
NINO CARELLA
Il mondo, pare, diventa ogni giorno più intollerante, più individualista, e anche assai più ignorante. Non è così? Ma un attimo: non è che per caso è (anche) colpa nostra?
I social offrono uno spettacolare megafono che amplifica le nostre pulsioni; essi fanno circolare con forza mai sperimentata prima i nostri pensieri collettivi, ponendo ogni giorno un piccolo mattoncino della nostra (perduta?) identità collettiva.
E così, ad esempio, la bufala della malaria portata in Italia dai migranti, diffusa da due (purtroppo ci tocca definirli) quotidiani nazionali, di condivisione in condivisione, circola e si diffonde. E, si badi, non conta il segno negativo dato alla notizia dal nostro commento: è sufficiente condividerla, perchè circoli, perchè decine e centinaia e poi migliaia e infine milioni di persone, di condivisione in condivisione, la leggano e se ne facciano, più o meno consapevolmente, influenzare. E una piccola minoranza, magari senza gli opportuni filtri cognitivi che invece noi diamo per scontati, finirà per crederlo – quantomeno – possibile, plausibile: ne parla un giornale, in tanti la condividono. Il nostro commento si perderà e si cancellerà dalla memoria del nostro malcapitato lettore, e rimarrà nella mente di tanti (comincio a sospettare: troppi) solo il rumore di fondo di quella notizia-bufala. Che al ripetersi del meccanismo si cementerà fino a diventare certezza, convinzione e finanche intenzione di voto. E a quel punto, ogni rettifica o smentita diventa inutile: il morbo del dubbio si è diffuso, e noi ne saremo stati i portatori sani.
Che lo stesso discorso vale, paro paro, per le recenti crociate antivacciniste, che hanno costretto addirittura il Governo a stabilirne ed estenderne l’obbligatorietà per legge, tanto la diffidenza si è diffusa tra la popolazione e anche tra qualche dirigente politico in vena di cavalcare qualunque cavallo, purchè galoppi veloce.
È forse però scoccata l’ora di diventare tutti utenti un po’ più consapevoli di quegli affascinanti e potenti mezzi che sono i social network. Occorre capirne i meccanismi, e quale ruolo ciascuno di noi gioca al suo interno.
Insomma: ma che ogni volta che torniamo dal lavoro sentiamo il bisogno di vomitare addosso alla nostra famiglia tutte le tensioni e le incazzature accumulate durante la giornata in ufficio, al distributore di benzina, per strada, al supermercato? Oppure sentiamo il dovere di proteggere i nostri cari da una barilata quotidiana di indignazione e negatività?
E allora: è davvero così necessario far sapere al mondo che qualcosa ci ha fatto incazzare, ogni volta che ci fa incazzare?
E se sì, siamo davvero così ingenui da non capire che c’è chi sfrutta questa nostra inclinazione per dare visibilità e quindi forza e vigore alle proprie balle?
Diffuse scientificamente per una ragione precisa: vendere un giornale, oppure un libro, magari. Oppure, chissà, provare a spostare politicamente un’intera nazione.
Col nostro inconsapevole, involontario, e decisivo contributo.
Pensiamoci, magari, la prossima volta che ci apprestiamo a pigiare con superficialità il tasto “condividi”, convinti che tanto non cambia nulla.
E invece, cambia. Non ce ne stiamo già accorgendo