.TERESA LETTIERI
In questi tempi di insolita solitudine e di improvviso fragore consumati tra le mura della propria casa, ogni istante sembra “impegnato” affinchè qualsiasi altro imprevisto non s’insinui nel difficile ed apparente equilibrio conquistato giorno per giorno. Un precario ma continuo meccanismo, nutrito tra i vari altri, dal bisogno di colmare quell’obbligo imposto dal dilagare della pandemia, la distanza sociale, apparsa immediatamente come una inusitata e sconosciuta stranezza, tradotta nella peggiore delle punizioni da gran parte degli italiani. Eppure, non siamo un popolo estraneo alle distanze sociali, né spicchiamo per inclusione. Anzi, sempre più spesso tendiamo a sottolineare le differenze e ad aumentare le distanze con chi non risponde a nostri requisiti, alimentate da una invadente era social. Status sociale, snobismo, superiorità intellettuale, pregiudizio, disagio psico-fisico, rappresentano i cliché più comuni, per distanziare e talvolta barricarsi. Chi, in fondo, non ha mai allontanato qualcuno o se n’ è allontanato, almeno una volta, prima di questa occasione? Abbracciamo, baciamo, ossequiamo, è vero, ma distanziamo molto più spesso di quanto crediamo. E lo insegniamo. Quindi, inedita sembra la necessità impellente di ritornare alle relazioni ante-Covid, diventate un po’ come l’ossigeno che ci tiene in vita, se questo imminente ritorno alla normalità comprenderà, evidentemente, solo le persone più care e più opportune a noi. Ci fermeremo esattamente lì. Nel nostro ambito più stretto, intimo o poco più. Quello di sempre e sempre più lontano dal contenitore sociale (e immersi in quello social), ci piaccia o meno, in cui si svolge la maggior parte del nostro quotidiano, con il quale ci relazioniamo almeno per le questioni prioritarie e, per i più coraggiosi anche per l’esigenza di costruire rapporti. Eppure l’auspicio di un mondo migliore, diverso da ciò che esisteva prima, ci invade con altrettanto fervore e se da un lato rivendica la negazione di ciò che siamo costretti a sopportare e ad assistere sia da vittime inermi, sia da consapevoli protagonisti che da passivi spettatori, dall’altro manca del coraggio dell’inclusione, del rispetto verso la diversità dell’altro, a scapito di una distanza sempre più incolmabile, forse ancor più di quanto lasceremo alle nostre spalle dopo questa esperienza. E’ vero, la distanza ci amareggia, ci rende vulnerabili, ci fa sentire “asociali” in una società che non perdona chi rimane indietro ma non si occupa di chi lo è, tuttavia, la socialità che reclamiamo oggi in ogni dove non è così vivida, così “coesa”, così unita sebbene composta di anime diverse e taglie diverse, così solidale oltre la colletta e il crowdfunding, così matura perché sintesi di opinioni diverse e sinergicamente votate al bene comune. Quindi, cosa ci manca esattamente? Il potere della scelta? Non aver potuto decidere chi allontanare, e qualcuno lo ha fatto per noi? Oppure ci ha impressionato una scelta che ha guardato alla collettività attraverso la nostra pelle? Se non si consuma sulla nostra pelle, ciò che accade agli altri a noi non interessa, è evidente. La condizione di chi vive isolato dal resto della nostra comunità, a parte qualche debole alitata di vitalità, non importa a nessuno se non riguarda nostro figlio, nostra madre o qualcuno che ci lega in qualsiasi modo. Distanti da noi prima del virus e, con estrema probabilità anche dopo, semplicemente perché noi non siamo davvero comunità e al distanziamento sociale abbiamo pensato da tempo, l’abbiamo addirittura strutturato e vive felicemente tra noi con le opportune misure. Qualche giorno fa, sono stata attirata dal vociare insolito di alcune persone ospiti di una residenza per disabili psico-fisici, accompagnate nella prima passeggiata di questo periodo dagli educatori intenti a mantenere le dovute accortezze imposte dalla situazione. Una passeggiata al sole tiepido di un aprile ancora secco, vicino a quelle anime tanto quanto distanti dalla socialità che gli è negata. Disarmante osservarli nell’assaporare quell’aria uguale alle altre volte e solo lontana dall’ultima volta. Così normali nella voracità di quel desiderio, così inarrestabili nelle risate fragorose mischiate al silenzio di alcuni, per nulla inconsueto in quel momento. Così ovvia e opportuna come non mai quella distanza mentale, eterna protezione oltre qualsiasi divieto imposto, che non ha disturbato chi vive “normalmente” perché inconsapevole della sua normalità benché assetato di normalità. Chissà che vuol dire normalità. Se è cercare gli occhi dietro una mascherina, per riconoscersi inevitabilmente in quelli di chi pensiamo meno di noi e scoprirli come noi, oppure riprendersi semplicemente l’aria e gli abbracci lasciati quell’ultimo giorno di un arido inverno. Come se nulla fosse accaduto.
