Non distante dal Monte Vulture, nel territorio di Melfi, si trovano le chiese rupestri di Santa Margherita e Santa Lucia, entrambe contenenti affreschi di raro pregio e bellezza in quanto presentano, nel panorama pittorico della seconda metà del Duecento, uno stile nuovo e originale, più libero e slegato dagli stilemi pittorici bizantini e una freschezza e un brio singolari. La chiesa di Santa Margherita è scavata nel tufo vulcanico e presenta un impianto architettonico improntato, con molta evidenza, ad un gusto occidentale. Dall’ingresso ampio si accede all’unica navata, divisa in due moduli, coperta da crociere a sesto acuto e fiancheggiata da quattro cappelle di diversa profondità, con volta a botte. Nella seconda cappella di destra un’apertura ogivale, quantunque irregolare, permette l’accesso ad un piccolo vano quadrilatero. Due altari, ricavati nella roccia, occupano il fondo dell’abside e della prima cappella di sinistra, mentre due file di sedili fiancheggiano la parete esterna delle due cappelle più lontane dall’ingresso. La chiesetta presenta diversi affreschi, databili ad epoche diverse. La maggior parte di essi è di stile bizantino come il San Michele Arcangelo, la Madonna in trono con Bambino, il San Giovanni Evangelista, Santa Margherita, San Giovanni Battista, Cristo in trono, San Benedetto, Santa Lucia e Santa Caterina, San Basilio e San Vito, San Guglielmo e Santa Elisabetta, Sant’Orsola, San Paolo, San Pietro, il Cristo Pantocratore con due angeli e Santa Margherita attorniata da otto riquadri con Storie della Vita della Santa; altri dipinti, come l’Incontro dei vivi e dei morti, il Martirio di Sant’Andrea e il Martirio di San Lorenzo rimandano, insieme con le Storie della vita di Santa Margherita, ad un contesto figurativo d’ambito occidentale, presumibilmente alle regioni spagnole della Catalogna e del Roussillon, come mostrano i molteplici richiami ad opere iberiche eseguite a Lerida e a Tahull. E’ su questi ultimi tre affreschi che si è concentrata l’attenzione degli studiosi, sia per l’iconografia dell’Incontro dei vivi e dei morti, che per lo stile insolito dei tre dipinti. L’incontro dei vivi e dei morti è l’affresco più originale, per quanto riguarda la variazione dello schema iconografico, infatti qui tre “vivi” di nobile lignaggio incontrano due morti, probabilmente tre in origine data la caduta dell’intonaco, raffigurati in forma di scheletri, ritti in piedi dietro una bara, laddove nelle altre rappresentazioni italiane dell’Incontro compare la figura dell’eremita tra i due gruppi e i morti giacciono a terra nelle bare aperte. Il tema appare per la prima volta in quattro poemi francesi risalenti alla fine del XIII secolo, numerose sono tuttavia le rappresentazioni pittoriche in tutta Europa e in Italia, dove gli “Incontri” rinvenuti sono tredici (il primo nel Duomo di Atri in Abruzzo fin dal 1260-70). Il tema è da ricondurre ad una tradizione millenaria iconografica dell’Est asiatico dove i defunti ammoniscono i vivi a meditare sulla morte. Nella cripta di Santa Margherita a Melfi i vivi sono rappresentati da un uomo con la mano sinistra inguantata e un falcone poggiato su di essa, una donna al centro e un fanciullo, tutti e tre vestiti elegantemente con una tunica rossa bordata di ermellino; i morti sono raffigurati da due scheletri, posti frontalmente dietro una bara, ma con i teschi raffigurati di profilo, rivolti verso i tre personaggi incontrati. Diversi elementi nel dipinto, come la barba rossa dell’uomo, le tuniche rosse bordate d’ermellino, la daga, il disegno floreale sulle borse, lasciano supporre che il gruppo dei tre nobili viandanti possa ritrarre la famiglia imperiale sveva, ovvero Federico II, la sua terza moglie Isabella d’Inghilterra, sposata nel 1235 e morta nel 1241 e il figlio. Federico II infatti prescelse il castello di Melfi come dimora estiva, dove trascorrere momenti di svago e praticare la sua attività preferita, la falconeria. Il Martirio di Sant’Andrea presenta il Santo con braccia aperte in procinto di essere legato ad un palo. La sua figura è caratterizzata da una testa enorme e sproporzionata rispetto al corpo, dai capelli bianchi, folti e lunghi come la barba. Indossa una tunica bianca e corta che lascia scoperte le gambe legnose e i piedi, dalle piante larghe, poggianti su un masso di pietra. Ai due lati due aguzzini legano il Santo ad un tronco. L’iconografia dell’affresco è estranea all’arte italiana e trova riscontro in miniature germaniche del XIII secolo. Il Martirio di San Lorenzo mostra, a sinistra, il santo nudo e disteso sulla graticola. Il suo corpo è segnato, nelle costole, nello sterno, nell’addome e nel contorno da tratti scuri che ne evidenziano la nudità. Dietro di lui la minuscola figura del carnefice preme sul corpo del santo un bastone dall’estremità ricurva. Sulla destra del dipinto l’Imperatore Valeriano, seduto sul trono e avvolto in una ricca veste, è raffigurato nell’atto di impartire ordini ad un uomo con barbetta che indica, con la mano, il martire. Dallo sfondo scuro di un cielo trapuntato di stelle emergono la figura di un angelo con aspersorio e la mano di Dio benedicente. L’iconografia dell’affresco è da ricondursi all’area italiana ed è riscontrabile sia nella miniatura che nella pittura. I dipinti non recano alcuna firma ma, data l’analogia stilistica con opere spagnole della metà del XIII secolo, si può ipotizzare che essi furono eseguiti da un maestro spagnolo giunto nel Regno di Napoli nel 1291, ovvero al seguito di Carlo II di ritorno dalla Spagna, dove aveva trascorso otto anni insieme con la sua famiglia.