VINCENZO PETROCELLI

 

I fenomeni migratori sono sempre più contrassegnati dal segno del dubbio. Anche l’Italia, come il resto dell’Europa e del mondo occidentale, guarda ai migranti con un misto di timore e paura e, nello stesso tempo, di solidarietà e desiderio di aiutare. Solo che, per una parte crescente della popolazione, tendono a prevalere le prime istanze. Così, il barometro delle percezioni sposta la lancetta verso l’area negativa. 

Non sono predominanti, ma crescono le emozioni ostili.

Sentimenti che si alimentano dell’amplificazione delle notizie, mentre gli esponenti politici, “Lega di Salvini”,  sono pronti a cavalcare il malessere di parti della popolazione, indignando ed esasperando la polemica.

Si fatica ad affrontare il tema migratorio in modo concreto, senza farsi condizionare dal consenso immediato così come da atteggiamenti moralistici. 

I messaggi tramite Facebook, i tweet poco ortodossi e tutt’altro che istituzionali del ministro dell’Interno Salvini, la reazione di una parte rilevante della società civile, i fatti di cronaca nera a sfondo nazionalista e razzista, testimoniano che il tema delle migrazioni, nonostante il crollo degli arrivi di profughi via mare, continua a essere la frontiera simbolica sulla quale anche nel nostro Paese si scontrano diverse visioni del mondo. Ma gli italiani che sembrano per ora approvare in maggioranza il pugno di ferro di Salvini, sono diventati davvero in gran numero nazionalisti e persino razzisti?

Difficile da credere, impossibile da accettare.

Ma è certo necessario che i tantissimi che hanno come riferimento princìpi umani e spirituali, saldi, facciano uno sforzo maggiore per capire quello che sta accadendo e contribuire a risolvere il problema.

Servono inclusione e un programma dei flussi di ingresso e al timore e alla paura bisogna reagire con il coraggio. Il coraggio di inventarci un nuovo mondo, di capire il presente e costruire il futuro. Impariamo dalla tenacia dei migranti, dall’angoscia che muove il migrante a impegnare nel viaggio per l’Europa tutto il denaro che riesce a racimolare (e che nel suo paese basterebbe a mantenere la famiglia per più anni), rischiare la propria vita e quella dei suoi bambini.

C’è, inoltre, la forte percezione tra gli italiani dell’ingiustizia di essere stati lasciati soli a gestire il fenomeno da parte degli altri Paesi dell’Unione Europea (percezione solo in parte corretta se consideriamo che la Germania è uno dei Paesi più aperti all’arrivo e all’integrazione degli stranieri).

L’ostilità è anche condizionata dalla classe sociale a cui si appartiene.

Le generazioni più giovani, gli studenti e chi possiede una laurea manifesta orientamenti di maggiore apertura, mentre anziani, chi ha un basso titolo di studio e chi è ai margini del mercato del lavoro ha umori più negativi. Ma è rilevante sottolineare come un’inclinazione di apertura o chiusura sia collegata con il livello di conoscenza posseduto del fenomeno. Quanto più lo si conosce, maggiore è l’orientamento accogliente verso gli immigrati. 

E intanto, noi qui in Italia, che ne facciamo dell’art. 10 comma 3 della costituzione?

«Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto di asilo nel territorio della Repubblica».

Non perché fugge la fame o la guerra o entrambe: è sufficiente molto meno. Perché a tutti indistintamente è dovuta quella stessa umana e civile solidarietà che riconosciamo tra i fondamenti della nostra comunità nazionale.

Vincenzo Petrocelli

 

 

MIGRANTI, REALTA’ E PERCEZIONE

LA RICERCA  DI Community Media Research*,

Il primo sforzo da fare è sulle cifre del fenomeno. Se è vero che il rapporto rifugiati per abitante in Italia non è particolarmente elevato, la situazione cambia quando consideriamo gli irregolari (migranti che si trovano in Italia a cui è stato negato lo status di rifugiato, migranti che avevano e hanno perso un lavoro e con esso il permesso di soggiorno). Il presidente dell’Inps Tito Boeri ha correttamente evidenziato lo scarto tra quota dei migranti effettivi e percezione alimentata dalle campagne politico mediatiche. Bisogna, però, tenere conto del fatto che la distribuzione dei migranti nel nostro Paese è molto eterogenea e che densità di presenza maggiori possono effettivamente verificarsi in alcune aree urbane.

Oltre a queste considerazioni fondamentali la posizione degli italiani sul tema dipende essenzialmente da tre fattori. Il primo è il ‘valore’ che attribuiamo alla dignità e qualità della vita di un nostro concittadino rispetto a quella di una persona migrante. I valori cristiani e civili ci spingono costantemente ad accogliere i più deboli e fragili e, dunque, premono perché il rapporto sia uno a uno. Allo stesso tempo per il politico nostrano i primi possono contare molto più dei secondi, se si guarda cinicamente al tornaconto elettorale. Ci sono però altri due fattori fondamentali su cui le opinioni nel Paese sono discordi e in parte alimentate da cattiva propaganda. Quanto l’accoglienza di un migrante contribuisce a migliorare le sue condizioni di vita? E che effetto la stessa produce sulle condizioni di vita dei cittadini italiani?

Sul primo punto si è sviluppata una vera e propria ‘narrativa Kunta Kinte’ (il protagonista della saga ‘Radici’, africano sradicato dal suo mondo e deportato negli Stati Uniti) che afferma che accogliere vuol dire essere complici dei negrieri che quasi ‘deportano’ per business migranti che finiranno nel nostro Paese in condizioni di schiavitù. Creando un ‘esercito di riserva’ di manodopera che riduce i nostri salari. Se è sempre possibile citare casi di abusi nei confronti dei migranti (e il caso della tratta delle prostitute nigeriane assomiglia molto allo stereotipo citato), le analisi econometriche raccolte nel recente rapporto mondiale sulla felicità ( World Happiness Report 2018) spiegano che la soddisfazione di vita dei migranti converge rapidamente a quella dei nativi nei Paesi di destinazione. Gli immigrati sono perfettamente razionali. Decidono di affrontare i costi e i rischi del processo migratorio quando la differenza tra qualità della vita nel Paese di origine e qualità attesa nel Paese di destinazione è elevata. Chiunque si sia immerso solo per un attimo nei tanti luoghi limite del vivere sociale (gli slum di Nairobi, solo per fare un esempio) capisce che una vita difficile da ‘irregolare’ in Italia offre, in mezzo a difficoltà e disagi, opportunità e prospettive molto superiori e tali da motivare il viaggio. Né possiamo pensare che i migranti abbiano cattive informazioni in un mondo come quello di oggi dove è possibile comunicare in tempo reale con parenti e amici che hanno tentato la via dell’Europa o di altri Paesi ad alto reddito.

Al di là di questi alibi, l’ostilità di una parte del Paese nasce dall’umana paura di perdere qualcosa che cresce quando le condizioni economiche peggiorano. In un lavoro pubblicato sul Journal of SocioEconomics nel 2009, chi scrive – assieme con Stefano Castriota e Fiammetta Rossetti – ha dimostrato che la tolleranza dei tedeschi verso i migranti negli anni 90 si riduce sensibilmente dopo un periodo di recessione. L’ostilità è anche condizionata dalla classe sociale a cui si appartiene. Studi come quello di Gianmarco Ottaviano e Giovanni Peri sugli Stati Uniti (2012) dimostrano come i migranti sono sostituti imperfetti dei lavoratori autoctoni che nel medio termine aumentano la produttività del capitale e del lavoro locale con effetti debolmente positivi sui loro salari. L’esperienza dei mille mercati del lavoro del nostro Paese insegna, inoltre, che c’è un bisogno enorme della ricchezza e della varietà di lavoratori stranieri specialmente in alcuni settori come quelli dei servizi agli anziani e dell’agricoltura sempre salvaguardando con attenzione basilari condizioni di dignità. Forza lavoro giovane e straniera potrebbe inoltre essere decisiva per frenare lo spopolamento delle nostre aree interne. Nella storia economica lavoratori autoctoni e immigrati sono spesso stati reciprocamente complementari e non sostitutivi.

Gli ‘stranieri residenti’ arrivano da situazioni drammatiche e trovano lavori che migliorano le loro condizioni di vita consentendo loro anche di inviare denaro a casa. Lavori che gli autoctoni non accetterebbero perché al di sotto del loro livello minimo. Molte filiere produttive, combinando lavoro dei migranti e lavoro italiano, riescono a sopravvivere e dunque il lavoro dei migranti contribuisce positivamente e non negativamente a quello degli italiani. Le migrazioni sono dunque un meccanismo doloroso, ma naturale attraverso il quale tutti possono migliorare la propria condizione (inclusi i parenti di chi è emigrato, rimasti nei Paesi d’origine).

Consci di tutto ciò dobbiamo al contempo aver chiaro che è inutile il muro contro muro e che dobbiamo capire in profondità le ragioni della paura dei nostri concittadini. Siamo tutti convocati nel dibattito, che si svolge sia mezzi di comunicazione tradizionali sia sui social, dove dobbiamo argomentare con chiarezza ed efficacia le ragioni del cuore e della ragione, dimostrando come esse non sono in contraddizione con quelle del progresso umano, sociale ed economico. Una rete di protezione inclusiva ed abilitante come il Rei (Reddito di inclusione), da estendere ulteriormente, e iniziative per promuovere il progresso economico di quella parte di popolazione che per tipologia di lavoro e livello d’istruzione si sente più minacciata sarebbe fondamentale per ridurre almeno una parte di quest’insicurezza. Una programmazione dei flussi, una gestione efficace degli stessi già nei Paesi di origine e una condivisione dello sforzo con gli altri Stati della Ue sono tappe fondamentali per una risposta razionale e ragionevole al problema.

Da ultimo, è sufficiente rinviare al dibattito sviluppatosi attorno al tema della legge sull’integrazione dei figli dei migranti presenti in Italia (lo «ius soli») per avere la misura delle difficoltà che attraversano la classe dirigente: si rinvia la decisione per i timori legati al consenso alle prossime scadenze elettorali. Insomma, non esercita il ruolo per cui è stata eletta: la responsabilità. Il risultato è che se ne parla in modo gridato, raramente pacato e senza essere prigionieri degli stereotipi. Sia chiaro: il fenomeno è complesso e contiene tanto questioni legate alla convivenza quanto le risorse di culture e competenze che sostengono la nostra economia e le nostre famiglie. Ma più si rimandano le soluzioni, maggiore è il problema. 

Quanto siano mutate le percezioni degli italiani verso gli immigrati e quali siano gli orientamenti verso l’ipotetica legge sull’integrazione dei figli dei migranti è l’oggetto della rilevazione di Community Media Research*, in collaborazione con Intesa Sanpaolo per «La Stampa». Prendiamo le mosse da un dato di conoscenza oggettiva. Gli italiani sanno quanti sono i migranti regolarmente residenti in Italia? Solo un terzo (37,4%) risponde correttamente: come rileva l’Istat, sono 5.026.153. Poco più della metà (56,7%) sottostima il fenomeno (fino a 3 milioni), il restante 5,9% immagina ve ne siano oltre 10 milioni. E qual è la religione più diffusa fra i migranti? Solo poco più di un terzo (38,4%) risponde correttamente: quella cristiana (secondo l’Istat il 56,4% appartiene a questa religione), mentre la maggioranza crede siano soprattutto musulmani (56,8%). 

Se sommiamo le due risposte, otteniamo che i «conoscitori» (chi risponde correttamente alle due domande) sono solo il 13,7%. Presenta una «conoscenza parziale» (sbaglia una delle due) il 48,5%, mentre il 37,8% è un «non conoscitore» (con entrambe le risposte errate). Questo livello di scarsa conoscenza non può non inficiare le opinioni. Ma andiamo per ordine. 

Non c’è dubbio che fra il 2013 e oggi le percezioni degli italiani verso gli immigrati virino verso un sentimento negativo. Se escludiamo l’opinione per cui chi delinque non ha distinzioni di cittadinanza, diminuisce l’idea che gli immigrati favoriscano la nostra apertura culturale (58,8%, era il 72,7%), così come siano una risorsa per l’economia (57,2%, era il 72,5%). Per contro, lievitano le percezioni che siano una minaccia per la sicurezza individuale (31,4% dal 19,6%), un pericolo per le tradizioni (30,2%, era il 20,1%), una minaccia per l’occupazione (30,0% dal 21,2%). 

Sommando queste opinioni, otteniamo che gli «accoglienti» (ovvero chi offre solo risposte positive) sono la maggioranza degli italiani (53,7%), in sensibile calo però rispetto al 2013 (66,1%). Più che diminuire gli «ambivalenti» (29,6%, erano il 28,8%) – le cui risposte mettono l’accento ora su dimensioni positive, ora negative verso i migranti – aumenta la quota degli «avversi» (16,7%, era il 5,1%), che attribuiscono agli stranieri solo valenze negative.

Tuttavia, il mutare (in peggio) del «sentiment» verso gli stranieri fa cambiare la predisposizione verso un’ipotesi di legge? Può apparire paradossale, ma la risposta è negativa. Fra «ius soli» (30,9%, era il 29,3%) e «ius sanguinis» (21,6%, era il 20,4%), rimane prevalente l’idea di una cittadinanza proattiva da parte del migrante e a condizione di un percorso di acquisizione e adesione ai valori e alla cultura italiana (47,5%, era il 45,0%). Solo il 5,4% non darebbe la cittadinanza ad alcuno. 

Se serpeggia, ed è in crescita, un sentimento di ostilità verso i migranti, nello stesso tempo permane quindi la domanda di regolare l’integrazione degli immigrati, a cui solo la politica può dare risposta. Se fosse disposta ad assumere, più che il consenso elettorale immediato, il criterio del bene comune. 

* NOTA DI METODO  

Community Media Research, in collaborazione con Intesa Sanpaolo per «La Stampa», realizza l’Indagine LaST (Laboratorio sulla Società e il Territorio) che si è svolta a livello nazionale dal 9 al 16 ottobre 2017 su un campione rappresentativo della popolazione residente in Italia, con età superiore ai 18 anni. 

Gli aspetti metodologici e la rilevazione sono stati curati dalla società Questlab. I rispondenti totali sono stati 1.561 (su 13.413 contatti). L’analisi dei dati è stata riproporzionata sulla base del genere, del territorio, delle classi d’età, della condizione professionale e del titolo di studio. Il margine di errore è pari a +/-2,5%.  

La rilevazione è avvenuta con una visual survey attraverso i principali social network e con un campione casuale raggiungibile con i sistemi CAWI e CATI. Il documento completo è disponibile su ww.agcom.it e www.communitymedia-research.it