LUCIO TUFANO
Era il focolare, con il suo fuoco ed i bagliori oscillanti sulle pareti, con sedie e sgabelli attorno alla fiamma a stimola
Era il focolare, nel mese corto ed amaro, a stimolare la fantasia contadina e ad elevare perfino lo stercorario a magie e contrappassi di sciagure, fortune e tesori, i riti d’iniziazione, proprio quando una marea di pezzenti, nei duri anni delle carestie si ricomponeva in lunghe file di straccioni a lamentarsi lungo i viali del sacro, nei duri inverni della città. Una città che negli anni Venti e Trenta era anche carnevalesca per tutti quelli che popolavano i vicoli ed abitavano i sottani, zoppi e gobbi, scheletrici per fame o che avevano pance e deretani prominenti, indumenti a toppe e coppole al rovescio. Braccianti e manovali, beoni sottoproletari, uscieri ed applicati, cocchieri e trainieri erano per il passionale impiego di cantine, nel frequente sollazzo con i compagnoni infarcito di turpiloquio irriverente e sguaiato, fautori del gergo geniale ed espressivo di battute, pernacchie e rime baciate. Questa la fragorosa commedia popolare, girandola di parolacce e nonsense, di risate a bocca sdentata, di acrobazie di testa e di gambe, di gutturali crepate, di rutti e labiali sfottenti, di frizzi e fischi, invenzioni dialettali, esercizi di botta e risposta, di roboanti scorregge, schiattose e categoriche urla di “morra”, la sarabanda di organetti, fiaschette e voci rauche.
Nani sornioni, bonari spilungoni, donne in costume posticcio e pacchiano, padroni bestiali di quadrupedi e di terre alla testa di torme contadine, di facchini e furfanti, di ciabattini in vena di scherzi e di carbonai, nullafacenti, spazzini e balordi.
Erano quelli gli anni della sobrietà imposta, della febbre malarica, terzana e quartana, delle influenze epidemiche, delle penurie incessanti su scenari d’umanità sofferente, del freddo e delle siccità, del perpetuo rammarico del magro raccolto, le cattive annate e le tasse del dazio e delle derrate, per i pesanti stagli e p
Nella città della festa, la neve creava, nei giorni più freddi, esigenze diverse per la borghesia, allegria e diversivi, per il popolo la sofferta libertà della piazza e del mercato. Le voci ed i corpi della gente, quella del sottomondo, il popolo della gozzoviglia e delle locande formicolavava tra “ammulaforbici”, arrotacoltelli
Ecco che dalla più faticosa delle esistenze proveniva il grottesco della maschera a similare inesauribili ed ilari espressioni molteplici, le allegorie più significative della mentalità popolare: le maschere, connesse alla suggestione al potere, al mordace sarcasmo, agli avvicendamenti ed alle reincarnazioni, all’ispirazione diabolica per un recupero ineluttabile di libertà, legati all’elettrizzante negazione della propria identità e della banale coincidenza con se stessi.
Perciò uno dei motivi allegorici più significativi della cultura popolare è quello delle maschere.
Le maschere connesse alla paura, al bisogno di mimetizzarsi per un recupero ineluttabile di libertà legata agli spostamenti, alle metamorfosi, alle violazioni delle barriere naturali, alla ridicolizzazione, ai nomignoli in cui s’incarna il principio giocoso della vita.
Difatti il divertimento di piazza, i riti ed i culti comici dei buffoni e degli stolti, di giganti e pigm
