di Lucio Tufano

Aveva il senso architetto­nico dei regimi ed il ram­marico sulla rivoluzione mai consumata. Non era il dottor Faust, né il dottor Goebbels, non era il dottor Spear, forse non era nessuno di quelli che bramano la repentina e più facile scalata ed indugiano se ca­pita loro di dover scendere. Era Zivago, il dottor Ziva­go, con quel suo struggen­te amore per le marce mili­tari, per l’Internazionale e l’inno dei lavoratori, per Bandiera Rossa, per il coro del Nabucco ed ancora, per i tamburi e per la banda di Francavilla Fontana, per gli oboe e per i notturni e le “fughe” di Sebastian Bach o di Chopin ed ancora per le bandiere e per le idee quando le idee sono punti luminosi da raggiungere e le bandiere punti colorati da seguire, per la notte cal­da della città e del vento lie­ve che reca le fragranze dei pini a Montereale. E c’è il rimpianto per coloro che hanno subito le discrimi­nazioni della storia, l’astio degli avversari e la perfidia dei compagni. Nei casellari politici centrali del mini­stero dell’Interno comuni­sti e socialisti schedati o confinati, condannati ad una, due o venti anni di carcere come Gramsci Antonio di Francesco, fondatore de “L’Unità”. Perché mai lo avrebbero fatto? In quei rigidi inverni degli anni lunghi si aveva a cena nelle cantine e da Peppe Riviezzi, Lenin Stalin, Napoleone e Beethoven, Pietro Valenza, Gino Grezzi ed Ignazio Petrone e giovani “quadri” dei partiti della sinistra e del sindacato … una coltre di neve ammantava largo Duomo e le piazzette, imbiancava le fontane di ferro, i gradini della chiesa ed il vescovado in una scena da film sovietico: La corazzata Potemkin si proiettava nel nuovo cinema locale. Si consultavano gli oracoli di marmo e di stampa, “L’Unità” e “L’Avanti!” sui tempi della politica.

Sbiadivano intanto decine di figure, dagli avvocati con folta criniera e corrusche sopracciglia, parlatori e tribuni, ai giornalisti scettici e romantici, come Mimì Bonelli, che adopera­vano insieme satira ed iro­nia e sapevano fino in fon­do come fossero andate le cose, estremisti e massima­listi, bolscevichi di casa no­stra, fino alle pattuglie di edili che nelle cantine han­no battuto con rabbia il pie­de sul pavimento ed il pu­gno sui tavoli. Rossi e neri, calvi e grassi, alti e min­gherlini con Laus Genna­ro, Fortannascere Michele e Nicola Chiaffitella, Man­cino, Strazzella e Calluso, Elio Altamura da Melfi, Michele Bianco, Domenico Giannace e Giuseppe Pace da Matera, intervenivano alle feste del lavoro, nei cortei ed ai festival de “L’U­nità”.

C’erano tutti. E c’era Di Tol­la che aveva “L’Unità” in tasca e la cacciava di tanto in tanto come una bandiera e Peppino Sanza che cantava da tenore pezzi della ”Tosca” ed inni partigiani e De Vivo che, con la guerra del Vietnam, fu soprannomi­nato ”Hocimin”. E c’era chi acquistava ogni settimana “Rinascita”, la rivista fon­data da Togliatti e che reci­tava poesie di Majakovskij, di Scotellaro, di Michele Parrella e Gorki. I roventi dibattiti nella Camera del Lavoro con gli operai e gli studenti. La spavalda sicu­rezza di Mast’Antonio Lo­giudice, la certezza di Vit­torio Mecca e di tanti altri. Centinaia di comizi e stre­pitose, estenuanti campa­gne elettorali, i quadrati angusti delle piazze paesa­ne, i battibecchi e gli attac­chi personali, i vituperi e le filippiche, le denigranti ac­cuse contro gli ammini­stratori municipali, le pre­sunte appropriazioni con la lampada accecante sulla testa dell’oratore, con pal­chi e finestre imbandiera­te, la strenua difesa dei senzatetto, dei senza lavo­ro, dei senza tutto e la guerra a distanza contro i monopoli e gli invisibili pe­scecani. Tutto questo tur­bava il sonno agli arricchiti e faceva del PCI un mastino ringhioso che avrebbe, prima o poi, azzannato i padroni.

Erano muniti di lungimi­ranza, sereni di quanto ad essi serbava l’avvento. Marx aveva sostituito al dio crocifisso l’immagine dell’uomo inchiodato alla croce del capitalismo, il messia annunciato dai pro­feti, il proletariato. Poi si è capito che si trattava di un falso profeta. E ci si do­mandava come avrebbe fat­to l’uomo che, dai tempi di Tiberio e Caio Gracco ha sempre sperato negli iugeri di terra, contro l’ingordi­gia di altri uomini. Lenin diceva che il marxismo è un pezzo di acciaio che non può essere spuntato … E che cosa accadrà negli an­ni a venire? Se il Nicciane­simo, il Fascismo, lo Stati­nismo, se ogni ideologia nefasta sulla terra avrà ri­gurgiti ed i suoi convinti seguaci? Era forte la fede nei compagni, pronta la de­cisione, il rispetto per i “piccoli padri”, per i com­missari del popolo ed il cul­to della personalità era tale che, per la morte di Stalin, si pianse perfino a Potenza. Ancora ieri, l’ultimo vec­chio del partito, volto ag­grinzito a passo incespi­cante, recava in tasca “L’U­nità”. Ha vissuto un’intera vita in fervida attesa: a lui sarebbe andata bene la dit­tatura del proletariato. Ma forse non si è ancora reso, conto di come siano state travolte le statue di bronzo verdescuro di Lenin, Kali­nik e di Dzherzhinskij, fondatore del KGB. Non sapeva che il compagno Tolstich ha definito anacronistico il comunismo sempre affetto dal male congenito dello stalinismo. Per organizzare i soviet ed i colcoz furono deportati migliaia di cit­tadini e trucidati milioni di kulaki. Sono caduti tutti, anche i miti delle attese. Si possono ancora rileggere nelle biblioteche comunali i grandiosi messaggi dei poeti, Raphael Albert e Pa­bIo Neruda ed ammirare, nei musei quelli pittorici di Picasso e Guttuso, ora che la guerra di Spagna è sepolta nei testi, ora che si sa come fosse morto Che Guevara e come si fosse previsto l’eccidio di Tie­nanmen.

È caduto anche quel com­pagno intellettuale e populista, così pervaso di rivo­luzione. “La classe” era il suo mito e la sua inter­pretazione. Nel suo osti­nato discorso il capitalismo era il nemico ed i bi­scotti “Mulino Bianco” non potevano sfamare le masse; abituato a vederle sfilare nelle parate della Piazza Rossa, sullo sfon­do degli scenari proietta­ti nei cinema.

È caduto quel dott. Ziva­go, anche gramsciano, grazie alla lettura de “I Quaderni”, teorico e poe­ta, affogato nel mare del­la cultura di massa. Si! Vi è stata una tremenda ca­duta! È caduto quel dott. Zivago! Ed ora, sotto un tumulo dal terriccio ne­ro, con quel po’ di fede che lo impervorava e la bronchite cronica.

             Ora, sotto quel peso, non solo non può più cantic­chiare “l’inno dei lavora­tori” e non può tossire, ma lo tormenta ancora il rimorso di essere morto per dare potere e consistenza al magma piccolo-­borghese ed aver lusin­gato e promosso il sotto­proletariato parassita e subdolo.

Da allora l’ideale fu se­polto, con il romantico bagliore della sua giovi­nezza; fin da allora si spense il suo ardore rivo­luzionario e cominciò la storia del suo amore aria­no per le bandiere di va­luta colorata che accendono le vetrate della cat­tedrale di Acquisgrana.