Poesia dialettale e cosmologia  

di Antonio Lotierzo

Giovanni Tesio pubblica in questo “PARÒLA,AMISA MIA” (Interlinea ed.)un complesso testo che, scritto in dialetto piemontese, configura un’ampia cosmologia, divisa in: Luoghi;Poesia;Paesaggi;Invisibile;Eterno. E’ una raccolta da cui si impara molto. Dal punto di vista formale, Tesio è forse il maggiore poeta in quanto utilizzatore della forma sonetto, che non solo aderisce alle sfaccettature della sua mente ma che fluisce limpida nelle preziose rime alternate o baciate, mescidando parole alte e quotidiane, dalla cui sapienza compositiva molto si apprende sul fare poesia. Nessun dialogo, mi pare, con l’ipersonetto di A. Zanzotto, con delle assonanze possibili, invece, sull’ideologia del paesaggio e la cura dell’ecosistema. L’edizione interlinea è, inoltre, impreziosita da una penetrante intervista sulla sua poetica, in dialogo con Renato Pennisi, che molto chiarisce sulla costruzione ideologica e testuale. Nel ‘prologo’ Tesio chiarisce il suo metodo compositivo o ideativo: scaldarsi ai versi altrui, prendere piacere dallo scoppiettare di quelle parole -scintille e poi reagire avviando la propria lingua schietta e limpida, con cui semina il proprio orto, con una gioia interna, da cui s’avvia il proprio canto (invito il lettore a ricercare su youtube le dichiarazioni del poeta).Canto a discanto? Canto a reazione? Canto a digestione, si potrebbe scherzare. 

E’ invece ancora’la parlata fresca’( a parlète frisca) di cui scriveva Albino Pierro, che qui è ‘parla s-cet e sclint’, è ‘la mia lengua ‘nflà’,la lingua sporca che nessuno ascolta più, che era la ‘lengua dla pantera’, di bizzarra misura che nasce contadina ma sa cucirsi con l’alta poesia(‘paisan da but/ as gropa a poisìa ‘n na costura’).E la parola innamorata(mia morosa) si siede al fianco e veglia solo a volte, riunendo splendore e miseria, perché nella poesia si vive dentro il suo niente che è un tutto, dove lei basta a sé stessa ed è perfetta! E Tesio si muove fra le rovine della poesia, rovista fra i grovigli, lascia che si sfoghino i poeti-chiacchieroni (che J. Brodskj chiamava i poeti sentimentali, con i testicoli risaliti nei ventricoli, anche se siano donne). E poi la poesia è ‘ruga’, increspatura, smarginatura, è aceto dentro l’olio (‘com l’asìl ‘ndrinta a l’eule’). Non citerò la sezione sul ‘paesaggio’, non dirò del ‘paese piatto’ cantato da Brel né ricorderò che noi si ama anche G. Brassens. Mi eccita di più la sezione sulle due facce d’una medaglia che è la relazione fra Visibile ed Invisibile, fra l’esprimersi ed il conoscere, il (vano, icarico?) tentativo di superare e legare il grande tramezzo tra me e la verità (ël gran trames tra mi e la vrità).Qui forse si rivela il legame con la lezione di Franco Loi, quell’ascoltare una voce che riesca a solcare la ‘soglia del sacro’, ad aprire la tensione dell’infinito che s’attinge attraverso il tempo, attraverso le cose, richiamando la ‘metafisica concreta’ di Massimo Cacciari e, in fondo, la dottrina dell’incarnazione, che, in me, tuttavia, stride con le analisi di Umberto Galimberti ed in questo dissidio esistiamo. Ecco comparire Dio, come un cane che morde,che prende nella sua morsa e rosicchia; un Dio che lascia il poeta nella miseria del dubbio e nella vertigine dell’oscillazione. Come uscire dalla dissociazione profonda? Come non pensare al mondo solo in termini di solitudine e inutilità, di sogno e di sconfitta, di impossibilità e tentativi, qui dialettali appunto, di comunicare la propria visionarietà agli ‘eventuali altrui’ che si affezionino ai messaggi seri di queste poesie?

Giovanni Tesio, Paròla,amisa mia, Interlinea, Novara,2024,e 14