo accaldato. E il silenzio. Poi una falena spezza l’incanto. Giovanni, corrucciato, la osserva danzare e sbattere furiosa contro la luce bianca di una lampada. Quando s’accorge dell’imminente accasciarsi dell’insetto, egli avverte il bisogno di alzare il protettivo bavero del giaccone. Una goccia d’acqua sorgiva scivola tra le pietre squadrate della volta e con giusta cadenza accompagna i suoi passi verso l’uscita. Ma Giovanni, ora, non vuole tornare all’esterno: si sente sereno, immerso nella fragile, momentanea solitudine. Teme di perdere questo felice momento perché sa che fuori lo aspettano le sue solite, opprimenti ansie. Si ferma, si appoggia alla parete umida e muscosa e s’illude di sentire il treno arrivare. Di ascoltare lo sferragliare della vecchia littorina che un tempo portava lui e i suoi amici in città a studiare o a lavorare. Si lascia andare. Chiude gli occhi, per un attimo, e sogna di rintanarsi in quella sorta di campana di vetro. E velocemente si accalcano e svaniscono volti noti e scomparsi, amici, situazioni, persone, fatti e mondi finiti. Poi, come faceva da bambino quando restava solo in casa e voleva sfuggire alle paure, lancia un urlo acuto, assordante e tuttavia liberatorio. Atterriti, si destano dai fori oscuri nugoli di pipistrelli assonnati: in un fragore da brivido scuotono la quiete del tunnel e sbattendo le pesanti ali vanno a suicidarsi contro le infide luci dei lampioni.
Quando, infine, Giovanni si trova fuori ha le mani fredde e il naso chiuso. E’ tempo di tornare a casa. Una bella tisana calda lo aspetta per rincuorarlo. E non importa se prima di un’altra notte insonne gli toccherà ascoltare in tivù, come da un anno circa a questa parte, i dati non proprio tranquillizzanti della pandemia che stenta a calare. Si resta sospesi ma in cammino.
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