Da questa dolorosa vicenda del coronavirus la sanità pubblica italiana ne esce ingigantita e non è difficile pensare che proprio la risposta italiana ad una terribile epidemia sarà oggetto di discussioni e di riflessioni anche a livello internazionale. Due cose sono emerse con chiarezza: la prima è che  il sistema deve superare il frazionismo regionale e attestarsi su una unica linea di comando nazionale nella emergenza. Il regime di  convivenza di poteri concorrenti , con lo Stato che emana gli indirizzi, determina i Lea e interviene nel finanziamento finora ha retto bene , ma l’esperienza di questa epidemia ha cambiato prospettiva ai decisori pubblici , ha introdotto nuove esigenze e suggerito modifiche alla catena di comando. La seconda è che il grande assente da questa emergenza è stata la sanità privata, che pure drena e privatizza miliardi del servizio pubblico. Si è capito , in questo mese, che i soldi dati alla sanità privata in  regioni come la Lombardia ed il Veneto non si sono tradotti in un miglioramento del sistema ma in una sua distorsione in direzione di una privatizzazione degli utili  e di una sottrazione al pubblico di miliardi di euro. Si opera in quei settori di chirurgia di elezione  o di diagnostica sofisticata o di cure oncologiche che si sono organizzati con attività parallela rispetto al pubblico, grazie ad un regime di convenzionamento che fa sopportare allo Stato il doppio o il triplo del costo di uno stesso servizio in regime di sanità pubblica. Una cosa sono i centri di eccellenza , gli Irccs, che rappresentano un fronte avanzato di ricerca e di cura, altra sono le migliaia di convenzioni con strutture che rispetto al sistema pubblico non danno nulla, di aggiuntivo.  Per comprendere il fenomeno di  sbilanciamento a favore del privato nel sistema sanitario lombardo, basterà dire che dalla metà degli anni novanta al 2018, i posti-letto pubblici sono stati più che dimezzati e nello stesso arco temporale, in parallelo, i posti-letto privati sono considerevolmente aumentati. Basti pensare che gli imprenditori della sanità privata si sono aggiudicati, nel 2017,  il 35% dei casi di ricovero e, con riferimento alla valorizzazione dei servizi (ovvero alla remunerazione che ricevono per quanto hanno fornito al SSL), questa corrisponde al 40% del totale in euro speso dalla Regione per questo tipo di servizi . Noi in Basilicata abbiamo da sempre mantenuto un tetto bassissimo di erogazione al privato, forse negando anche spazi di operatività periferici che potevano migliorare la qualità di vita in alcuni territori. Ma la Lombardia ci ha detto che il Re è nudo e che questa corsa a privatizzare risorse pubbliche deve finire. Rivedere questa distorsione e ricondurre parte della sanità privata ad un ruolo di supporto rispetto a deficienze oggettive che si riscontrano nel territorio è una risposta che si deve ai tanti operatori pubblici che in questi giorni hanno tenuto con dignità ed onore la prima linea del fronte di guerra. Non solo c’è bisogno di assunzioni, ma di ridare alla sanità pubblica quella attenzione che merita in termini di investimenti, di attrezzature , di spazi operativi e di riconoscimenti economici. ROCCO ROSA