Albino Pierro:

la parlata frisca di paise.

 

Percorso culturale di    Mario Santoro

Comunemente Albino Pierro viene considerato poeta dialettale ed è inserito nella “Storia della letteratura delle regioni d’Italia” dal Binni come una “tra le voci più rappresentative della contemporanea poesia lucana” mentre Contini considera l’autore degno di figurare con la sua poesia dialettale nella sua “Letteratura dell’Italia unita (1861 – 1968)”.     

E tuttavia e questi giudizi ed altri (tanti altri) stanno a testimoniare la validità della poesia nell’inusitato dialetto di Tursi, sarebbe un errore non considerare tutta la produzione in lingua di Albino Pierro che è consistente non solo sul piano quantitativo.

Basti pensare alle varie raccolte: “Liriche”, “Nuove liriche”, “Mia madre passava”, “Il paese sincero”, “Il transito del vento”, “Poesie”, “Il mio villaggio”, “Agavi e sassi”.

E tutto questo è importante perché consente, tra l’altro, di considerare la poesia dialettale in stretto rapporto con quella in lingua e quasi una sorta di continuazione senza interruzione o frattura perché la ricerca è sempre la stessa, anche in riferimento ai simboli e ai segni adoperati dall’autore.

Mi pare di poter affermare che i temi più importanti e i riferimenti più significativi sono gli stessi. Il binomio “terremoto-pianto” che taluni critici hanno evidenziato come linea guida dell’esistenza di Pierro, davvero può rappresentare una sorta di congiunzione e di sviluppo, nella vicinanza e negli elementi di comunanza dei due modi di poetare, quello dialettale e quello in lingua.

In italiano l’autore scriverà:

“Ora che sogno 
in un presentimento d’approdo 
poesia, 
corri a incantare i terremoti”

e Altrove, ancora più efficacemente:

“E vado spesso atterrito 
come in un terremoto che spalanchi 
voragini a ogni passo, 
e i ponti improvvisati hanno assonanze 
d’una musica sacra per chi pianse”.

La validità della poesia dialettale nel tursitano nella ‘parlèta frisca di paise’ sta proprio nel linguaggio, nella forza valoriale della parola, nella costruzione e nell’incastro della stessa, nella significanza particolare che consente ai ricordi, ai fatti, alle descrizioni dei luoghi di assumere importanza.

Insomma per Pierro accade il contrario di ciò che, generalmente, succede ai poeti dialettali che partono dal contenuto (temi dell’infanzia, memorie, miserie, descrizioni degli ambienti) da rendere mediante l’uso della parola.

Albino Pierro opera un’inversione di tendenza e si muove dalla lingua, cioè dal mezzo espressivo per approdare ai vari contenuti che si pongono quasi come pretesti, spunti, rilievi epoi acquistano forza e significato. Insomma il dialetto si pone come parola nuova, per ricordare Ungaretti, capace di raccontare anche le cose più dure, più difficili, più aspre, più rozze, più faticose. In maniera delicata.

E così Gennaro bavarese scrive:

“Veramente questo dialetto ci apre le sue porte con il dono di parole che gareggiano con le più aspre cose del mondo fisico e i più delicati moti del cuore. Si legga la prima lirica “A Ravatèna” (La Rabatana, una specie di ideale acropoli di questo mondo così reale nel suo essere sognato):

“Chi ci arrivè e la Ravatèna
si nghianete ‘a pitrizza
ca parète la schèa appuntillèta
a na tmpa sciullèta”;

nella versione in lingua si perde quasi completamente la gioia della fantasia che si inerpica, più che su cose, proprio su parole e immagini vertiginose: “a pitrizza”, la “Schèa appuntillèta”, la “timpa sciullèta”. E più avanti altre parole, altri versi ci introducono con i loro suoni immediatamente nel cuore delle cose: i burroni voraginosi (iaramme), la terra barbugliante al sole (apìete a lu suoe), il vento rinchiuso tra le forre ( u vent ca s’ammùccete nd’i fossi) o il grido lugubre delle civette che chiamano le bare ( e chiàmene u taùte i cuc-uelle). La rappresentazione assorbe in sé anche certe personali reazioni del poeta appena esse accennano ad affacciarsinin maniera troppo autonoma: e il moto di polemica e di pietà per i ‘poveri cristiani’ che vivono in case ‘nere come tane’ e che la gente chiama con dispregio ‘beduini’, viene scosso e cancellato dall’ immagine della sanguigna rissosità di questi esseri, che sembrabo attingere in essa una loro dignità umana:

“su tristi e fèene a sgrognue 
a piscunète e a lème di cartelle”.

Nella prima raccolta dialettale “A terre d’u ricorde” ci sono vari temi: della morte, la religiosità, il ricordo dell’infanzia, i luoghi. Il tema dell’infanzia è vissuto con ricordi precisi di fanciullo,un po’ monello, certamente, e amante della viota, del sole, dell’aria aperta, della luce forse in contrasto con una sorta di malattia agli occhi che deve averlo fatto soffrire non poco.

Nelle poesie c’è, in verità una ricca rassegna dell’infanzia ritrovata con certi silenzi meridiani dilatati negli stanzoni di un palazzo di paese, con la visione, di notte, del mamone; c’è il contrasto evidente tra le tenebre e la luce vivissima; ci sono gli spaventi notturni, quasi orrori o incubi, e le aperte solarità dei giorni con la conseguente gioia incontenibile; c’è ancora il senso cupo dell’immobilità forzata e le voglie quasi selvagge delle evasioni; c’è, infine, il presentimento della morte sempre vicina e consegnata spesso alla musica lugubre e fatta di singhiozzi e sospiri.

E proprio la figura del monello che cerca la luce e la libertà e fugge dalla prigionia del camerine buio nel quale vogliono costringerlo a stare, viene rievocata nelle poesie ma accanto, e di non minore importanza, appaiono certe allusioni a silenzi dei pomeriggi nel paese con la luce del sole che filtra attraverso le fessure, e quindi alla figura orrida del ‘mamone’.

L’infanzia quindi torna per memoria con situazioni di contrasto evidenti, cui si faceva cenno. Infanzia come ricordo, dunque. Ricordo di pene e di sofferenze che affiorano con strappi e lacerazioni, nel contrasto tra passato e presente.

Nelle poesie tornano a farsi vivi richiami leopardiani e pascoliani e non manca un certo sapore addolcito se non artefatto della lontana Arcadia. Tutto sembra mescolarsi con grande facilità e naturalezza e con freschezza di linguaggio ed efficacia e sempre sulla linea di congiunzione tra passato e presente resa splendidamente nella poesia “Quann accirien u porc”

Qui il tema banale dell’uccisione del maiale si arricchisce di molteplici aspetti, quasi riquadridi un mosaico, dalla situazione particolare della bestia che sente di essere condannata a morte, all’atmosfera di violenza concitata nel richiamo crescente delle voci e nel coinvolgimento di tutto il vicinato, dal rituale primitivo che il sangue del maiale gorgogliante dall’arteria richiama, alla fanciullezza del poeta che, come tanti della sua età, tiene il piede con decisione ed afferma nel gesto, reso quasi sacro, il passaggio all’adolescenza e, in qualche modo, stabilisce l’emancipazione dalla fase precedente e quindi la sua crescita.

In un altro volume “I ‘nnamurete” il tema centrale resta l’amore che spesso si risolve in aspirazione, intenerimento e trepidazione dell’anima e in diffusione di luce connotandosi quasi di stilnovismo non di maniera. Infatti ci sono brevi e fugaci incontri, sogni vaghi, figure angeliche, tendenti sempre a farsi trasparenti, diafane, raccontate con un gusto spesso pascoliano e dolcemente malinconico, altre volte ammantate di sfumature di malizia e talora sotto l’aspetto dell’ironia sottile e bonaria e generalmente nella forma dell’elegia.

L’amore sa passare da momenti e situazioni di vero e proprio incanto a estasi o a tormento, altre volte induce al sonno a a continui ritorni dell’idea della morte. Sonno e morte diventano qusi elementi ossessivi e comunque ritornanti come presenze desiderate ed invocate, tra attese e presentimenti, in un languore quasi di tipo crepuscolare con certe atmosfere a tinte neutre o grigie e sfumanti nel loro avvolgere e coprire tutte le cose.

Seguono altri libri di poesie nei quali il sogno ritorna e si fa strada sempre accompagnando o facendosi accompagnare dall’idea della morte o da minacce oscure.

Ciò è tanto vero che induce De mauro a scrivere:

“C’è forse un rapporto tra ermetismo funereo e scelta del dialetto, più precisamente di un dialetto arcaico, appartato da sempre, come il dialetto lucano di Tursi, immune ancora oggi, per chi ancora lo possiede, dalla italianizzazione altrove soverchiante: anche questo dialetto sta sulla soglia della morte, è uno spazio espressivo isolato, congeniale alla fantasia cupa dell’utente, al suo bisogno di scampo”.

Ma c’è anche una sorta di schermo che separa il poeta dagli uomini e comporta, di conseguenza, sofferenza:

“Sonne di i’esse nu frète 
di tutte quante i cristiane, 
ma si ni picca lle nruppe, 
e doppe ca nun si iùnnene? – 
com’a nu lampe di faine
si ni vène luntène. »

Dunque il dialetto finisce per fungere da doppio rivestimento e da involucro protettivo quasi che l’autore abbia desiderio di chiudersi, di difendersi, di ripararsi, di riconsiderare tutta la sua esistenza e di temere di scoprirla non propriamente felice:

“Tutt’i chiante ca m’agghie fatte,
ànne firnute d’assincirè
sta cosicèlle trùua 
ch’è stète a vita meja. 
Guarde i frutte maturesupr’ ‘a chianta 
Ca si strìngine e ammùccene nd’i frunne: 
su’ cimice d’u vente, 
e assimìgghiene ammi ca mo’ mi mpaùre
di quistu routamente”.

Lo stesso modo di procedere lo ritroviamo nella raccolta “Cartelle a lu sòue ( Coltelli al sole)” che testimonia una sorta di passaggio di età sia con riferimento ad un mondo conio, sia come modificazione sul piano formale con prevalenza di poesie brevi ed immediate.

E ci piace chiudere, a proposito, con un riferimento ancora di Gennaro Savarese:

“Le ultimissime liriche di Pierro, tutte prevalentemente mottetti, madrigali, epigrammi, ci confermano l’impressione, gia provata di fronte alle sue cose più recenti, di una sempre più totale identificazione di Pierro col suo linguaggio poetico: in questo caso il rifugio nelle brevities (i piccoli grumi di follia) di cui parla Contini, configura una ricerca formale di essenzialità, nella quale si riflette la tensione del poeta a districare un senso nel bilancio della sua esperienza umana. Non si tratta, anche questa volta, di una comoda pacificazione interiore, dell’instaurazione di un tempo ritrovato che spazi tra fanciullezza e provincia. Il senso ricercato è ancora l’inafferrabile enigma che privilegia la parola ottativa, l’immaginario proteso sul limite dell’ignoto”