GIOVANNI BENEDETTO

 

 

 

Il Potenza ha ritrovato la sua piazza e la piazza sta rispondendo alla grande alle prime imprese sportive della rinnovata e ritrovata società, con l’entusiasmo e la voglia di riempire lo stadio tutte le domeniche anche con le famiglie.

La piazza ha compreso questo momento magico e favorevole e ha risposto positivamente alla chiamata.

Ha sconfitto tutti i diffidenti e gli increduli che teorizzavano una piazza al più virtuale, che non si sarebbe scomodata a scendere in campo, e che avrebbe continuato nella nostalgica rappresentazione di un calcio che non c’è più. Invece così non è. Anche se paragoni non si possono fare con un passato blasonato, si può dire che una città si è ritrovata nello sport e partecipa come non mai alla lenta risalita verso campionati in linea con il grande cuore rossoblu.

Il blasone, la piazza e il palato fine per leggere una partita  erano tutti fattori che negli ultimi decenni non hanno avuto sfogo e modo di esprimersi tanto da generare il dubbio nelle nuove generazioni se era ancora il caso puntare sulla piazza  come valore aggiunto per chi decidesse di volere fare calcio a Potenza.

Tutti gli avventurieri che si sono avvicendati alla conduzione della società si sono avvicinati non per perseguire primariamente l’obiettivo sportivo ma per mettere in tasca quattro spiccioli e scappare. Qualcuno ci è riuscito a qualche altro è andata male.

Credo che meriti di essere trattato a parte il presidente Calluori, lucano di nascita, il quale rilevò in C2 la società dalla cordata Marino-Zaccagnino-Giuzio e la cedette dopo due anni di gestione disastrata al presidente Postiglione.

Le sue intenzioni erano di programmare una nuova stagione calcistica per portare il Potenza in campionati più consoni al suo blasone.

Solo le intenzioni e i soldi, che non gli mancavano, non sono sufficienti per costruire una squadra vincente, ci vuole il gruppo e le competenze che mancavano al presidente Calluori e che non trovò nei suoi collaboratori, per cui lasciò nelle mani di altri la società.

A parte questa breve parentesi abbiamo assistito, come accennavo prima, a presidenti predatori che pretendevano che il Viviani si riempisse presentando programmi velleitari  senza garanzie, allestendo squadre mediocri e incomplete sempre all’insegna del risparmio.

La piazza a queste condizioni non ha mai risposto, se non in qualche sporadica partita, perché non ha mai concesso credibilità, a coloro, che hanno fatto promesse irresponsabili per dimostrare di avere serie intenzioni di fare calcio nel capoluogo.

Il popolo calcistico potentino che preferiva rimanere a casa a fare altro pur di non subire continue umiliazioni, quest’anno ha risposto dal primo giorno alla grande a dimostrazione che ciò che conta sono solo i fatti e la credibilità; Potenza apre le porte a chi vuole fare calcio e la sbatte agli avventurieri e parolai.