PATRIZIA BARRESE
La lingua italiana è complessa e alla stregua di un numeroso puzzle, lento da completare e talvolta interminabile: un concetto che in inglese necessita di poche parole, in italiano offre la possibilità di essere spiegato con almeno 6 sinonimi. La diversità e la ricchezza della lingua italiana affondano le radici nella storia e nelle mutazioni umane che ci hanno accompagnato nel tempo e che evolvono con gli eventi che contrassegnano ogni nuovo anno. Il fatto stesso di citare la lingua come muscolo interno alla bocca, che preme contro denti e palato per articolare le parole ed è la sede delle papille gustative e la lingua intesa come il veicolo attraverso cui passano la nostra cultura, i nostri valori e la nostra visione del mondo, dà un’idea della molteplicità delle parole che ci circondano, numerose sconosciute ma a portata di mano e racchiuse nel Dizionario della lingua italiana, il libro per eccellenza in cui è presente l’universo in ordine alfabetico.
La nostra lingua caratterizza la Penisola e l’identità del nostro tricolore. Tutti i popoli e nazioni riescono facilmente ad italianizzare i loro termini talvolta anche in modo canzonatorio, tuttavia, le relazioni e gli scambi con altre culture e lingue con cui sempre più ci rapportiamo, nell’epoca della globalizzazione, del progresso scientifico e tecnologico, introducono nel nostro vocabolario nuove parole attinte dai contesti sociali mutevoli – l’informatica, le telecomunicazioni, l’economia, la politica e i cambiamenti mondiali – in atto: arricchimento lessicale prima mai considerato! Una lingua viva, quella italiana, capace di adeguarsi correttamente ai mutamenti storici, che permetterà alle nuove generazioni di unire passato e futuro del mondo globalizzato o geneticamente modificato già a partire dall’introduzione nel dizionario di nelogismi acquisiti dai social e risalenti all’epoca del Covid, quando virale è stato associato non tanto all’epatite ma al “contagio del secolo” dal quale siamo fortunatamente lontani, sino a “virale” , oggi inteso come notizia diffusa capillarmente e condivisa in rete da milioni di utenti. Nuovi aggettivi e sfumature grammaticali occupano l’elenco fra i 250.000 vocaboli in uso, e sostantivi della parità di genere dilagano, tra le professioni che assumono sempre più toni di rosa.
Termini come ingegnera, architetta, notaia, sindaca, medica, chirurga, soldata, nella quotidianità del parlato risultano ancora cacofoniche, sonoricamente fastidiose…come non ricordare la “bersagliera” già all’epoca di Gina Lollobrigida e Vittorio De Sica. Quest’ultimo, che nel film del 1954 “Pane Amore e fantasia” di Luigi Comencini interpretava il ruolo del maresciallo Carotenuto, è stato esempio di modernità linguistica quando, rivolgendosi alla diva, nel ruolo di ragazza povera e spregiudicata, le disse :“Non ti chiamo bersagliere, ha meno forza e coraggio, tu sei una bersagliera perché sei un diavolo scatenato”.
Come non rievocare anche il “fenomeno linguistico” del brigantaggio post-unitario quando, anche in Basilicata, assieme al brigante e ai malfattori che attentavano a mano armata persone e proprietà, emergeva la figura femminile delle “brigantesse” che assunse un duplice significato: da un lato esisteva la donna del brigante che svolgeva la funzione di fiancheggiatrice, dall’altro c’erano le brigantesse che, partecipando attivamente alle azioni criminose, godevano di notevole rispetto. Fra i neologismi in tema gastronomico, il vocabolario italiano è in continua espansione con i richiami alla cucina orientale con il ramen sempre gradito, ma che dire delle nuove forme di convivialità diffuse: l’aperitivo, costituito da una bevanda solitamente alcolica accompagnata da stuzzichini, si trasforma sempre più spesso in apericena, durante il quale vengono offerte piccole porzioni di piatti differenti, che possono sostituire una cena, oppure ci si può incontrare il sabato sera per una pizzata tra amici, cioè un pasto a base di pizza. E fra l’esperto gastronauta di supercibi vorremmo tutti saper impiattare un trittico lucano o di pizzoccheri valtellinesi.
L’inglese ha poi certamente contribuito a diffondere nel vocabolario italiano scritto e parlato l’uso di locuzioni divenute verbi di consuetudine come stoppare, mixare. Un termine aggiunto molto in uso nei social ma poco gradito a chi ne è costretto all’utilizzo è spoilerare, ovvero un’informazione che mira a rovinare la trama, la conclusione o l’effetto sorpresa di un film o un libro. Un italiano sempre più contagiato dai media, e abbligato ad anglicismi più rapidi e oscillazioni che si trovano ben in sintonia con la tendenza del linguaggio giovanile. Larghissimo uso ha whatsappare, dato il successo di usare l’economico programma WhatsApp per inviare messaggi, foto, ecc. dai telefoni cellulari; in questo caso troviamo anche un significato ironico al termine in uso perché whazzappare, con la doppia z pronunciata sorda, richiama all’espressione di “Vai a zappare!”.
Saranno sempre positive queste new entry e tali influssi nell’italiano? Contribuire ad alleggerire alcune strutture sintattiche complesse non deve compromettere il lascito antico e millenario dei nostri più grandi trasformisti della lingua italiana che studiati sui libri di scuola, amati e odiati, sono impossibili da dimenticare. Ogni grande penna, da Dante a Camilleri ha lasciato un segno nella Storia della lingua e della letteratura italiana. Se l’italiano contemporaneo tende alla brevità ci adatteremo ma non cancellando il passato e guardando al futuro dei “nativi digitali” perché se già a partire dalla scuola primaria si lascia cadere la pratica della scrittura manuale affidandosi alla tastiera di computer o cellulari, questo non solo avrà pesanti ricadute sul piano cognitivo ma potrebbe anche trasformare la scrittura in rete come l’unico tipo di scrittura possibile e con il rischio futuro che, come sostenuto da Massimo Gramellini, diventino degli «ignoranti informatissimi».
Mi piace pensare che fra questo guazzabuglio di nuovi termini e occasionalismi destinati forse prima o poi a sparire o a conservare un sentore di “stranezza” con cui dobbiamo convivere, ogni nuovo vocabolo è come un seme fresco gettato nel terreno della discussione ma nessuno ha una padronanza della lingua più raffinata di chi tiene la bocca chiusa!
