ADELAIDE LOMBARDI

 Scrivere qualcosa riguardante  Quinto Orazio Flacco è un po’ come avvicinarsi ad un “mostro sacro” nei confronti del quale si ha quasi un timore reverenziale.  Emblema della classicità per eccellenza Orazio non è solo uno dei più importanti poeti latini ma, come qualcuno lo  ha definito, un grandioso fenomeno culturale.  A distanza di oltre 2000 anni dalla sua morte , i suoi componimenti vengono ancora letti e studiati  da tante culture anche molto distanti da quella romana.
Per chi ha effettuato studi classici rileggerne alcune opere o, parte di esse, è un po’ come fare un tuffo nel passato provando, a distanza di tempo, una piacevole sensazione di nostalgia.   Conosciuto dai più per il suo celebre verso: «Carpe diem, quam minimum credula postero…», Orazio è divenuto  poeta eterno essendo certo che la sua poesia lo avrebbe reso immortale travalicando i confini del tempo e dello spazio. Egli maturò una concezione della letteratura e della poesia rielaborando in modo originale teorie di Aristotele e della sua scuola tanto che a partire dall’Umanesimo, la sua “Ars poetica”  costituirà, poi, un modello per tutti i teorici del classicismo.
Perché,  dunque, Orazio é cosi moderno? Perché  è sempre attuale?  Il sommo poeta, prendendo spunto proprio dal mondo greco classico, si rivolge ai posteri quali custodi di un prezioso e vasto patrimonio universale.
Nelle sue satire , ad esempio,  con riferimento a situazioni di vita reali o verosimili, vengono fuori precetti morali e filosofici che danno origine ad una visione della vita fatta di piccoli insegnamenti e valori universali.  Con animo sensibile e tormentato , Orazio affronta temi esistenziali davvero validi per tutti: l’angoscia per la morte, la consapevolezza della caducità delle passioni terrene e dell’umana debolezza, lo scorrere inesorabile del tempo, la paura del dolore e l’incapacità di godere pienamente del presente  . Visto che la morte è ineluttabile occorre  godere ogni singolo momento come se fosse l’ultimo. Il concetto del “ carpe diem” è però più ampio. Per Orazio la vera felicità consiste nel mantenere un atteggiamento morale e uno stile di vita ispirati alla semplicità, al distacco dalle passioni e al senso della misura ( μετριότης metriotes) in una forma  di vita sobria, ordinata e regolata.
“Est modus in rebus sunt certi denique fines, quos ultra citraque nequit consistere rectum.”: “esiste una misura nelle cose; esistono determinati confini, al di là e al di qua dei quali non può esservi il giusto».
Un senso della misura dunque dovrebbe guidare l’uomo rendendolo una persona avveduta, guardandosi dagli eccessi e facendo  attenzione a non incorrere nel troppo o nel troppo poco.
Questa concezione esistenziale che si ispira in parte alla filosofia epicurea, invita l’uomo a vivere con“Aurea mediocritas” ovvero “aurea moderazione” o “aurea via di mezzo”.
Qualcuno potrebbe tradurre la locuzione precedente in modo letterale come “aurea mediocrità”, dando il  valore dispregiativo che ha in italiano la parola “mediocrità”.
.Ma l’intento del sommo poeta é quello di considerare la mediocritas come “un’ottimale condizione intermedia “ ovvero il tenersi  lontani dagli estremi di ogni posizione intellettuale o condizione di vita, una mediocritas con la connotazione dell’aggettivo “aurea”ovvero tutta d’oro poiché l’oro è il più apprezzabile dei metalli.
Avere il senso della misura al giorno d’oggi non è una condizione praticata da molti.  Viviamo in un mondo in cui non si ha più misura di nulla dove la violenza e l’arroganza in ogni ambito ed ad ogni livello diventano prassi quotidiana. La misura dovrebbe  essere quindi cifra del rispetto verso noi stessi e verso il prossimo Che Orazio sia in tal senso un grande monito per tutti.
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