La medicina territoriale è la grande assente del nostro sistema sanitario. Ce ne siamo accorti in ritardo e abbiamo pagato e stiamo pagando un prezzo altissimo per un sistema sanitario che si è mosso in direzione del potenziamento dei soli ospedali, con vistose derive verso il profitto privato al Nord e con altrettanto vistose lacune al Sud, con una spesa per cittadini lucani che è un terzo di quella della Lombardia. Oggi che è emersa la disastrosa conseguenza di questo strabismo si fa un gran parlare di potenziamento dell’assistenza sul territorio e delle cure domiciliari, a cominciare dall’attuazione di quel provvedimento governativo che incentivava l’aggregazione dei medici di famiglia in studi professionali di comunità dotati di strumenti diagnostici di primo intervento e di professionalità di supporto.   Questa prima linea dei medici di famiglia, insieme ai pediatri di libera scelta e ai medici della continuità assistenziale, è visto come il primo tassello della medicina territoriale , quello sul quale costruire gli altri gradini che sono la specialistica territoriale, l’assistenza domiciliare agli anziani e ai disabili: una rete di protezione capace di sopperire ai disagi di spostamenti e di ricoveri impropri per patologie che possono curarsi a domicilio. In questa direzione è lodevole l’iniziativa legislativa assunta dalla consigliera regionale Dina Sileo , che propone l’istituzione con legge degli infermieri di famiglia e di comunità , come figura indispensabile sia per il funzionamento degli studi aggregati che dell’espletamento delle pratiche di cura a domicilio. L’infermiere di famiglia è un infermiere che si occupa di assistenza in collaborazione con il  medico di famiglia. Questa nuova figura infermieristica potrebbe assistere malati cronici ma anche malati in fase acuta che non richiedono cure praticabili solamente in ospedale: basti pensare ad epidemie influenzali, a persone dimesse dall’ospedale ma che necessitano di medicazioni o trattamenti farmacologici, a pazienti che praticano dialisi peritoneale, alle neo mamme alle prese con allattamento e svezzamento. La peculiarità di questa legge non è tanto la costruzione della figura professionale specifica quanto la previsione obbligatoria di posti negli organici delle aziende sanitarie, un modo per evitare che al solito gli infermieri vengano dirottati nei presidii centrali di cure come i distretti o come gli ospedali.  E’ evidente che il nuovo indirizzo di politica sanitaria diretto a migliorare la risposta sul territorio deve avere copertutra finanziaria adeguata, non solo per il Covid, ma anche e sopratutto per il dopo Covid. E’ in sostanza una nuovo grande opportunità per molti giovani lucani di frequentare il corso di laurea per infermieri professionali e questa opportunità trova anche una sponda importante nel nascente corso universitario di medicina. Ora è il caso che, insieme a questa proposta di legge, si approvi subito un piano stralcio per organizzare gli ambulatori di comunità, dotarli delle attrezzature e firmare i protocolli con i medici aggregati.  ROCCO ROSA

 

 

 

 

 

 

 

 

Come si vede , si