ANGELA MARIA GUMA

L’aspetto del complesso monumentale riportato alla luce è sostanzialmente riferibile all’ultima fase di vita del santuario, vale a dire l’età tiberiana o subito dopo,  intorno al 79 d.C. Numerosi furono, infatti, i rifacimenti, a cui esso venne sottoposto in seguito a movimenti franosi o sismici; l’ultima sistemazione è datata con sicurezza alla prima metà del I secolo a.C. grazie al rinvenimento di un’epigrafe latina (RV 22) che menziona un personaggio della gens Acerronia, di origine lucana, alla cui munifica liberalità si deve il definitivo restauro del santuario quale oggi ci appare. Di contro, il momento iniziale di frequentazione del sito come luogo di culto si pone intorno alla metà del IV sec.a.C., ed è in questo momento che il santuario nasce in evidente correlazione con il centro politico di Serra di Vaglio. Infatti, nel momento in cui Serra, centro politico e militare dei Lucani, scompare, Rossano, che si caratterizza come centro religioso e cultuale, non solo sopravvive, ma conosce progressivi ingrandimenti e ristrutturazioni.Il complesso monumentale messo in luce si compone di otto ambienti coperti, distribuiti intorno ad una vasta area scoperta (il sagrato), rivestita da  un pavimento in grandi lastre di pietra durissima e a cui si accede da una porta larga 6 metri situata sul lato Nord-Ovest.Al centro del sagrato si erge un’altare (eschara), costruito invece in blocchi di pietra arenaria tenera recanti segni di cavea in lettere dell’alfabeto greco.  In definitiva, si ipotizza che l’area dell’intero complesso doveva raggiungere una dimensione di circa 200x200m., abbastanza estesa per un santuario indigeno. Un’idea delle diverse fasi di ristrutturazione dell’area santuariale è offerto dai materiali stessi adoperati per l’edificazione. Le strutture risultano essere costruite quasi tutte in blocchetti di pietra calcarea, con la presenza saltuaria dell’arenaria, in cui sono realizzate sia le iscrizioni antiche che l’altare. Per intendere la destinazione d’uso dell’intero complesso monumentale e nello specifico dei diversi ambienti, è opportuno, dopo questa breve disamina generale, procedere ad un’analisi più minuziosa ed analitica  degli  ambienti ritrovati oltre che dei materiali ivi rinvenuti.
Il Sagrato

 

Fig. 2 Il sagrato
Esso è costituito da un piazzale di notevoli dimensioni (m.37 x 21), lastricato con un pavimento in pietra calcarea durissima a cui si accede da Nord-Ovest attraverso un’entrata  larga 6 metri, situata sul lato Nord. Lo stesso lato del piazzale appare delimitato da un muro in opera quadrata di arenaria che si apre sul sagrato,  fungendo da recinto (temenos) su di un lato. E’ evidente per lo stesso un rifacimento circoscritto al lato occidentale e più precisamente alla parte compresa tra la grande entrata nel sagrato ed un edificio esistente sul lato Nord. Tale rifacimento è stato effettuato in blocchi di pietra gialla, calcarea che si presenta abbastanza friabile, specialmente se bagnata o umida e in cui si ergono altri tre filari di arenaria, certamente riutilizzati come dimostra la presenza di segni di cava. Inoltre,  il  materiale riadoperato lascia supporre che l’intero muro di delimitazione deve essere stato costruito (o ricostruito) in una fase posteriore.
Ai lati dell’entrata, intagliate nei duri lastroni calcarei, sono collocate due vasche semicircolari che ricevono le acque dalla sorgente, situata più a monte, verso Ovest, tramite un sistema di canalizzazioni che a loro volta le scaricano, ancora per mezzo di una  canaletta, sempre intagliata nel sagrato, nella cloaca posta nall’angolo Sud-Est  del complesso.
E’ interessante notare come la canaletta, nell’attraversare il sagrato in direzione Sud-Est, sembra quasi evitare, nel suo percorso, il dorso dell’altare, per immettersi poi nella cloaca. La deviazione effettuata dalla canaletta nei pressi dell’altare è un utile indizio per la ricostruzione delle fasi del santuario, essa, infatti, contribuisce con evidenza a dimostrare la preesistenza dell’altare alla pavimentazione del sagrato. L’esistenza di questi due momenti di edificazione è inoltre comprovata anche dalla presenza nell’angolo Sud-Est di due cloache parzialmente sovrapposte. Di esse, quella inferiore, larga 0.35m, recante un fondo in tegole, un alzato in pietrame e una copertura di lastre in pietra, si può facilmente riconnettere alla prima fase di frequentazione dell’area. Di contro, la cloaca superiore, così come dimostra una serie di elementi quali, la costruzione a volta, il fondo in pietra, e la maggiore ampiezza (m.0.55), presenta un senso di maggiore monumentalità nell’edificazione. Inoltre, se si considera che quest’ultima sembra aver cancellato una parte del muro Est nell’ambiente III, si può ipotizzare per essa una costruzione senza dubbio contemporanea alla ricostruzione ultima del sagrato.
L’Altare

Fig. 3 L’altare
         Il sagrato contiene un edificio (E) rettangolare, costruito in blocchi di arenaria giallastra e friabile di cui sussiste l’assise.
Tale edificio, denominato da Adamesteanu escara,[1] misura 27, 25×4,50 m. ed è suddiviso in due parti, di cui quella ad Est del santuario, la più lunga (16×80), risulta costruita su terreno vergine. La parte occidentale, di minore lunghezza, (10, 50 m.) appare quasi priva di blocchi sui lati asportati di recente. La forma appare ben evidente dall’allineamento del sagrato alle lastre confinanti. Le differenze di impostazione di queste ultime permettono di ipotizzarne l’appartenenza a qualche fase anteriore la ricostruzione ultima, alla quale potrebbero inoltre riconnettersi capitelli e frammenti architettonici presenti in zona, ipotesi  comprovata  dal rinvenimento dell’iscrizione RV-28, della fine del II sec.a.C.[2]
         La presenza di segni di cava formati da lettere dell’alfabeto greco sui blocchi di fondazione di questo altare oltre che su alcuni dei blocchi appartenenti al temenos, ci riporta invece alla prima fase di frequentazione dell’area santuariale. Infatti se si osserva con attenzione il ductus dei segni A e H, appare evidente come analoghi segni siano presenti sui blocchi e della cinta muraria di Serra di Vaglio e di altri centri del Potentino. Il raffronto permette dunque di ipotizzare un unico momento di edificazione riconducibile cronologicamente al terzo quarto del IV sec.a.C. Inoltre, l’appurata unitarietà del ductus ha permesso sempre ad Adamesteanu di ipotizzare l’esistenza di un’unica personalità militare o religiosa a cui potrebbero essere attribuite buona parte delle fortificazioni del Potentino oltre che di altri edifici della seconda metà del IV sec.a.C.[3]
         Relativamente all’altare, esso sembra essere stato edificato, poi distrutto (e probabilmente ricostruito sulle stesse assise) agli inizi del I sec.a.C.; alcuni blocchi di arenaria della prima costruzione (spesso recanti iscrizioni) sono dispersi in tutta la parte O del santuario, dove verosimilmente furono reimpiegati nei rifacimenti del sagrato risalenti alla fine dell’epoca repubblicana. (RV-19, RV-21).
Gli Ambienti
                                   Fig. 4 Gli ambienti
 
Ambienti I e II
Degli edifici non ne restano che le fondamenta o, nel migliore dei casi, la prima assise.
Il lato lungo di fronte l’ingresso prevede un articolato sistema di strutture: si tratta degli ambienti coperti I e II, entrambi larghi m. 6 e lunghi m. 46; il primo risulta, inoltre, frazionato in sette vani di diverse dimensioni mentre del secondo non si individuano che pochi resti delle suddivisioni interne. Interessante dal punto di vista struttivo è, infine, il rinforzo verso il pendio delle murature esterne dell’ambiente I, costituito da una serie di speroni disposti a distanze regolari.
Per nessuno dei due ambienti è stato possibile rintracciare le soglie d’accesso. Unico indizio per un tentativo di ricostruzione dell’originario piano di calpestio è offerto nell’ultimo vano verso Sud dell’ambiente I dai resti di un canaletto trasversale. Il fenomeno, che ha dato adito a diversificate interpretazioni relative alla funzione di tali ambienti, può anche essere più semplicemente ricollegato ad interventi di scavo azzardati di probabile fattura clandestina che hanno contribuito alla illeggibilità della situazione evidente.
Sebbene non si ancora fatta pienamente chiarezza sulla motivazione dell’assenza di tali soglie, l’ipotesi di considerare gli stessi vani dei Tesauroidel santuario appare, alla luce dei dati emersi, senza dubbio più attendibile. In uno di questi saggi, condotto a ridosso del muro di uno dei vani dell’ambiente I, è stata rinvenuta una testina femminile in marmo,  da considerare un utile indizio nella rivalorizzazione dei culti legati alla sfera di Afrodite.
Comune ad entrambi è inoltre, la presenza di tracce evidenti di bruciato a volte rimescolate con malta farinosa, connesso al rinvenimento di numerosi tipi di chiodi e di uncini di ferro, in grado di offrire un indizio sul plausibile utilizzo del legno insieme a quello della pietra per l’alzato delle pareti. Inoltre il rinvenimento di tegole ed embrici di diverso spessore lascia ipotizzare una plausibile presenza di copertura che nel caso specifico doveva essere unica.
Relativamente al materiale rinvenuto, una prima osservazione d’obbligo è che nell’ambiente II, la quantità del materiale fittile è senza dubbio maggiore di quella dell’ambiente I, anche se omogenea nella composizione e datazione.
Ambiente III
Sul lato orientale il complesso è chiuso da un terzo ambiente (m. 22 x 6.50), delimitato da muri perimetrali che, al pari di quelli degli ambienti I-II sembrano essere stati costruiti  a secco, con largo uso di scaglie e blocchetti di pietra dura ma con rari esempi di pietre ed embrici. Interventi di scavo hanno consentito di ipotizzare che le fondazioni dei muri perimetrali dovevano scendere, dal battuto, fino a 1,70 m. Inoltre, è proprio sul lato NO del muro perimetrale dell’ambiente suddetto che risulta evidente la presenza di un passaggio abbastanza stretto (m. 0,90) tra questo e il sagrato. Gli stessi muri perimetrali presentano una fondazione in pietrame abbastanza grosso, con un alzato in blocchi sicuramente riadoperati come è mostrato dalla presenza di perni laterali, oltre che dalla presenza nell’angolo del sagrato, su di un blocco pertinente al muro meridionale dell’iscrizione, RV-26. Per l’alzato dei suddetti muri perimetrali si suppone un’altezza di 1-1,50, simile quindi a quella di ambito pompeiano.
All’interno dell’ambiente, sempre dalla parte del muro divisorio, adiacenti allo stesso, sono state scoperte sei basi di colonne in laterizio verosimilmente sormontate da capitelli in pietra dura, che dovevano ergersi quasi a formare un’area porticata,  raggiungendo verosimilmente  un’ altezza di 3,5m.
Al centro dell’ambiente, in evidente allineamento con il lungo altare, un ammasso di blocchi ben squadrati indica la traccia di un basamento la cui forma doveva essere a T. Anche questo monumento sembrerebbe risalire a quella fase intermedia  di edificazione soprattutto se si considera che la sua fondazione poggia sul pavimento di epoca repubblicana. Inoltre, dai saggi effettuati in tale ambiente, risulta evidente una trasformazione verificatasi presumibilmente alla fine della Repubblica, testimoniata dalle colonnine in frammenti di tegole impostate su basamento in pietrame costruito a secco e dal rinvenimento al disotto del pavimento repubblicano delle iscrizioni RV-11 e RV12.[4]
Ambiente IV
Una sistemazione analoga a quella dell’ambiente III, sembra caratterizzare anche il settore occidentale nel quale è possibile riconoscere l’ultima fase di vita del santuario: l’ambiente IV è delimitato verso il sagrato da una gradinata, su cui sono ancora visibili resti di colonne in laterizi, davanti alle quali sono collocati basamenti sagomati, probabilmente destinati ad accogliere statue. La comunicazione con il piazzale avviene, infine, tramite una porta, larga m.2,50, che si apre nella zona sud-orientale del muro esterno. Gli stipiti di tale porta consistono in filari di blocchi squadrati in arenaria, alternati con filari di tegole, tecnica che si ritrova nell’angolo Nord-Ovest dello stesso muro nonchè nella costruzione di due speroni di rinforzo allo stipite della suddetta porta.
L’interno dell’ambiente presentava in origine, prima dello scavo, un enorme ammasso di pietre e blocchi di ogni specie, che nella parte Est dell’ambiente sembrerebbe riferirsi ad una probabile ultima pavimentazione non chiaramente leggibile. Inoltre la constatazione del notevole dislivello presente sul lato Est di tale ambiente ha consentito l’intervento di scavo che ha portato alla luce la stipe votiva più ricca del santuario.
Gli ambienti minori (V-VI-VII-VIII)
Nell’angolo S-E di tale ambiente IV, costeggiato da un canale per tutta la sua lunghezza, è venuto alla luce un complesso di quattro vani minori non ancora completamente indagati.
La fontana
Al di fuori di quest’area sacra principale verso N-E si è rinvenuta un’altra struttura, apparentemente non in connessione con il santuario, identificata come l’edificio di una fontana per la presenza di tre tubi fittili, forse “luogo d’incontro per festeggiamenti o semplice abitazione di gruppi di fedeli”. Ancor più interessante è, infine, la supposta presenza di un teatro nella valle situata sul lato sud-occidentale rispetto al complesso monumentale.

IN COPERTINA- PLANIMETRIA

[1] ADAMESTEANU, 1990, pp. 79-82.
[2] RV-28
[3] ADAMESTEANU D., 1974c.