gianfranco blasi

 

Un confronto fra culture, pensieri politici (il mio e quello dell’autrice), modi di vivere e antiche civiltà

 

Siamo stati a Sasso di Castalda, l’altra sera. Settimana di Ferragosto. Tempo splendido. Il paesino, abbastanza conosciuto, sorge su una vallata dall’andamento sinuoso fra la montagna potentina e la Val d’Agri. Dai suoi monti scende l’acqua di Fossa Cupa a dissetare la città di Potenza, anche se, ormai, le dighe hanno potabilizzato la purezza di quelle acque cristalline.

Siamo dunque a Sasso,  nel cuore dell’ Appennino Lucano, non lontano dal capoluogo di Regione.

Proprio a Fossa Cupa c’è una stradina dispersa fra le montagne. Ho avuto la fortuna di scoprirla qualche tempo fa ed ho atteso con impazienza di poterci ritornare. Ci siamo saliti in moto. L’unico modo per passare comodi per vie strette e per respirare gli odori unici di questa parte della Basilicata. Le resine, l’erba bagnata, le foglie che macerano ai bordi della strada e poi i muschi, persino qualche fiore di cappero e gli aghi di pino, che ci è venuta voglia di cantarla, “Generale” di Francesco De Gregori: “Solo aghi di pino e silenzio e funghi / buoni da mangiare, buoni da seccare / da farci il sugo quando viene Natale…”

La strada in questione collega il valico Sellata con il piccolo comune dove ci stiamo recando. Zone disabitate, ormai. Isolate. Infatti, solo grazie a questo sottile lembo di asfalto possiamo addentrarci e godere delle meraviglie che la natura ha modellato. Si procede per diversi chilometri all’interno di una fitta e rigogliosa faggeta, proprio in località Fossa Cupa: Si passa attraverso un  vero e proprio tunnel fra le fronde, che ogni tanto si dirada lasciando spazio a vaste aree aperte. Un ruscelletto segue il percorso qualche metro più in basso, con le sue numerose sorgenti che a volte invadono la carreggiata, prima di tornare sotto traccia.

Ad un certo punto, di colpo, viene fuori il bosco. E’ impossibile frenare la meraviglia di fronte al panorama che si apre alla vista: siamo a 1375m di altezza, in località Madonna del Sasso, una spettacolare terrazza da dove ammirare un’area enorme. Cilento, Pollino Occidentale, Appennino Lucano. Tutt’intorno cime erbose e arrotondate che scendono per centinaia di metri. Non sembra di stare sull’ Appennino Meridionale, semmai, come ho letto da qualche parte su Internet, sui Pirenei. E’ verissimo! La lunga discesa da gustare adagio termina presso l’ Eremo di S. Michele. Lì c’è una fonte rigogliosa. Pochi metri oltre,  il meraviglioso bosco della Costara, un posto incredibile, perfetto per bellissime passeggiate e fermarsi a mangiare qualcosa da prendere dallo zaino.

Pochi chilometri ancora in discesa e si giunge a Sasso di Castalda.

Annamaria,  mia compagna di viaggio, è rimasta incantata dal “ Ponte Alla Luna”, dalle decine e decine di turisti che lo  attraversano ogni giorno.

Sasso è una  gemma della Lucania Sud Occidentale: borgo piccolo ma perfettamente conservato, “vivo” grazie alla valorizzazione intelligente del suo stupendo territorio. Ed è di recentissima apertura proprio il ponte tibetano (“Ponte Alla Luna“) che collega la sommità dell’abitato con le montagne intorno, attrattiva che sta richiamando una gran quantità di turisti. Li vedi entrare nei bar e nelle locande, rendere ancora più viva la fiamma antropica dell’agosto lucano che accende di nuovo le luci delle case, riempie le piazze e invade gli antichi corsi.

A Sasso ci siamo venuti per omaggiare una nostra amica e collega di Annamaria.  Maddalena Rotundo, un cognome che ha una sua storia politica importante da queste parti. Ma Lena, come la chiamano tutti, qui in paese, è libera da questi vincoli e dalle protesi di potere che tengono insieme le famiglie e le  generazioni di una certa borghesia della provincia meridionale. Ha scritto un bel libro, che abbiamo già letto. Siamo qui per ascoltare le sue ragioni e per partecipare (assistere, in verità) al dibattito che  ne verrà fuori. Nella piazzetta, in centro, c’è una bella atmosfera. Elegante, gentile, direi, signorile. La cosa mi piace, nonostante io appartenga a latitudini politiche molto lontane dal’emisfero di questa piazzetta.

Il libro, dal titolo “Io so chi sei” racconta la storia di una donna politicamente impegnata, molto impegnata, che crede di riconoscere in un passeggero del treno, che ha preso per un lungo viaggio verso il Nord Italia, un suo storico avversario politico, anche se della sua stessa area culturale. Riformismo e massimalismo a confronto. Tutto dentro il cuore non più caldo, come lo era negli anni ’70, della sinistra italiana.  Questo incontro fa riemergere rancori e sentimenti fino a quel momento formalmente repressi. Il tutto si snoda tra un passato sempre più rarefatto e un presente in cui scintillano nuovi desideri, in doloroso contrasto con ciò che la protagonista aveva concepito fino a quel momento. Il romanzo, sul cui sfondo si intravedono la provincia meridionale e la politica di sviluppo industriale del Mezzogiorno, le crisi sociali degli anni Settanta, le lotte contadine e la modernizzazione,  la dialettica politica fra D.C. e P.C.I. e le urgenze e rivendicazioni femministe, è anche un’altra cosa. Se pure la si coglie appena  e giunge quasi inaspettata,  vi è, non marginalmente, una bella sorpresa. Almeno lo è stata per me. Una riflessione sull’amore, letto come amore soggettivo,  non collettivo,  fragile, ma potentissimo dal punto di vista letterario. Per l’autrice una possibilità di conciliazione tra i sessi. Per me, lettore, una catarsi emotiva, rispetto all’analisi sociologica e politica che si sviluppa nella prima parte del racconto. Brava, ancora una volta, la Rotundo. Può l’amore restituirci quello che l’ideologia rigida ci ha tolto? Può il primato dell’amore superare, come ha fatto il lombardo Marcell Jacobs nella finale olimpica dei 100 metri, quello del partito?  Per i comunisti puri questo non poteva accadere. Per la Rotundo non posso e non devo rispondere. Per il suo personaggio, direi di si.

Sul libro non dirò una parola di più. Credo sia giusto lo leggiate, se la trama e gli argomenti che tratta vi hanno interessato. A me (noi), con sfumature e posizioni differenziate, è piaciuto. L’ho già detto.

Parlerò piuttosto di altre due o tre cose che dal dibattito di Sasso sono emerse e che mi hanno smosso dalla comoda sedia che proprio non mi dispiaceva occupare dopo quasi tre ore di moto.

La discussione fra l’autrice e i suoi due ospiti, uno dei quali l’attuale e molto garbato sindaco di Sasso, l’altro, il vice sindaco, Rocco Stella, che ha introdotto e commentato il libro, si è  inoltrata sulla questione dello sviluppo industriale in Basilicata, analizzata senza fare sconti alla Democrazia Cristiana, soprattutto ad Emilio Colombo, del quale sono stati messi in evidenza i tratti più legati al suo profilo di uomo di potere, cercando di dimostrare che il suo modello sociale e la sua idea di sviluppo, in fondo, avevano cancellato troppo frettolosamente la cultura contadina e il mito del levismo e dei vari Rocco Scotellaro, con i suoi “contadini curvi” e in bianco e nero.

Mentre pensavo ai vizi di analisi storica della vecchia sinistra italiana, mi è venuto in mente un particolare, che vi racconto. Anzi, ho pensato a due cose. La seconda, di cui parlerò dopo, è il comizio di Aldo Moro, al Teatro Due Torri di Potenza, nel giugno del 1976. Pensate, due anni prima l’omicidio del presidente della Democrazia Cristiana. Per me una grandissima emozione. La riflessione di Moro fu  tutta dentro i valori del cattolicesimo sociale, del liberalismo e della questione meridionale. Ma, preliminarmente, come annunciato, desidero parlarvi  di un libro che avevo sfogliato qualche ora prima di recarmi con Annamaria a Sasso di Castalda. Ero partito, molto incuriosito, dalla lettura di una recensione di Giovanni Caserta. “Il fanciullo dell’estate. Le vacanze estive alla masseria”, è il titolo del volume (edizioni Giannatelli  – Matera, 2021 – con una prefazione di Carmela Biscaglia della Deputazione Patria di Basilicata) scritto da Cesare Monaco, nativo, pensate un po’, proprio di Tricarico. Il paese di Scotellaro. Un libro con questa suggestione: “Il mostro rosso uccise la cultura contadina”. E’ il racconto dell’infanzia di chi lo scrive e della vita, così come si sviluppava d’estate, in una masseria lucana nella seconda metà del ‘900.  Nel gioco empirico delle parole, nella grammatica del senso il trattore è “rosso”, come rosso è il comunismo. In realtà il Mostro Rosso,  è “il trattore”, quasi a prendere spunto dal  romanzo di Domenico Riccardi (L’ultima estate a Mazzapede. La malannata, 2004). Si parla della macchina che aveva cancellato il modo di lavorare e di operare del vecchio mondo contadino, ma non certo i suoi valori. Naturalmente!

Quel colore rosso nel gioco, appunto, delle parole e del loro senso, dipinge il trattore che non è né verde né azzurro. Ma, semplicemente, e implicitamente, rosso. Perché quel colore nascondeva una incoerenza, si portava dietro le contraddizioni della lotta di classe. Ideologie rivoluzionarie e imperfette. In fondo, la conservazione. Un’idea vecchia della storia. Il trattore, invece, rappresentava il cambiamento. Il vecchio mondo contro il nuovo.

Emilio Colombo, in uno con Aldo Moro, i due leader meridionali del partito popolare dei cattolici italiani, era a favore del  trattore, come erano, entrambi, convinti della necessità di  industrializzare il Sud e la Val Basento. Erano, in una parola, per modernizzare la Basilicata e la Puglia. Infrastrutturarle. Dotarle di strade, autostrade, scuole e ospedali. Avevano firmato la Riforma Agraria. Dato la proprietà della terra ai vecchi contadini curvi e in bianco e nero. Lui ed Aldo Moro vedevano il mondo a colori. Entrambi provenienti dall’associazionismo cattolico. Entrambi godevano del beneficio di essere allievi prediletti di Papa Montini, Paolo VI.

Uno è la Puglia. L’altro, la Basilicata. I gemelli del Sud della Democrazia Cristiana segnano, anzi monopolizzano, per decenni la vita, non solo politica, delle loro rispettive regioni. Aldo Moro  è il paziente pony pugliese, secondo la definizione di Carlo Donat-Cattin . Emilio Colombo  è il raffinato e cortese dandy lucano, secondo il ritratto ad opera di Henry Kissinger.

Colombo è un ragazzo prodigio della politica. A soli 26 anni, nel 1946, debutta sul proscenio nazionale, facendo parte dell’Assemblea Costituente. Un successone la sua campagna elettorale. «Ma cosa vuole quel sagrestanello…», lo apostrofa l’economista, melfitano, Francesco Saverio Nitti, già presidente del Consiglio (1919-1920), tra un comizio e l’altro nei paesini potentini. Ma Colombo sa quello che vuole e lo dimostra: 21mila voti di preferenza. Un bottino ben superiore al raccolto ottenuto dal “Gran Laico” di Basilicata.

 Colombo e Moro non sono due gocce d’acqua. Divergono per stile di vita e appartenenza di corrente. Ma sono due fuoriclasse che convivono, tra alti e bassi, nel partito già impostato da Alcide De Gasperi.

La Dc è stata demolita attraverso un uso politico e militante della magistratura. Proprio come è accaduto, prima a Bettino Craxi e poi, anni dopo, a Silvio Berlusconi. Moro è addirittura caduto sul campo, ucciso dalle brigate comuniste che avevano prima sterminato gli uomini della sua scorta.

Un’ultima questione, non mi ricordo neanche il perché la discussione fosse finita lì, riguarda il giudizio negativo espresso sul Medioevo. Credo sia stato definito un periodo oscurantista. Forse per i luoghi comuni che il Medioevo si porta dietro, forse per il giudizio, molto semplicistico su ruolo e funzione sociale delle donne dell’epoca. Certo è che per un libro che si occupa e bene del primato della politica, come quello della Rotundo, ascoltare un dibattito che  finisce per banalizzare il pensiero medioevale, non può che crearmi un forte disagio.  Non aveva torto un uomo del Medioevo come Tommaso D’Aquino nel definire l’uomo “animal sociale et politicum in moltitudine vivens”, come delineare due livelli del percorso umano verso la piena vita comune. L’uomo è tale non solo in virtù del suo bisogno degli altri, a partire dalla nascita, o dall’appartenenza ad un ceto, i comunisti direbbero ad una classe sociale, ma proprio il pensiero medioevale colloca la persona in quanto essere “communicativus”, al centro di una fitta rete di relazioni, animale sociale e politico che vive in e fra una moltitudine, come a delineare due livelli del percorso umano verso la piena vita comune, quello di una naturale e ineliminabile socialità, e quello di una compiuta forma di convivenza civile e politica. Potrei continuare, dopo Tommaso, con il santo medioevale per eccellenza, Francesco d’Assisi, e riflettere sul suo ambientalismo spirituale. No! Il Medioevo è stata l’epoca della genesi di una civiltà moderna, anche nell’organizzazione della vita politica, attraverso un sistema di leggi e di prassi che ha portato alla nascita delle nazioni e allo sviluppo del mondo occidentale per come lo abbiamo poi conosciuto. Certo, i poteri ed il potere in senso fisico, sono stati spesso luoghi angusti per le donne. Ma se esiste una società in cui un percorso si è andato definendo, fino alla conquista di diritti inalienabili, questa è la nostra. Capisco i limiti, i difetti, le imperfezioni e le contraddizioni, ma non possiamo rinunciare ad avere uno sguardo alto. Naturalmente, dicendo grazie alle lotte femminili, ai movimenti, alle associazioni, alle scrittrici e poetesse, allo spirito di emancipazione, libertà che ha contraddistinto un lungo periodo storico fra il settecento e il novecento europeo.

Ad un certo punto Annamaria, mi ha chiesto di alzarmi dalla mia comoda sedia. Erano passate più di due ore dall’inizio della discussione sul libro di Maddalena e mi ero perso, come al solito, in mille pensieri. Siamo saliti all’ingresso del “Ponte alla Luna” che era già buio. E’ stata una scelta, volevamo attraversalo  lasciandoci colorare dai bagliori della sera. Ho evitato quel senso di vuoto che provo sempre anche quando prendo un aereo. Devo dirvi la verità, più che attraversare un ponte è stato un viaggio dentro mille sentimenti e sogni e canzoni e libri. Proprio come quello di Maddalena Rotundo, le sue ultime  pagine sull’amore che ti dilania, prende e plasma, prende e trasforma, prende e ci cambia, prende e ci dona un nuovo mondo, inaspettato, inesplorato, incancellabile. Qualcosa che poche ore prima sembrava impossibile potesse accadere.