DINO DE ANGELIS

Se ti affacci sull’orlo di un baratro e guardi di sotto, c’è solo un modo che hai per venirne fuori. Devi dare un’occhiata, almeno una, dietro di te. Se non hai la forza per voltarti indietro, anche per un solo istante, sei fregato.
Una delle frasi più tremende che hai scritto è stata questa: “Non sono rappresentato da niente di ciò che vedo e non gli attribuisco nessun senso: io non c’entro nulla con tutto questo. Non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere”.
Io ti ho immaginato, sai, mentre, seduto alla tua scrivania, grande più o meno come la mia, hai aperto un pc, più meno come il mio, e hai cercato le parole giuste. Quelle le cerchiamo tutti, ma quando sai che sono le ultime, beh, le cerchi un po’ meglio delle altre. Meglio di quando le hai scritto di quando ti sei innamorato. Meglio del tema d’italiano che decretava la tua maturità, meglio di tutte le volte che hai compilato quei ridicoli curriculum –  non ridicoli per quello che contenevano, ma perché sapevi già la considerazione che (non) avrebbero avuto – .
E sapevi che quel lavoro di cercare le parole giuste per dimostrare che eri uno che ci sapeva fare, era un lavoro che buttavi nel cesso. Nel cesso di una società che non solo non ha capito te, non ha capito intere generazioni, perché a questo punto dimmi tu, Michele, dimmi una generazione che qualcuno abbia capito davvero. Non hanno capito i ventenni, poi i trentenni, i quarantenni, i cinquantenni, e poi per gli altri, beh, fottetevi anche voi, è troppo tardi, cosa volete adesso? Vi ricordate ora che vi manca il lavoro?
Caro Michele è come se ti avessi visto, con la testa china ma leggera su quel foglio bianco e quelle righe che pian piano si riempivano di delusioni, di amarezze, di tristezze fino al punto da scrivere la parola FINE.
Sì, avevi la testa leggera di uno che ha già deciso.
E la sai una cosa? Accidenti a te, le hai scelte proprio bene. Hai fatto centro come se ce le avessi da tempo infilate una dietro l’altra come anelli di fumo che svaniscono al contatto con l’aria. Solo che quelle parole non svaniranno mai, ce le abbiamo davanti una dietro l’altra con tutto il loro peso e ci parlano di uno dei tanti ragazzi bistrattati, ignorati, traditi. E sono parole che mi fa male perfino riportarle qui, da cattivo cronista quale sono. Perché nessuno può dirsi bravo a commentare tutto questo.
Sono entrato in questo mondo da persona libera, e da persona libera ne sono uscito, perché non mi piaceva nemmeno un po’. Basta con le ipocrisie”.
Guarda che l’ho capita la tecnica che hai usato per scrivere questa tua ultima lettera. Hai scelto di scrivere frasi brevissime. Hai usato il punto molto spesso. Non volevi creare fraintendimenti e sapevi che un periodo lungo poteva prestarsi a mutevoli interpretazioni. E volevi essere chiaro come non mai. Hai preso la penna e hai tagliato secco, dritto. Senza curve, senza fare sconti. A nessuno.
Dentro di me non c’era caos. Dentro di me c’era ordine. Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità”.
Ti leggo e ti rileggo, caro Michele, e mi sembra di conoscerti da una vita, e sai una cosa? Mi dispiace di non averti incontrato mai, di non aver mai parlato nemmeno una volta con te, ma stai dall’altra parte del mondo, in quell’Italia che dicono funzioni, ma è una gran balla pure questa. Qui non funziona un cazzo da nord a sud, scusami, lo so che lo hai pensato un miliardo di volte anche tu. E adesso mi ritrovo a piangere assieme a te. È troppo tardi, lo so, ma non è colpa mia se tu, e io, e mille, e diecimila altri come noi, nessuno li ha mai ascoltati e li ascolterà mai, ma tu non dovevi dargliela vinta, e quando ti sei affacciato su quel baratro, ecco, io mi chiedo, perché, perché, non l’hai trovata la forza di guardare indietro per un solo, stupido secondo? Perché non l’hai capito che non era quella la strada? Perché nessuno ha intercettato il tuo urlo sommesso (è un ossimoro, lo so), un urlo di dolore taciuto da secoli, e non ti ha detto, piano, guardandoti negli occhi: “Parliamo un po’?”.
E invece ce le hai dette tu le cose, ce ne hai dette tante, e sono cose che incidono la pelle, ma quelli hanno la pelle che si rimargina presto e invece la nostra pelle le ferite se le porta appresso per tutta la vita, ammesso che si riesca ad andare fino in fondo.
Perdonatemi, mamma e papà, se potete, ma ora sono di nuovo a casa. Sto bene”.
Michele, io non ti conosco ma ti prego, permettimelo, sono soltanto uno con la stessa scrivania che hai tu, con quello stesso foglio bianco da riempire, con le stesse delusioni e le stesse ferite che hai tu, ma io questa cosa sento di dirtela: hai fatto male. Eppure capisco il male insopportabile che hai sostenuto e dal quale hai sentito di liberarti. E spero che in quel posto dove stai ora,  tu stia bene davvero.
“Chiedo scusa a tutti i miei amici. Non odiatemi. Grazie per i bei momenti insieme, siete tutti migliori di me”.
Questa è l’unica inesattezza che hai scritto. Sei tu il migliore di tutti noi. Ma so che non mi crederai e, comunque, anche questo non ti servirà a nulla, come tutto il resto.