Imtestare il nuovo centro di Boreano a Rocco girasole è la raccomandazione che Pietro Simonetti rivolge in vista della realizzazione del progetto voluto dal ministero dell’interno per fermare la lotta al Caporalato. Rocco Girasole è un martire della repressione scelbiana che nel 1956 durante una manifestazione per il Lavoro morì a seguito di una carica della polizia ..
A Venosa si ricorda Rocco con una targa ed una via. Conservare la memoria delle lotte per la terra, è IMPORTANTE in questa fase anche per costruire un futuro diverso che elimini il razzismo e sconfigga la fabbrica dell’ odio contro i migranti.
Per garantire i diritti, la centralità del lavoro, l’eliminazione del caporalato e dello sfruttamento specialmente nell’agro alimentare, è in corso di attuazione il Piano Nazionale Anticaporalato che ha finanziato misure importanti per l’area del Bradano e del Metapontino con la realizzazione dei Centri di accoglienza di Gaudiano/lavello, il completamento della Citta’della Pace di Scanzano, la ristrutturazione dell’ex Tabacchificio di Palazzo e del Centro Antitratta nello stesso Comune.
Il Piano ha finanziato anche il nuovo il Centro di Boreano/Venosa che sorgerà nel terreno dell’ex ghetto con la riutilIzzAzione delle strutture e del sito della riforma fondiaria con finanziamento di 2,5 milioni, 150 posti, dopo l’intesa Alsia/Regione/Comune di Venosa in fase di attuazione.
Si tratta di una opera importante e significativa che andrebbe intitolata a Rocco Girasole” è l’auspicio di Simonetti.
“Nella notte tra il 13 ed il 14 gennaio del 1956, su ordine del Prefetto di Potenza, venne prelevata la salma di Rocco e sepolta in fretta e furia nel cimitero di VENOSA. La mattina per le vie del paese alcune centinaia di braccianti avevano promosso uno sciopero a rovescio tentando di liberare le strade da neve e fango. Intervennero le forze dell’ordine prima con delle cariche e poi sparando. Rocco venne ucciso ma Venosa non si arrese e lottò fino a indurre la polizia a fermarsi. Il tutto si concluse negando un funerale alla vittima e con l’arresto e la condanna a 19 anni di reclusione per alcuni braccianti. Questa pagina di storia locale ci conferma il coraggio dei lavoratori lucani abituati a lottare a mani nude contro le ingiustizie e ci sprona a riflettere sui metodi utilizzati dalle classi dominanti per annientare la dignità dei diseredati. Custodire la memoria di quei fatti è una sorta di ribellione culturale da cui partire per rimarcare il valore e la dignità del lavoro, e il diritto delle persone a organizzarsi nel sindacato e manifestare. Per gli osservatori più distratti una simile asserzione è talmente ovvia da non meritare alcuna attenzione. E’ così ? O ad una lettura più attenta si scorgono migliaia di precari, parasubordinati, stagionali, interinali, collaboratori a progetto, dubbie partite IVA, discutibili cooperative, lavoratori irregolari, manodopera in nero, sottoccupati, assunzioni a termine, stage, tirocini formativi e mille altre formule che sostanzialmente privano la persona di un contratto stabile e sicuro, con una remunerazione equa ed una vita dignitosa ? Ci si è talmente abituati a considerare ovvie le eccezioni che alla fine è l’assunzione regolare a tempo indeterminato ad essere diventata l’eccezione e non la norma, mandando in fumo decenni di lotte sindacali aspre che da Reggio Emilia, a Venosa, Avola o Brescia hanno macchiato di sangue tanti marciapiedi italiani. In piena pandemia con centinaia di morti al giorno, una crisi politica al buio, l’economia in affanno e la povertà che cresce, consapevoli che la fase richiede responsabilità, saggezza, buonsenso e attenzione, dobbiamo avvertire il dovere di rialzare la bandiera di Rocco, senza esplicitare le motivazioni perchè queste sì che sono ovvie.
