BY ROCCO SABATELLA

Abbiamo parlato nei giorni scorsi di come il Barcellona sia un modello da imitare per tutti i club importanti dell’Europa. Ovviamente non solo dal punto di vista sportivo visto che gioca un calcio, oltre che tremendamente redditizio, anche bellissimo da vedere per tutti i tifosi. E non solo per quelli che stravedono per questi colori. Un esempio simile agli spagnoli lo si trova anche in Italia ed è la Juventus. In assoluto la migliore società che il panorama calcistico italiano può vantare in questo momento e che ha anche il merito di alzare l’immagine del calcio di casa nostra in Europa. So benissimo che, dicendo che il modello Juve andrebbe preso a modello, scatenerò la reazione di tutti gli altri tifosi non bianconeri che non la pensano affatto in questo modo. Per loro la Juve non è un modello da imitare, ma solamente un nemico non da superare sul campo ma addirittura da distruggere. Si badi bene, abbiamo usato il termine nemico e non quello più consono di avversario sportivo perché i tifosi la vedono esattamente cosi. E del resto a distruggere la Juventus qualcuno ci ha pensato e ci ha provato inventandosi la cosiddetta “calciopoli” esattamente 10 anni fa. Quando, senza nessuna prova concreta, la società bianconera fu spedita in serie B con la convinzione di chi aveva architettato questo piano diabolico, che non sarebbe riuscita più a rialzarsi. Ma evidentemente chi si era posto questo obiettivo non aveva fatto i conti con la storia del club torinese e con la sua voglia non solo di rinascere ma anche di tornare ad essere la migliore in Italia. Perché forse qualcuno ha dimenticato un dettaglio non di poco conto e che è unico nel panorama calcistico mondiale: da 90 anni alla guida della società sempre la famiglia Agnelli. Non staremo qui a  discutere della farsa Calciopoli sulla quale ritorneremo approfonditamente nei prossimi articoli, ma ci preme spiegare perché in questo momento e crediamo ancora per diverso tempo la società torinese sia il fiore all’occhiello del calcio italiano. Qualcuno, soprattutto per trovare un alibi alle proprie sconfitte, si è inventato la storiella che la Juventus vince perché ha il fatturato più alto in Italia. Niente di più falso e di lontano dalla verità. Avere il fatturato migliore non significa, come pensa qualcuno, che tutto il fatturato viene impiegato sul mercato. Per aumentare il fatturato servono le vittorie e per ottenere le vittorie sono necessarie altre qualità che attengono alla sfera dirigenziale: scelta dell’allenatore giusto, ricerca dei migliori giocatori e occhio attento ai bilanci. Alla Juve questo sta succedendo da cinque anni a questa parte ma è successo anche in altre epoche: come  dal 1930 al 1935 con cinque scudetti consecutivi, il periodo d’oro di Trapattoni e Boniperti, quello altrettanto favoloso di Lippi,  Giraudo e Moggi e quello attuale iniziato da Andrea Agnelli e Giuseppe Marotta con protagonista Antonio Conte che ha riportato la Juve agli antichi fasti con tre anni fantastici e che nessun tifoso juventino potrà mai dimenticare. Lavoro che sul campo viene continuato da Massimilano Allegri. E allora ritornando al fatturato vogliamo ricordare a chi usa questo elemento in maniera impropria se non in malafede, che nel 2011-2012 la Juve non aveva il fatturato più alto eppure riuscì a vincere il campionato. Grazie alla competenza dei dirigenti che tra l’altro non spesero sul mercato molto e alle grandi doti di Antonio Conte. La stessa cosa successe nei tre anni successivi e grazie a queste vittorie e alla partecipazione alla Champions League, oltre che alla costruzione dello stadio di proprietà, che il fatturato è arrivato alla quota attuale di 348 milioni che pongono la Juve al decimo posto della classifica europea e prima tra le società italiane. E che il fatturato non sia assolutamente l’opzione principale per vincere è dimostrato dal fatto che in Europa ci sono società che hanno fatturati quasi doppi della Juventus e che hanno anche capacità di spesa quasi illimitate sul mercato, citiamo Manchester City e  United, Arsenal, Liverpool che negli ultimi anni non hanno vinto quasi niente con tali fatturati. Qualcuno potrà obiettare: il Barcellona però è l’eccezione che conferma la regola: fatturato mostruoso di 608 milioni di euro e vittorie a ripetizione. Anche qui dobbiamo ripetere alcuni concetti già espressi alcuni giorni fa quando abbiamo parlato della società catalana: negli ultimi dieci anni il Barcellona ha fatto due grandi investimenti sul mercato: prima Neymar e poi Suarez. Il resto dell’organico i dirigenti se lo sono costruito in casa attraverso il settore giovanile da cui provengono Messi e tutta la spina dorsale della squadra.

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Foto LaPresse10 anni dalla morte dell’Avvocato Giovanni Agnelli L’Avvocato Agnelli con la Juventus
© LAPRESSE
22-08-1951 TORINO
ECONOMIA
STADIO COMUNALE DI TORINO
NELLA FOTO: PRIMI ALLENAMENTI DELLA JUVENTUS CON LA PRESENZA DEL GEOM. MONATERI E L’AVV; GIANNI AGNELLI.
BUSTA 851

Senza aver dovuto assolutamente fare fronte a spese folli. E allora quando si parla di Juve tutti dovrebbero fare a gara e riconoscere i grandi meriti dei dirigenti e dei tecnici capaci di portare a Torino Pirlo a parametro zero, Vidal a poco più di 10 milioni e poi venduto a 40 milioni, Pogba a 18 anni a zero euro, Tevez a  non più di 15 milioni, Barzagli addirittura a trecentomila euro, Kedira a zero euro. Oltre che avvalersi di gente del valore di Marchisio, Giovinco, Rugani provenienti dal settore giovanile. Questi nomi solo per citare i più clamorosi che hanno caratterizzato l’opera dei dirigenti bianconeri. Ma ce ne sarebbero ancora tanti a confermare  la bontà del lavoro della governance juventina che non butta assolutamente i soldi dalla finestra. E che si badi bene ha anche un altro merito che sta in cima a tutti i successi: il pareggio del bilancio. Se non è un modello la Juve, qualcuno ci dica chi lo è. E basta con l’altra storiella abusata negli anni e sempre pronta a essere usata a seconda delle necessità degli sconfitti di turno dei favori o degli aiutini di cui godrebbe, bontà loro, la Juventus. Per cambiare la mentalità del calcio, ha ragione Tavecchio, bisogna avere la cultura dell’accettazione della sconfitta senza ricercare improbabili e non veritieri alibi. Riconoscere senza se e senza ma i meriti dell’avversario e non del nemico e con un ulteriore passo in avanti che richiederà ancora molto tempo comportarsi come i tifosi spagnoli o inglesi che  all’unisono si alzano in piedi allo stadio per tributare a giocatori di squadre avversari standing ovation.