Di LEONARDO PISANI

Ermando non c’è più, è andato via il 26 gennaio 2016, proprio il giorno prima del Giorno della Memoria, che lui ha sempre onorato andando nelle scuole di ogni angolo  d’Italia, per ricordare quando lui, giovane militare del Corpo della Finanza finì in un Lager. Lo ha fatto fino al  2013, poi, ormai novantenne , le forze non l’hanno più aiutato, ma non lo spirito indomito, che gli a permesso di sopravvivere a quell’Inferno voluto  da  un uomo senza umanità.

Ermando Parete, era nato il 15 febbraio 1923 ad Abbateggio (Pescara), fu internato nel campo di sterminio di Dachau dal settembre 1943 fino alle ore 18 (Parete ricordava perfettamente anche l’ora) del 29 aprile 1945, quando gli americani ne aprirono i cancelli. Arruolato nella guardia di finanza nel 1942, combatté nel fronte greco. Il giorno dell’armistizio del 8 settembre del 1943, si trovava in Jugoslavia con il suo reggimento e deposero le armi ma furono presi prigionieri dai partigiani di Tito, che, però ne permisero il loro rientro in Italia. A Cimadolmo (Treviso) fu catturato dalle SS, portato in una caserma nei pressi di Portogruaro e succesimente fu deportato nel campo di sterminio di Dachau in Baviera, il primo lager nazista in ordine di tempo, realizzato nel 1933. Ermando Parete ci ha lasciati 5 anni fa, il 26 gennaio 2016, proprio un giorno prima della Giornata della Memoria, che lui ricordava sempre assieme a migliaia di studenti, ogni anno, in ogni angolo d’Italia. Ma  Ermando vive ancora, vive nella caserma della Guardia di Finanza dedicata a lui, sotto ufficiale del corpo, vive nel premio dedicato alla sua memoria nel 2017, che ha visto premiati Vittorio Colao, Giovanni Tamburi e Giorgio Armani. Ma soprattutto vive nella memoria di quelle migliaia e migliaia di studenti italiani che ha incontrato, raccontando con la sua dolcezza quelle barbarie che subì, io lo conobbi nel 2013, l’ultimo anno che girò per il Belpaese, quando venne ad Avigliano  per il  Giorno della Memoria, organizzato dall’ammistrazione comunale retta dal sindaco Domenico Tripaldi. Non era una persona, ma un numero, il 142192 di Dachau (Germania), una sigla It che significava Italiano traditore, cioè coloro che per fedeltà al Re si erano rifiutati di arruolarsi nelle file repubblichine di Salò. Internato al Blocco 17 in attesa di una morte certa, rapato a metà e vestito di stracci perché non apparteneva alla razza ariana, quel numero tatuato ma che ora è scomparso dopo un’operazione chirurgica, un numero che però ma rimane impresso nella sua memoria. Ricordi e ferite anche fisiche- fruste e bastonate ogni giorno- che  l’uomo Ermando Parete, che era ultimo italiano di quei 404 sopravvissuti alle SS, mostra e raccontava a tutti, specie alle nuove generazioni, affinché non dimentichino quello che successe a milioni di vittime delle barbarie naziste. Una testimonianza importante, tragica, che semmai conosciamo solo attraverso documentari, film o libri, che ad ascoltarla da chi l’ha vissuta, fa vivere commozioni e capire con ribrezzo cosa successe oltre quelle tre file di filo spinato, attraversate da alta tensione.  Ermando raccontava di quel filo spinato ove avevano trovavano la morte tanti bambini per il “gioco” macabro delle SS: li buttavano in aria facendoli divertire e ridere e poi, con bestialità li scaraventavano sull’alta tensione ridendo. Oppure i sette forni crematori sempre accesi, il fumo nero che saliva sempre, ed i “numeri” sapevano che sarebbero finiti anche loro prima poi, gassati o anche vivi, con emozione Ermando Parete lo raccontava, a volte bastava anche orinare inconsapevolmente per finire bruciati vivi. Dachau, campo di sterminio e laboratorio per esperimenti su cavie umane, non è un film è la realtà, il giovane Ermando ne è stata vittima, gli hanno strappato più volte le unghie per valutare l’esistenza al dolore e messo sotto docce ghiacciate per capire resistenza al freddo che potevano sostenere i loro piloti abbattuti sul Mare del Nord. 

Il giovane italiano è sopravvissuto per fortuna lavorando alle ferrovie, riusciva di nascosto a cibarsi di erbe, per miracolo poichè il giorno che doveva essere eliminato avevano già bruciato troppi corpi e si salvò. Quando entrò a Dachau, era un giovane finanziere reduce della campagna di Grecia, quando il 18 aprile alle ore 18 fu liberato, un essere umano che pesava 29 kg, che aveva deciso di suicidarsi contro quel filo spinato, ma si fermò ricordando i genitori e si mise a cantare l’inno dei finanzieri, era un uomo con l’orgoglio del suo paese e della divisa, non l’avevano trasformato in numero. Mi diede anche un’intervista, che a distanza di cinque anni dalla sua scomparsa ripropongo,perché sono quelle testimonianze che non hanno tempo e sono sempre attuali, affinché non accada mai più.

Signor Parete, quale è l’importanza della sua testimonianza ai giovani studenti del 2010?

Tra i compagni di prigionia c’era un patto, se qualcuno si sarebbe salvato doveva raccontare tutto quello che ci era successo e tutti gli orrori cui abbiamo assistito. Io ero il più giovane e gli altri mi rincuoravano dicendomi che sarei sopravvissuto e che dovevo farlo io. Ora faccio migliaia di chilometri per mantenere questa antica promessa, per dire a tutti cosa furono i lager e cosa fecero nazisti, SS e Gestapo. Sopratutto mi rivolgo ai giovani e agli studenti, perchè sono il futuro della società e quello che ha fatto il nazismo deve essere conosciuto e non deve più succedere.

Il mondo sapeva cose stesse succedendo nei campi di sterminio?

Credo di no, il mondo non lo sapeva, la notizia incominciò a circolare, quando l’armata rossa liberò Auschwitz il 27 gennaio 1945 e dopo iniziarono gli alleati a cercare gli altri campi di sterminio. Persino i soldati americani della 7 armata rimasero inorriditi di quello che videro, uccisero tutti i nazisti presenti a Dachau. Infatti, mentre ritornavo a piedi in Italia, pesavo 29 kg, vestito con brandelli della casacca rigata e i capelli rasati a metà, la gente mi evitava, non mi aiutava perchè mi scambiavano per uno sbandato, chissà forse altro, ma non potevano immaginare cosa fosse successo nei lager. Per fortuna incontrai dei soldati americani che capirono la mia situazione e mi aiutarono, mi sfamarono.

Eppure qualcuno ancora nega che ci sia stata la Shoah e lo sterminio nei lager.

Io ci sono stato, sono stato internato e quando arrivai a Dachau, gli aguzzini ed i Kapò già mi dissero quale sarebbe stata la mia fine: “passerai per il camino dei forni crematori”. Ricordo quando portavano i bambini verso le camere a gas, dicendogli che dovevano fare la doccia. Io invito tutti ad andare a visitare i lager, sono ancora lì. Io porto ancora le ferite delle percosse sul mio corpo, si vedono anche sulla mia testa.

Può raccontarci il suo incontro con il cardinal Montini ( il futuro papa Paolo VI) che all’epoca era responsabile vaticano dell’organizzazione che “portava soccorso e sollievo ai rifugiati politici”

A Dachau eravamo 38 nazionalità, dopo la liberazione francesi, polacchi, insomma tutti gli altri furono aiutati a ritornare nelle loro nazioni dai rispettivi governi. Noi italiani fummo lasciati soli ed allo sbando, infatti, ritornammo a casa con la forza della disperazione. Il cardinal Montini ci fece visita per accettarsi del nostro stato fisico, ma ci disse che non ci potevano aiutare a ritornare, né il Vaticano e né lo stato Italiano. Conservo ancora oggi il suo telegramma che inviò alla mia famiglia che avvisava della mia sopravvivenza. Nessun aiuto, un’altra pagina dolorosa per noi sopravvissuti italiani. Ho impiegato 37 giorni e 37 notti a piedi, con gli zoccoli e coperto di stracci per arrivare in Italia.