La Basilicata è quella Regione in cui basterebbe poco per vivere meglio, ma fanno di tutto per farci vivere peggio.
I malpensanti dicono che lì dove c’è il bisogno, c’è la possibilità di un rapporto malato tra politica e cittadini, che alimenta speranze di soluzione da una parte, e consenso dall’altra. E consenso dopo consenso si costruiscono carriere e si sfamano famiglie.
Peccato che questo con la politica c’entri proprio nulla, e la gente finisca per prendersela con la nobile arte quando dovrebbe rivolgere il dito accusatorio prima di tutto verso sé stessa.
In ogni caso, non scappa alla legge di cui sopra il fiumiciattolo della Capitale, il torrente Jesce, che una volta scorreva placido e tranquillo giù nella Gravina che separa gli antichi Rioni dal Parco delle Chiese Rupestri. Sponde unite di recente, proprio quasi all’altezza del torrente, da un ponte tibetano in legno e corda, molto amato dai turisti e già must do it della visita alla città.
Immagine idilliaca che cozza però violentemente contro lo spettacolo che gli avventori si ritrovano ad “ammirare” dal ponte, se malauguratamente distolgono lo sguardo rapito dalla singolare prospettiva sui Sassi, volgendo il naso all’ingiù verso le acque nere e schiumose dello Jesce.
E proprio mentre la Basilicata di interrogava sullo stato di salute delle acque della diga de Pertusillo, ben pochi dubbi c’erano e ci sono sul torrente materano. Inquinato, oltre ogni ragionevole dubbio e precauzione.
Non bastasse l’evidenza, ieri l’Arpab certificava il grado di inquinamento del torrente per le alte “concentrazioni dei parametri chimici BOD5, COD, ammoniaca (ione ammonio), fosforo totale e tensioattivi e elevato valore di ‘Escherichia coli’”. Costringendo il sindaco di Matera ad emettere un’ordinanza di divieto di prelievo di acque dal torrente.
Carta su carta, che non risolve il fatto che Matera su questo non metaforico fiume di merda inviti a passeggiare i suoi turisti.
Non proprio un messaggio edificante, direi. O forse sì, se lo si intende come parafrasi della vita del povero lucano resiliente.
Proprio nei giorni scorsi avevamo discusso della cosa con l’attivista di Legambiente Pio Acito. Quello che oggi l’Arpab certifica nero su bianco, il noto ambientalista lo va gridando da anni, inascoltato: nello Jesce ci finiscono gli scarichi dei materani. Indatti il depuratore, che per colpo di genio fu costruito a monte della città e non a valle – quasi a voler ruminare i nostri stessi rifiuti – non funziona; il pozzetto di raccolta di Piazza San Pietro Caveoso nemmeno, e le fontane del troppo pieno spruzzano periodicamente sotto i nostri occhi l’eccesso (non depurato) direttamente nella Gravina.
Eppure, ci spiegava Pio, Acquedotto Lucano ha ancora in bilancio in bella mostra i 10 milioni che lo Stato ha già inviato anni fa per risolvere il problema. Ma la gara di appalto non parte. Invece in Puglia, che ha ricevuto la stessa somma nello stesso momento, tra alcuni mesi i lavori saranno già ultimati.
Qui invece, né la designazione a Capitale della Cultura nè la costruzione del ponte con relativo massiccio afflusso di visitatori, hanno accelerato i necessari interventi.
Come si diceva, basterebbe davvero poco per star meglio noi e far star meglio i milioni di turisti che verranno a trovarci nei prossimi anni. I soldi – stavolta – ci sono. Basterebbe fare semplicemente il proprio dovere.
La cosa più difficile del mondo, in questo Paese. Tanto che chi lo fa viene considerato un fesso. O nel migliore dei casi, un eroe.
