Marco Di Geronimo
«In voi non vediamo il bipolarismo di domani, in voi vediamo l’alleanza di domani!». Andare dall’oculista no, eh? Così tuonava un lungimirante parlamentare PD nel negare la fiducia a Giuseppe Conte. E così sostanzialmente si sta condannando lo schieramento del fu centrosinistra all’irrilevanza e all’autodistruzione.
Riordiniamo i fatti: dopo mesi dalle elezioni, un braccio di ferro col Quirinale e una palese violazione degli obblighi internazionali e dei diritti dell’uomo, la coalizione al governo ha incrementato il suo consenso e ora sfiora costantemente il 60% dei voti degli italiani. A tutto ciò va aggiunta la lenta erosione di Forza Italia – ancora in vita solo perché Berlusconi non si rassegna a lasciar perdere – e il galleggiamento fantasioso della Meloni e dei suoi.
Di fronte a un Governo così forte, popolare e deciso, il centrosinistra appare incapace di fare opposizione. Non ci vuole un manuale di scienza politica per capire il minimo indispensabile per qualsiasi minoranza per farsi valere: seminare zizzania nella maggioranza, sbandierare la propria agenda e le proprie ricette come le migliori per il Paese e per la popolazione, annacquare i successi e sottolineare gli insuccessi del Governo in carica. In presenza di coalizioni, l’opposizione dovrebbe mettere gli uni contro gli altri e trovare il modo di dividere gli alleati della maggioranza, farli diventare l’uno l’imbarazzo dell’altro (ci riuscì il M5s con la stepchild adoption col PD).
Invece niente. La strategia di Renzi e dei suoi, per chi ha avuto modo di ascoltarlo dalla Annunziata, si riparte in tre punti. Primo: «Noi siamo un’altra cosa», della serie, noi siamo buoni e loro sono cattivi, così, per partito preso. Secondo: «Preferisco salvare le persone e perdere voti», cioè gli italiani sono tutti dei grandissimi infami che votano sciacalli come Salvini mentre io, novello Cincinnato, sono moralmente ineccepibile. Terzo: «Un grande abbraccio a quegli intellettuali che hanno votato 5Stelle», leggasi: tra tutti gli elettori, i miei sono i peggiori e i più deficienti, perché mi hanno abbandonato.
Ciliegina sulla torta: «Il mio partito ha fatto la guerra al Matteo sbagliato». Salvini, sta parlando di Salvini? No? Sta parlando di sé stesso? E il suo partito sarebbe il partito di cui controlla il 70% dei membri di tutti gli organi? La cui minoranza è sinonimo in ogni discorso di lamentela fittizia?
Il suprematismo morale del Partito democratico in mano a Renzi impedisce al sistema di sbloccarsi. Stando così le cose, il reflusso dei voti dei 5Stelle non ritorna nelle casse dem. Il centrosinistra si isola sempre più e appare evidentemente incapace di fare opposizione. I deputati di LEU (a parte, forse, Fassina) sono tutti spiaccicati sulla linea del PD. Anche perché probabilmente – svanita l’anima bella di Civati, neo-ulivista antirenziano che col suo partito ha fatto le valigie – il nuovo partito della sinistra non vede l’ora di allearsi col centrosinistra. Una condizione: Renzi no. È una condizione difficile da spiegare a Renzi stesso, ma anche nel PD sembra evidente che qualcosa è destinato a cambiare.
Mentre Salvini incamera consensi svuotando il centrodestra (che preferirà mantenere in piedi per andare alla carica al Sud), il centrosinistra sta perdendo anche un altro treno. Nel 2014 il centrosinistra era riuscito a impossessarsi del 41% dei voti degli italiani (complici la bassa affluenza e i toni pentastellati). Ma non ebbe l’intelligenza di trasformare il dissenso del popolo verso certe politiche in consenso per nuove politiche (giacché ne scelse di folli). Questa volta riuscirà il PD, e il centrosinistra tutto, a spostare a sinistra il dibattito trascinando con sé il M5s? Bisogna farlo. Salvini è lì a ricordarcelo.
